Fan Fiction

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Re: Fan Fiction

Postby Loty Borodine » Fri 27 Jul 2018 23:19

Anna - :shock: cosa!?
Oscar - E alla fine si scoprì che quella Christine era la nonna della Christine dell'Off-topic, rivale di Loty!

Loty - perché no! Quindi Christine (nonna) e Christine (nipote) sono state entrambe possibili amori di Serghy?!

Lascia perdere le date, nulla ha coerenza con te :lol:

Mi sembra un motivo più che valido! :asd:
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Loty Borodine
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Re: Fan Fiction

Postby Loty Borodine » Thu 6 Sep 2018 01:49

CAP.18



Era passata poco più di mezz’ora quando le lacrime ormai erano finite; Lotjuska si limitava a fissare il vuoto senza lasciar trasparire alcun sentimento, seduta in quello stesso angolo dove si era rannicchiata. Continuando a ripensare a tutti quei momenti passati insieme a Serguei, si ripeteva ossessivamente di dimenticarli il prima possibile. Stava già pensando di andarsene da quel posto, quello stesso giorno, solo non sapeva quando sarebbero passati altri treni. Non le importava dove l’avrebbe portata il prossimo viaggio, l’importante era trovarsi il più lontano possibile da Serguei.
Ma com’era possibile cancellare tutti i ricordi?

Un’ombra si fermò di fronte a lei. Non riuscì a riconoscerla, così alzò lo sguardo. La vista era ancora annebbiata dalle lacrime, ma riuscì a notare l’imponente figura di Cantin in piedi davanti a lei, il quale non appena vide in che condizione erano i suoi occhi, rossi e lucidi, si abbassò gentilmente alla sua altezza.
“Lotjuska, ma cos’è successo?”
“Cantin, perché è ancora qui? Credevo che fosse partito, a cercare la Walker”
“con questo tempo non c’è nessun mezzo in partenza. Dovrò aspettare che almeno il vento si calmi. E lei perché è qui a piangere? Dov’è Serguei?”
“non mi parli di quel traditore!” Lotjuska si asciugò frettolosamente le lacrime che avevano ripreso a scendere “l’ho trovato nella stanza di Helena Romanski”
“Serguei, con la signora Romanski? … mi scusi se glielo dico, ma la cosa mi sembra a dir poco assurda”
“lei non conosce la passione esagerata che Serguei ha per lei”
“Helena detesta Serguei, e lui ha davvero occhi soltanto per lei, Lotjuska, come potrebbe tradirla? Con una persona con cui sa che non ha alcuna speranza!”
“a quanto pare è riuscito ad ingannare tutti, con quel suo amore fasullo”
“sono certo che si tratti di un malinteso … le va di venire da me? Le offro qualcosa, così si calma un po’. Con una mente più tranquilla e lucida le sembrerà tutto più comprensibile”

In genere Lotjuska non avrebbe mai accettato inviti simili, soprattutto non fidandosi ancora del tutto di Cantin, ma la sera precedente le aveva dato un’impressione tutto sommato piacevole, e in quel momento era l’unica persona amichevole che aveva cercato di confortarla. Lo seguì nella sua stanza.

Di fronte ad una tazza di tè caldo era tutto più semplice, anche se il pensiero di Serguei insieme ad Helena era ancora molto doloroso.
“Lotjuska, forse dovrebbe parlare un po’. Cercare di distrarsi”
“parlare di che?”
“non saprei … beh … mi parli di Komkolzgrad, di come l’ha trovata quando è arrivata”
Lotjuska sorrise amaramente “è per questo che mi ha portata qui. Per trovare qualche altro indizio per trovare la sua fuggitiva”
Cantin sollevò le spalle e la guardò con schiettezza.
“non voglio mentirle, sto facendo il mio lavoro. Ma questo non significa che non possa averne anche lei un vantaggio. Mi dica quello che sa. Per un po’ lei non penserà a ciò che è appena successo e mi sarà di aiuto per le mie indagini. In tutto questo tempo Serguei le avrà parlato di Komkolzgrad, di Kate, di Hans …”
“io … non so se …”
“perché non si fida di me?”
Lotjuska tacque, non sapeva perché ancora non riusciva a fidarsi completamente di lui. Ma in quel momento, sapeva che Cantin aveva ragione, aveva soltanto bisogno di parlare di qualcosa. Quindi si arrese.
“d’accordo. Le dirò tutto quello che so”


Nadja continuava a chiamare il marito, sperando ogni volta che fosse quella buona che rispondesse.
“niente da fare. È ancora irraggiungibile. Ma che fine avrà fatto?”
Nel frattempo Fred era già pronto a partire, non molto volentieri ma costretto dalla sua preoccupazione per Lotjuska. Tuttavia non aveva idea di che cosa avrebbe potuto fare una volta trovato Mauro. Che gli avrebbe detto? Di lasciar perdere? Non gli avrebbe mai dato retta, era della sua unica figlia che si stava parlando. E come dargli torto? Voleva solo il meglio per lei.
“e perché non ci mandiamo Ed a cercare Mauro? Gli sta più simpatico di me, è più probabile che lo ascolti” propose a Vlad, che stava caricando una tanica d’acqua nel bagagliaio.
“in questo periodo Ed non risponde al telefono nemmeno se dai fuoco a tutto il pianeta, Fred. Ha gli esami all’università, è troppo impegnato”

Finalmente Mauro rispose al cellulare e Nadja fece una salto di gioia nel sentire la sua voce.
“Mauro, amore! Sono ore che tento di chiamarti! Ero preoccupata, non avevo più tue notizie”
“Loty è andata a perdersi in mezzo alla Russia, mi sta facendo impazzire con dei giri inimmaginabili” Mauro scosse desolato la testa osservando il paesaggio fuori dal finestrino diventare sempre più spoglio ed innevato. Si domandava perché la sua Loty avesse frequentato così tanto la Russia e così poco la Francia, da dove veniva lui.
“caro, mi dispiace. Ora dove sei?”
“su un treno diretto ad Aralbad … spero di arrivare prima che lei e quel vecchiaccio se ne vadano di nuovo. Ora devo riattaccare, iniziano le gallerie e non c’è più segnale. Ti amo”

Nadja raggiunse di corsa Fred, che era sceso dall’auto per andare in cucina.
“Aralbad!” esclamò, con così tanto entusiasmo che fece trasalire Fred, che a momenti per lo spavento si soffocava con il biscotto che aveva in bocca.
“e che cos’è?!”
“è dove sta andando Mauro!”
“ne ho sentito parlare” commentò Vlad, e in pochi secondi lo trovò sull’atlante.
“ecco qui!”
Fred si sentì svenire all’idea di dover fare un viaggio così lungo.
“fallo per Lotjuska” lo implorò Nadja.


“e questo è tutto” concluse Lotjuska, dopo aver raccontato a Cantin tutto quello che Serguei le aveva detto riguardo a Kate Walker e Hans Voralberg. Non era tanto, ma Cantin sembrava soddisfatto.
“non mi dice dove si trova ora Kate, ma è già qualcosa. Almeno so qualcosa di più sulla persona che sto cercando, o di quello che questo viaggio la sta facendo diventare”
“spero di esserle stata d’aiuto” Lotjuska teneva gli occhi bassi e pensierosi; un senso di vuoto le toglieva qualunque stimolo.
“è ancora convinta che Serguei l’abbia tradita? Uno così innamorato di lei può essere in grado di tradire?”
Lotjuska ripensò ai momenti con Serguei, quelli che stava tentando di dimenticare ma che erano troppo vividi per passare di mente. E anche troppo belli per lasciarli svanire del tutto. Ricordò tutte le volte che si erano baciati scacciando via tutte le loro preoccupazioni, tutte le volte che si perdeva tra le sue braccia lasciandosi coccolare da delle mani che volevano soltanto lei, e tutte quelle volte che si convinceva che lui era tutto ciò di cui aveva realmente bisogno. Come avrebbe fatto a tornare alla sua vita ora che Serguei aveva preso parte a tutti i suoi aspetti?
“… non so più nemmeno quello che ho visto veramente. Forse è soltanto una paranoia”
“forse ha solo paura di perderlo, per questo vede tutto come una minaccia”
“eh … probabilmente ha ragione … amo Serguei, lo amo da impazzire … è per questo che mi fa così male”
“perché non prova a parlargli?”
“perché non so come reagirei. Temo di rivedere quel momento … lui e Helena. Non so se riuscirò a sopportarlo”
Cantin rinunciò “la scelta sta a lei. Ma da come la vedo io, Serguei ha in mente soltanto lei. Non butterei via una cosa così preziosa come il suo amore”
“ci penserò”

Si strinsero la mano e Lotjuska uscì dalla camera; scrutò ogni angolo del corridoio, sperando di non incontrare nessuno. Si avvicinò silenziosamente alla porta della loro stanza cercando di sentire se c’era qualcuno dentro; in fondo sperava di trovarvi Serguei, magari che l’aspettava. Non si sentiva pronta a parlargli, ma sapeva che se voleva risolvere la questione doveva affrontare subito quella discussione. La camera sembrava completamente deserta. Chissà dov’era andato Serguei. “Se lo trovo di nuovo con quella, giuro che non mi vedrà mai più” pensò mentre scendeva le scale per andare al bar. Strada facendo incontrò Felix.
“signor Smetana, mi scusi. Per caso ha visto Serguei?”
“era al bar fino ad un quarto d’ora fa. Poi ha salito le scale, probabilmente è in camera”

Lotjuska pensò che Serguei fosse tornato in camera e si fosse addormentato, quindi andò comunque al bar per bersi qualcosa prima di tornare a cercarlo. Una volta lì, però, incontrò con sua grande irritazione, la causa della sua disperazione. Helena stava al bancone insieme al suo automa James e non appena vide Lotjuska arrivare le fece cenno di raggiungerla.

“non lo prenda sul personale, signora Romanski, ma lei è l’ultima persona con cui voglio parlare” mormorò mentre si sedeva accanto a lei, guardandola il meno possibile.
“non appena ti ha vista, Serguei si è completamente dimenticato di me e ti è corso dietro”
“lo so, c’ero anch’io”
“eppure non ti rendi conto di quanto tiene a te. Serguei era venuto da me, nel tentativo di farmi sentire in colpa della fine disastrosa della sua fabbrica. Dubito che la sua visita sottintendesse dell’altro. E per quel che mi riguarda, Serguei è soltanto un pallone gonfiato che pretendeva che io potessi provare per lui la stessa stima che lui provava per me” poi il suo sguardo, chi fin’ora si era soffermato soltanto sul bancone, sui bicchieri e sulle bottiglie, si posò su Lotjuska “si è trovato una bella giovane … andrete incontro a molte critiche”
“non ha più importanza, ormai” Lotjuska alzò le spalle, rassegnata.
“ma lui ti ama veramente. Il suo sguardo mentre si rendeva conto del male che ti aveva fatto era mille volte più afflitto di quando mi ha raccontato di quello che io avevo fatto a lui, quando l’ho lasciato mentre la fabbrica gli crollava addosso”
“come fa a saperlo, se indossa sempre la maschera?” le domandò con scetticismo.
“ci sono molti modi di capire lo sguardo di una persona; Serguei non è molto più giovane di me, e anche lui è in quell’età in cui lo sguardo è soltanto uno dei tanti tasselli che compongono i suoi sentimenti: la sua voce rotta, la sua postura incerta, le sue mani che tremavano … quando parlava con me non lasciava trapelare nulla, ma quando sei arrivata tu, ti assicuro che tutto stava di nuovo crollando su di lui”
“forse non sono la persona adatta per lui. Serguei ha bisogno di qualcuno che sappia come ci si prende cura di uno della sua età”
“lascialo in una casa di riposo allora!” Helena iniziò a spazientirsi della testardaggine di Lotjuska “credi che se trovasse una donna della sua età, lei sarebbe in grado di occuparsi di lui? Abbiamo tutti le stesse necessità, non possiamo pretendere di trovare un compagno che ci faccia da badante”
“crede che Serguei mi ami perché mi considera una badante?!”
“certo che no! È proprio quello che sto cercando di farti capire! Ti ama senza pretendere nulla da te, se non vedere ricambiati i suoi sentimenti”
“quindi … tra lei e Serguei …”
“non c’è assolutamente nulla, come te lo posso far capire? E poi dubito che lui mi abbia mai amato come donna … voleva soltanto un uccellino da tenere in gabbia che canti a suo comando. Per questo trovo strano che tu riesca ad amarlo. È una persona così egoista”
“era solo, da troppo tempo. Come si fa a non diventare egoisti quando si è completamente soli?”
“forse hai ragione. Non credo che lui possa cambiare, ma se ci riesci … beh … chi l’ha detto che i miracoli non accadano?”

Di fronte all’incapacità di ribattere, Lotjuska si fermò a riflettere; forse Helena aveva ragione, Serguei non aveva intenzione di tradirla. Eppure il ricordo di lui nella sua stanza era così doloroso che non faceva altro che confonderle ancora di più le idee.
“non è che sta cercando di farci riappacificare perché vuole liberarsi di Serguei?”
“mentirei se ti dicessi di no. Quell’uomo è la più grande seccatura che mi sia mai capitata nella vita; ma non è questo il principale motivo. Voi due vi amate, e non posso restare indifferente nel vedervi soffrire per quest’incomprensione. Soprattutto te, Lotjuska … sei così giovane, e trovo assurdo che tu possa trovare qualcosa di interessante in lui; ma è palese che tieni a Serguei più di qualunque altra cosa. Non vale la pena di buttare via quello che siete per colpa di una sua debolezza”
“… o forse per colpa della mia gelosia” continuò Lotjuska “non ho ancora deciso, ma potrei convincermi a parlargli, a dargli una possibilità”
“no, Lotjuska. Non devi dargli un’altra possibilità. Così terresti il conto di tutti i suoi errori, e questo non è amore. Se lo perdoni, dimentica tutto e andate avanti insieme, senza contare i vostri sbagli”
Lotjuska non rispose; sapeva che Helena aveva ragione, ma si domandava se fosse stata in grado di perdonare Serguei, ora e tutte le volte future in cui lui cederà ancora. E poi si chiese se anche Serguei sarebbe riuscito a perdonare i suoi sbagli. Non poteva pretendere di essere migliore di lui.
“Lotjuska?”
La voce di Helena la fece tornare nella realtà.
“si?”
“il tempo non ha pietà di nessuno. Arriverà un momento in cui Serguei non sarà più in grado di vederti come una volta, nemmeno di sentirti … e sarà in quel momento che avrà più cose da dirti, che avrà più bisogno di vederti e sentirti vicina. E lui questo lo sa. Quindi se tornerai da lui, ricordati che ha già iniziato a considerarti come tutto quello che gli rimarrà. Con questo non voglio dire che devi riappacificarti con lui perché provi pena … soltanto, lui non può più permettersi di avere ambizioni, dei sogni per il futuro o dei progetti a termine troppo lungo. Ha solo te, e sei tutto per lui”
Aveva già pensato a tutto questo molto tempo prima, e più volte si era chiesta se fosse stata in grado di restargli vicino quando, sperava il più tardi possibile, gli sarebbe rimasto veramente poco da vivere e lei si sarebbe ritrovata a dover accettare di andare avanti da sola.
“grazie per la chiacchierata, Helena. Anche se forse mi ha dato un po’ troppo su cui pensare”

Serguei aveva atteso il ritorno della sua Lotjuska per dei minuti interminabili, domandandosi se sarebbe mai tornata in camera. Si ripeteva che sarebbe dovuta per forza passare di lì, perché anche se non avesse voluto più avere a che fare con lui, sarebbe dovuta venire a prendere le sue cose; ma forse non ci teneva così tanto, e ciò significava che poteva anche già essersene andata via, con l’ultimo treno che aveva sentito partire una decina di minuti fa. Nelle ultime ore si era rimproverato fino alla disperazione per essere entrato nella stanza di Helena, considerandolo il più grande errore della sua vita. E si rendeva conto di averne fatti tanti. Ma quello … quello era fra tutti l’errore che rischiava di segnare la fine del periodo che riteneva il più bello, l’ultima occasione che aveva. Perché si era lasciato convincere da quella voce? Perché era riuscita ad attirarlo più della consapevolezza che era meglio andare da Lotjuska? Lei era davvero di così poco conto per lui, che poteva ignorarla in quella maniera e finire nella stanza di un’altra? Solo adesso si rendeva conto di quanto assurda era stata la sua decisione, ma perché doveva capirlo soltanto dopo aver causato quel disastro?
Si sentiva il cuore in pezzi e a rendere il tutto ancora peggiore era sapere che il dolore più grande in quel momento probabilmente era Lotjuska a provarlo.

Sentì in lontananza salire le scale e la voce di Lotjuska che salutava velocemente qualcuno che aveva incontrato nel corridoio. Eccola, stava arrivando! Serguei non sapeva come comportarsi: farsi trovare in lacrime seduto a bordo del letto in preda alla disperazione, tentando di fare appello alla sua compassione, o chiudersi in bagno e cercare di recuperare un aspetto a malapena decente, aspettando qualche minuto prima di uscire e tentare di parlarle? I passi si avvicinavano e Serguei si alzò in fretta dal letto e corse in bagno; aprì il rubinetto mentre Lotjuska entrava, in modo da farle capire che c’era.

Lei tirò un sospiro di sollievo nel saperlo in camera; non lo vedeva da parecchio e anche se affranta si preoccupava comunque per lui. E poi quello era l’unico momento giusto per parlare. Poi forse sarebbe stato troppo tardi, la voglia di riparare le cose le sarebbe passata e avrebbe ceduto il posto alla rassegnazione. Si appoggiò al muro e aspettò che uscisse.

“Lotjuska …” mormorò Serguei, incapace di dire altro.
“Serguei, non ero nemmeno sicura di trovarti qui” rispose lei, ancora con la freddezza di una persona tradita.
“mi cercavi?”
“non sapevo dov’eri, qualche domanda me la sono fatta”
“eri preoccupata?” Serguei era speranzoso; se si preoccupava ancora per lui, allora non era finita.
“più o meno”
Serguei tornò a sedersi sul letto, agitato come mai gli era accaduto; ma non disse nulla, voleva che fosse lei a partire. Dal canto suo, Lotjuska cercava di trovare le parole giuste per iniziare un discorso. Dopo quella chiacchierata con Helena, vederselo di fronte le dava un vago sentore di benessere, come se volesse davvero credere che non fosse successo nulla. Le sarebbe piaciuto pensare che tutto quello che aveva visto non fosse stato altro che uno scherzo della sua mente, e in parte se ne stava già convincendo. Perché sapeva che Helena aveva ragione; era evidente persino in quel momento di silenzio opprimente che Serguei era pazzo di lei e che la sua ossessione per Helena riguardava solamente il suo canto … perché Lotjuska non era in grado di comprenderlo?

“ti trovi bene in questa stanza?” esordì lei. Fu la domanda più stupida che le venne in mente, ma era anche l’unico modo per iniziare a parlare, altrimenti sarebbe rimasta lì in silenzio a pensare ad una frase ad effetto che non sarebbe mai arrivata. E in tal caso sarebbe stato come se non fosse nemmeno entrata in quella camera.
“è comoda … forse un po’ dispersiva per i miei gusti” in realtà la camera non era affatto dispersiva per una mente oggettiva, era il suo sentirsi improvvisamente solo ed insicuro che la rendeva così fredda ai suoi occhi.
“già; non ci si fa caso quando si ha altro a cui pensare”
“ti riferisci ai noi due che si amano, o ai noi due che non riescono nemmeno a parlarsi?”
Lotjuska accennò un sorriso.
“stavo pensando a prima … e comunque neanche allora ci riuscivamo a parlare”
“no, perché non ne avevamo bisogno. Ma adesso …”
La voce rotta di Serguei fece crollare tutta la resistenza di Lotjuska.
“lo ammetto” lo interruppe bruscamente “ho esagerato io. Ti ho visto con Helena, ma mi sono immaginata tutto il resto. Non so perché anche rendendomene conto non riesca ad andare oltre”
Raggiunse Serguei ma non gli si sedette vicino; si sdraiò appoggiandosi allo schienale, mantenendo le distanze.
“ho anch’io le mie colpe, Loty” proseguì Serguei, tremando per la paura di parlare e rovinare tutto “non dovevo entrare in quella stanza, non dovevo parlare con Helena. Ma ho ceduto”
Si voltò a guardarla e quasi la supplicò in ginocchio “perdonami Loty. Non posso tornare indietro e cancellare quello che ho fatto, ma voglio andare avanti accanto a te. So di aver sbagliato, e potrei capire se non mi vorrai più … ma restare senza di te mi ucciderà”

Lotjuska gli carezzò il dorso della mano, lo percepiva angosciato e debole. E quella non poteva essere finzione.
“vieni qui”
Leggermente sollevato, Serguei le si avvicino, appoggiò timidamente la testa sulla sua spalla e le baciò il collo. Non si permise nient’altro, non sapeva ancora fino a che punto fosse stato perdonato.
“qualunque cosa tu decida di fare, io ti amerò per sempre” poi lei si accoccolò stretto e rimase in silenzio in attesa del suo verdetto. Non aveva mai temuto così tanto di ricevere un no come risposta. Intanto Lotjuska gli carezzava delicatamente i capelli ripensando in continuazione alle parole di Helena, a quanto Serguei aveva bisogno di qualcuno al suo fianco, a cosa avrebbe fatto lei se non fosse riuscita ad andare oltre quello screzio. I suoi capelli erano morbidi, ricchi di sfumature che andavano dal grigio scuro all’argento, un po’ più lunghetti rispetto alla prima volta che si erano incontrati. Serguei non aveva nulla che lo poteva rendere attraente agli occhi di una ragazza giovane come lei, eppure per l’ennesima volta Lotjuska era preda di un qualcosa in lui che lo rendeva irresistibile. Forse era proprio quell’essere completamente fuori dal comune, una differenza che lo rendeva inevitabilmente soltanto suo, oppure era il luccichio ancora pieno di vitalità che spiccava da dietro le sue lenti scure, o magari era la sua pazzia mista a fragilità a dargli quell’amabilità che Lotjuska non poteva ignorare. E in quel preciso momento, così stretto a lei e con le mani tremanti, non vi era che la sua fragilità, la sua voglia di tornare a vivere anche se ad un passo dalla morte che veniva minata dalla sua distanza. Continuò ad accarezzargli i capelli ancora un po’, ascoltando soltanto il suo respiro che si univa al rumore della pioggia e dal vento; come avrebbe fatto a sopportarne la mancanza?

“ne dovrò passare parecchie con te, vero?”
Serguei alzò lo sguardo e cercò di capire cosa ci fosse dietro quella domanda; voleva dire che aveva il coraggio per restare con lui, o che per lei non valeva la pena e lo stava lasciando per sempre?
“io … farò del mio meglio, per renderti felice … non importa quante ne dovremo passare … lo sai questo, vero?” Serguei stava per crollare, non sopportava più quel dubbio.
Doveva sapere adesso cosa ne sarebbe stato di loro.
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Re: Fan Fiction

Postby Oscar_ModelloXZ2000 » Thu 6 Sep 2018 17:27

Daaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!
Eh... letto tutto :mrgreen: nulla da dire.
Aspetto il prossimo!
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Re: Fan Fiction

Postby Loty Borodine » Fri 23 Nov 2018 02:19

CAP.19
questo capitolo è il regalo di bentornato per Oscar ... quando tornerà ...



Neuchâtel, 03 Giugno 2012

Lotjuska si era allontanata dal ristorante sperando che nessuno notasse la sua assenza; non doveva essere un problema, in quegli anni l’unica volta che i suoi compagni l’avevano vista era durante le lezioni, per il resto non avevano mai avuto nessun contatto con lei. Soltanto alla sua coinquilina, una studentessa che frequentava la sua stessa classe, le era stato concesso di conoscerla un po’ meglio. E quella sera, l’aveva vista uscire e non poté fare a meno di seguirla.
“mi hai fatto fare un bel giro per seguirti. Non ce la fai proprio a restare con gli altri?” commentò mentre le si sedeva accanto, sulla panchina di fronte al lago.
“mi stavo solo facendo un giro … e poi anche un lago piatto ed immobile è più interessante della nostra classe”
“forse, se gli avessi dato una possibilità, e avessi provato a conoscerli meglio ...... ”
“Marina, io non sono come te, che faccio amicizia con tutti. Avevo altro da fare”
“tipo?”
“quando mia nonna ha deciso di mettersi insieme al padre del mio ragazzo le cose sono un po’ cambiate. Non lo so perché, ma io e Ed non riuscivamo più a vederci allo stesso modo; forse non eravamo fatti per stare insieme, altrimenti questo non ci avrebbe fermato. E poi dovevo preparare la tesi, non sapevi che quest’anno abbiamo gli esami?”
“non avrai passato tutti i cinque anni a preparare la tesi, vero?”
“a prepararla, stracciarla e rifarla mille volte”
“e probabilmente la prima volta andava già benissimo”
“certo … ma non era coerente con il mio progetto. Come faccio a portare agli esami un automa che fa una cosa e una tesi che parla di tutt’altro”
Marina scosse la testa ridendo.
“ancora con quell’automa? Perché non fai qualche oggettino più semplice, giusto per far capire ai professori che hai imparato quello che dovevi imparare?”
“non volevo cavarmela con un oggettino semplice. Volevo lasciare tutti senza parole e Zhivoi era perfetto”
“… Zhivoi?”
“l’avevo chiamato così. Perché? Non davate mai i nomi a quei piccoli robot che facevate in officina”
“no. Li costruivamo e poi li distruggevamo”
“comunque, vi ho dovuto rinunciare. All’inizio funzionava, poi ha dato di matto e non si è più riattivato”
“peccato”
Lotjuska si limitò ad alzare le spalle, rassegnata.
“ecco perché te ne stai tutto il tempo all’officina: non hai più il pezzo forte della tua tesi e devi trovare una soluzione”
“più o meno”
Per un po’ ci fu silenzio, rimasero entrambe a fissare il lago, nero e inanimato, in perfetta sintonia con l’uniforme ambiente circostante abitato soltanto da degli alberi piantati in maniera così ordinata da risultare deprimente. Oltre al rumore del vento c’erano soltanto i motori di alcune macchine distanti che andavano e venivano, del tutto irrilevanti in quel momento, ma Lotjuska sapeva che la sera seguente anche lei avrebbe intrapreso la loro stessa strada per tornare in Germania. L’idea di tornare là le piaceva ma allo stesso tempo la angosciava; non sarebbe rimasta a lungo ad Amburgo.

“cosa farai dopo gli esami?”
“i miei parlavano di trasferirsi qui”
“davvero?” Marina all’inizio sembrò contrariata, ma poi si mise nei panni dell’amica, che non aveva scelta “beh, qui è un bel posto …”
“vero. Ma mio padre ha anche proposto di andare in Italia e abitare vicino ai suoi zii. Non so niente dell’Italia, ci sono stata per troppo poco tempo, e ho visto soltanto l’isolato dove abitano i miei prozii. E sono quasi certa che alla fine la scelta sarà questa”
“è così terribile?”
“dovrò iniziare tutto dall’inizio, di nuovo”


Komkolzgrad, 1 Luglio 1969

Era il 1 Luglio più piovoso di sempre e gli ultimi preparativi stavano procedendo troppo lentamente per i gusti di Serguei, il quale si innervosiva ogni volta che le lancette dell’orologio facevano passare un’altra ora. Il giorno seguente sarebbe arrivata la cantante Helena Romanski e non c’era ancora nulla di pronto per il suo concerto; Serguei non era nemmeno d’accordo con quell’interruzione dei lavori per starsene lì fermi ad ascoltare una cantante. Per quanto brava potesse essere, quello era pur sempre un giorno di lavoro che andava perso e che si doveva recuperare lavorando il doppio.

“direttore, non viene a mangiare?” domandò un minatore bussando alla porta del suo ufficio.
“che ore sono?” domandò distrattamente.
“le sette, fra poco ceniamo”
Ultimamente Serguei si era dimenticato spesso di mangiare, la tensione non gli faceva sentire la fame e faceva preoccupare i lavoratori che lo circondavano. Loro non riuscivano a capire perché fosse così nervoso, se fosse colpa loro, che non lavoravano come voleva, oppure se l’importante responsabilità di essere il direttore lo stesse schiacciando.
In compenso non mancava mai alle serate in compagnia di tutti i minatori, solo che passava tutto il tempo in disparte chiacchierando con pochi e bevendo senza sosta; il vuoto che le sue infinite ore di lavoro e i pasti saltati gli lasciavano veniva riempito dalla Vodka, e fino a qualche tempo prima anche dall’amicizia con Boris. Un’amicizia che si stava incrinando sempre di più a causa dell’astio che c’era tra Serguei e Hans, quello arrivato per ultimo ma che si era attirato le simpatie di tutti fuorché del direttore che lo vedeva sempre come un rivale che riusciva in tutto decisamente meglio di lui.
“tovarish Borodine?” il minatore lo chiamò di nuovo.
“… arrivo. Altri cinque minuti e ho finito”

Raggiunta quella grande stanza usata come mensa, Serguei si sentì di colpo sopraffatto da un’ondata chiassosa di vocii e rumori. Tutta quella gente, sebbene conosciuta, lo faceva sentire confuso e smarrito, come se non fosse più in grado di tenere la situazione sotto controllo. Non credeva che diventare direttore avesse portato a questo, ma non si lasciò sconfiggere; rintracciò il minatore che lo aveva chiamato e si sedette accanto a lui con il piatto vuoto.
“direttore, non mangia?”
“non ho fame”
Il minatore gli prese il piatto e si alzò.
“allora vado io a prenderti qualcosa. Se il nostro direttore muore di fame noi non abbiamo più lavoro!”
Tornò con il piatto colmo di piroshki preparati da una famiglia che abitava a pochi passi dalla fabbrica e una ciotola di borsh fumante. Di fronte ai quei profumi invitanti persino una mente sovraffollata di preoccupazioni come quella di Serguei si lasciava catturare da un improvviso appetito.

“a che punto siamo con il palco? Non ho ancora avuto modo di vederlo”
“non male. Mancano ancora dei piccoli aggiustamenti, che faremo domani insieme a Hans”
“Hans? Perché lui?”
“ha progettato lui buona parte del palco, non lo sapevi?”
Serguei sollevò gli occhi al cielo, trattenendo l’esasperazione nascosta sotto la sua maschera “ne avevo sentito parlare, ma ero troppo impegnato nel mettere in sicurezza gli ingressi alla miniera e le statue dei binari per venire a verificare di persona”
“le statue sono a posto, le ha già controllate Hans!” esclamò il minatore, con tutta l’ingenuità di qualcuno che non ha alcuna idea dell’astio che c’era tra lui e il suo “rivale”.
Serguei non rispose più nulla, incerto di sapersi controllare ora che ogni merito veniva attribuito ad Hans, e si mise a mangiare velocemente e carico di nervosismo.

Quella notte la passò a controllare e ricontrollare ogni cosa, all’insaputa dei minatori, e soprattutto ad esaminare i vari lavori di Hans. In cuor suo sperava di trovarvi un difetto, qualcosa che potesse screditarlo almeno un poco, quel che bastava perché i minatori non lo vedessero più su quel piedistallo, con quella sua nomina di Genio della Meccanica. Ma niente. Era tutto schifosamente perfetto, intoccabile.

___________________________________________________

“io … farò del mio meglio, per renderti felice … non importa quante ne dovremo passare … lo sai questo, vero?” Serguei stava per crollare, non sopportava più quel dubbio. Doveva sapere adesso cosa ne sarebbe stato di loro.

“lo so” rispose Lotjuska, ancora troppo freddamente per tranquillizzarlo. Nella sua voce sommessa si poteva percepire un vuoto che non era ancora stato del tutto colmato, un perdono che tardava ad arrivare e una tristezza che non era ancora completamente convinta di andarsene.
“Lotjuska …?”
Sopraffatto dall’ansia Serguei chiuse gli occhi in attesa di un verdetto che non era più sicuro di voler conoscere; per quanto si sforzasse, per quanto potesse giurarle amore eterno, forse non era abbastanza per cancellare quello che lei aveva visto, o che credeva di aver visto.
Quando ormai aveva smesso di sperarci, sentì inaspettatamente una mano carezzargli il viso e l’altro braccio stringerlo più forte vicino alla sua amata; poi un silenzioso bacio gli riscaldò il sangue che fin’ora era rimasto raggelato dall’angoscia.
Era un bacio semplice, senza nessuna passione sfrenata o colpi di scena. Un unico tranquillo gesto in cui racchiuse la sua scelta; quella di restare con lui.
“quindi..”
“non dire niente” dopo un altro bacio fu Lotjuska a parlare, sebbene in quel momento trovasse irrilevante qualunque cosa avesse da dire “sei troppo importante per lasciarti per qualcosa di cui non sono nemmeno sicura. E preferisco credere di essermi sbagliata del tutto piuttosto che vivere con un dubbio che non ci terrà mai vicini quanto vorremmo. So che non sarà semplice, ma perderti non è tra le scelte che voglio avere”
Serguei obbedì, non osando più dire nulla; era fin troppo incredibile che ora si stesse davvero trovando stretto tra le sue braccia, sfiorato dolcemente dalle sue labbra che tanto temeva di aver perduto. Si sentì all’improvviso leggero, come se un peso enorme sopra di lui fosse appena stato tolto, lasciando il posto ad un’irrefrenabile senso di beatitudine. Si abbandonò a quella sensazione, promettendo a se stesso che non avrebbe mai più fatto nulla per rischiare di perderla nuovamente, e continuò a ripeterselo finchè il ricordo di un dovere che aveva rimandato troppo a lungo lo fece alzare.

“Loty, ho una cosa per te. C’è l’ho da prima ancora che lasciassimo Komkolzgrad, ma non ho mai avuto occasione di dartela, e in quei pochi momenti di tranquillità me ne sono completamente dimenticato … ero troppo preso da te”
Sfilò dalla tasca interna della giacca un ciondolo a forma di cuore, composto da un filo di ferro lisciato a dovere per non graffiare e una piccola pietra rossa al centro.
“Serguei … è meraviglioso … ma da dove viene? Dove l’hai trovato?” pensò che l’avesse preso dalla casa dove avevano alloggiato, ma non ricordava di aver mai visto nulla di simile mentre erano là.
“l’ho fatto io. Mi sono trovato in tasca questi ingranaggi arrugginiti, probabilmente avanzati da qualche mio vecchio lavoro a Komkolzgrad e ne ho ricavato questo. La pietra in realtà non ha gran valore, è soltanto uno zircone colorato. All’inizio degli anni novanta me ne ero procurati un po’ per ricreare alcuni dei gioielli di Helena Romanski da tenere nel suo museo …” mise il ciondolo al collo di Lotjuska, poi restò per alcuni secondi ad ammirarlo commosso “sta molto meglio a te che ad un manichino che avrebbe dovuto rappresentare invano Helena”
Lotjuska non si prese neanche il tempo di guardarsi allo specchio con il suo nuovo gioiello, si rituffò immediatamente tra le braccia del suo amato, sempre più convinta a lasciarsi alle spalle quello che aveva visto nella camera di Helena. Come poteva temere di essere stata tradita quando le faceva un regalo simile, fatto con tanto amore?

Solo l’improvvisa suoneria del telefono di Lotjuska li separò da quella stretta.
“pronto? Mama, sei tu? Non riesco a sentirti, aspetta che esco”
Serguei si lasciò cadere sul letto mentre guardava la sua amata Lotjuska uscire nervosamente dalla stanza nella speranza di trovare più campo fuori dall’albergo. Era così sollevato da come erano andate a finire le cose che non riusciva ad immaginare nulla che potesse rovinare quel momento. La madre di Lotjuska probabilmente l’aveva chiamata per avere sue notizie e sapere come stava, niente di cui preoccuparsi … presto lei sarebbe tornata e avrebbero ripreso da dove si erano fermati.
Si affacciò alla finestra e la vide parlare al telefono, sembrava tranquilla finchè non riattaccò e si affrettò a tornare dentro.
Forse fuori era freddo, oppure aveva fretta di tornare in camera, o forse sua madre le aveva detto qualcosa di allarmante, come per esempio …
“mio padre sta venendo qui!” esclamò Lotjuska irrompendo nella stanza, prima ancora che Serguei potesse allontanarsi dalla finestra.
“come ha fatto a trovarci?” chiese, incapace di crederci.
“non lo so, ero sicura che con quello sbaglio alla stazione sarebbe stato impossibile trovarci”
“adesso che facciamo?”
“dobbiamo partire, alla svelta. Vado a chiedere a Felix quando passa di qua il prossimo treno, o qualsiasi altro mezzo per lasciare Aralbad. Tu prendi quel poco che ci siamo portati dietro” gli diede un bacio veloce e corse giù. Aveva già dimenticato il motivo per cui prima non ne voleva più sapere di lui, ora pensava soltanto ad andarsene; non intendeva scappare da suo padre, ma temeva che questa volta non sarebbe stato troppo clemente con Serguei. Avrebbe preferito incontrarlo senza di lui.

Scese le scale, si diresse a grandi passi verso l’ingresso e all’improvviso, tanto che per poco non perse l’equilibrio, si sentì il braccio tirare violentemente da una parte.
“cosa … papà?”
Suo padre stava passando proprio di lì, diretto verso le scale quando se la vide passare davanti ed istintivamente l’afferrò.
“Loty! Cosa ti passa per la testa?” esclamò senza mollare la presa “ti rendi conto di tutta la strada che mi hai fatto fare per arrivare fin qui?”
“ma … ma perché sei venuto?”
“per riportarti a casa e farti dimenticare una buona volta quest’idea folle! Sei andata alla casa di risposo per portarti via quel vecchio, ma sei impazzita?”
“papà, Serguei sarebbe morto se fosse rimasto lì”
“la vita di quell’uomo non è una tua responsabilità”
“lo è! L’ho salvato io!”
Per qualche istante Mauro si sentì combattuto; tra se e se malediva quel giorno in cui Lotjuska salvò Serguei, ma d’altra parte non era giusto preferire la sua morte. Semplicemente avrebbe preferito che Lotjuska l’avesse salvato e poi fosse tornata sui suoi passi, lasciando Serguei alle cure di qualcuno competente e dimenticandolo del tutto.

“bene, l’hai salvato. Ma ora basta, lascialo andare per la sua strada e tu torna a casa”
“la sua strada è diventata anche la mia. È la nostra strada”
“non posso permetterti di buttare via la tua vita andando dietro ad un vecchio”
“e se quel vecchio mi stesse rendendo più felice di chiunque altro?”
“si? E come? Cosa fa di tanto speciale?”
lui è speciale. Lo è per me”
Mauro scosse la testa. Non sapeva più che argomenti sfruttare per ragionare con lei.
“non c’è modo di farti capire?”
“non c’è nulla da capire”

Ad interrompere quella discussione senza meta fu Felix.
“buongiorno, posso fare qualcosa per lei, signore?”
“no, grazie. Sono soltanto venuto a prendere mia figlia”
“ah. E Serguei?” domandò Felix, senza nemmeno immaginare come stessero le cose.
“Serguei verrà via con me, per forza” disse Lotjuska, sostenendo lo sguardo del padre con occhi altrettanto irremovibili “altrimenti non me ne andrò di qui”.
Mauro intuì che Lotjuska non aveva alcuna intenzione di cedere e sospirando rivolse uno sguardo rassegnato verso Felix.
“qui c’è un bar o un posto dove bere qualcosa?”
“si, da quella parte”
“Loty, tu va a prendere le tue cose … poi riparleremo di cosa farne di Serguei”

Lotjuska si diresse verso la camera faticando persino a tenersi in equilibrio sulle proprie gambe per la preoccupazione. Come avrebbe fatto ora a non perdere un’altra volta il suo Serguei? Sarebbe stato impossibile convincere suo padre a ripartire con lui a bordo dello stresso treno, e altrettanto improbabile eludere quell’imminente partenza che l’avrebbe separata da lui, questa volta forse definitivamente. Entrò nella loro stanza con le mani tremanti, riformulando mille modi diversi per spiegare a Serguei come si era capovolta la loro situazione e in ogni caso non era capace di arrivare fino in fondo alle sue frasi senza sentirsi impazzire.

“Serguei, ti devo parlare”
Ma Serguei non era nella camera.
“Serguei? Sei in bagno?”
Nessuna risposta.
Lotjuska uscì dalla stanza, convinta che Serguei fossa già uscito e probabilmente ora si trovava vicino ai binari in attesa di lei. In effetti non era rimasto nulla di loro nella camera, nemmeno la sua borsa, quindi doveva essere andato a parcheggiarla da qualche parte, pronta per essere caricata. Non che fosse particolarmente pesante, ma era comunque una borsa piuttosto ingombrante da portarsi sempre dietro.

All’uscita non vide Serguei, ma notò due treni fermi proprio lì di fronte a lei. Uno era quello su cui era giunto Mauro che stava per ripartire verso quello che si trovava più a est di Aralbad, mentre l’altro andava dalla parte opposta, tornando verso l’Europa occidentale. Le balenò in testa la folle idea di saltare sul primo treno insieme a Serguei e avventurarsi in qualsiasi cosa ci fosse stata dopo Aralbad, una fuga improvvisa verso l’ignoto alla quale ormai si era abituata. In quei mesi aveva buttato all’aria la sua mania di pianificare tutto e si era lasciata guidare dall’istinto e questa volta non faceva eccezione: dovevano salire subito su quel treno. Ma dov’era finito Serguei? Lo cercò nei dintorni, convinta che dovesse essere lì fuori, da qualche parte intorno all’albergo.

Nel frattempo Mauro aveva raggiunto il bar e aveva fatto un incontro piuttosto particolare, sgradito ma giusto in tempo.
“Serguei. Ancora tu …” gli disse cogliendolo alle spalle. Serguei si voltò di soprassalto e trovandosi Mauro di fronte non poté far altro che stringere a se la borsa di Lotjuska, tutto quello che al momento gli poteva dare un piccolo sostegno emotivo.
“buongiorno, signore …” disse con una voce quasi strozzata dalla tensione. Si aspettava di tutto da lui, il padre della giovane ragazza di cui si era innamorato e che a causa sua aveva lasciato la sua casa ed era finita in quel posto. Non si stupiva nel credere che in quel momento lo stesse odiando a morte.
“possiamo parlare?” gli propose Mauro con tranquillità.
“si … certo”

Una mezz’ora dopo, anche di più, quando ormai Lotjuska era esasperata dall’assenza di Serguei e dalla presenza di Mauro e ingenuamente non aveva preso in considerazione la pericolosa eventualità che si potessero trovare insieme, si era seduta su una panchina di fronte ai binari e permetteva ai soavi fiocchi di neve che cadevano di tranquillizzarla almeno superficialmente. Ogni tanto si voltava a guardare l’entrata dell’albergo nella speranza di vedere Serguei comparire, dopodiché tornava a guardare i due treni sempre più prossimi alla partenza. Quell’attesa e quell’assenza erano angoscianti, cominciò a temere che gli fosse successo qualcosa mentre lei era via, ma non riusciva a spiegarsi cosa … spero almeno che non sia andato di nuovo da Helena, pensò, cercando di impedire che la gelosia ritornasse a insinuarle dubbi nella testa.

Finalmente lo vide uscire dalla porta, e nulla la trattenne dal corrergli incontro.
“Serguei! Mi hai fatto preoccupare, dov’eri finito?” gli disse esultante baciandolo più volte.
“ero dentro” rispose lui, freddamente.
“amore, mi è venuta un’idea. Saliamo su quel treno, e vediamo dove ci porta. Certo, papà ci seguirà, ma dovrà aspettare un altro treno e nel frattempo noi avremo guadagnato un po’ di vantaggio”
Serguei porse a Lotjuska la sua borsa tenendo gli occhi bassi.
“io non vengo”
“… come non vieni?” lei rimase a fissarlo incredula, cercando di capire se stesse scherzando o fosse serio.
“non vengo. Punto”
“perché??”
“… io … non posso venire. Resto qui”
Pochi secondi dopo Lotjuska vide uscire dall’albergo Helena sulla sedia a rotelle spinta dal suo automa.
“è per Helena, vero?”
Serguei non disse nulla. In realtà non si aspettava che Lotjuska gli facesse quella domanda.
“proprio non riesci ad andare avanti? A non pensare più a lei?”
Ancora silenzio. Non sapeva come rispondere, se darle ragione o provare a spiegarle qualcosa che nemmeno lui sapeva comprendere.
“non posso crederci …” l’incredulità cedette il posto alla rabbia e Lotjuska tornò a provare per Serguei la stessa repulsione che aveva provato prima, quando lo vide nella stanza di Helena.
“Lotjuska, ti prego, sali sul treno con tuo padre e torna a casa. È meglio così”

Con uno sguardo pieno di rancore Lotjuska si staccò con violenza il ciondolo dal collo e lo gettò a terra ai piedi di Serguei e gli strappò la borsa dalle mani. In quel momento avrebbe voluto gridargli contro tutto il male che le stava facendo, e forse prenderlo anche a schiaffi e pugni, ma non voleva più perdere tempo con lui. Gli voltò le spalle senza dire più nulla e salì sul treno, dove poté finalmente disperarsi senza nessuno che potesse vederla, compatirla o rimproverarla.

Poco dopo anche Mauro s’incamminò verso il treno, ma si fermò a pochi passi da Serguei.
“hai fatto la cosa giusta a lasciarla libera”
“l’ho lasciata libera perché la amo” poi si tolse la maschera e gli lanciò un’occhiata sconfitta “nessuno la amerà mai quanto la amo io”
Mauro non aggiunse nulla e raggiunse il treno, che partì qualche minuto dopo; Serguei continuò a guardarlo portarsi via la sua Lotjuska finchè non diventò un puntino indistinguibile all’orizzonte. Si rimise la maschera, la sua unica amica rimasta e si inginocchiò a recuperare ciò che rimaneva del ciondolo. Lotjuska l’aveva gettato a terra con così tanta rabbia e forza che si era ridotto ad un mucchietto di ingranaggi senza forma ne scopo. Si ostinò a ricostruire il cuore ma non trovava più la pietra rossa, e senza di quella quel ciondolo per lui non valeva più nulla. Quella pietra finita chissà dove tra la neve era come la sua Lotjuska. Persa. Per sempre.

Lo raggiunse Helena, la cui gracilità non le impedì di dare un rabbioso spintone a Serguei, facendolo finire a terra, sopra il gelido manto di neve.
“ma che … Helena!? Cosa le prende?”
“signor Borodine, lei oltre che maniaco è pure un’idiota! Il più grande idiota che abbia mai messo piede su questa Terra!” gli disse con indignazione “aveva accanto a se una ragazza giovane e dall’animo tanto meraviglioso che era stata capace di amare persino lei, le aveva addirittura perdonato tutto. E l’ha mandata via. Per cosa? Per ritentare la sorte con una persona che mai e poi mai la vorrà? La sa una cosa? Lotjuska ha fatto bene ad ascoltarla e ad andarsene il più lontano possibile: le avrebbe fatto soltanto del male, e lei sarebbe stata troppo buona a perdonarla sempre. Ma se crede che ora che se ne è andata avrà campo libero con me si sbaglia di grosso, Borodine. Ora mi disgusta ancora di più di quando mi ha imprigionata nella sua fabbrica infernale e di quando si è introdotto nella mia stanza”
Serguei perse il contro e si rialzò di scatto, furioso.
“crede davvero che l’abbia lasciata per lei? Per ritentare la sorte, come ha detto, con una persona che non mi vorrà mai? L’ho capito fin troppo bene che per lei io sono soltanto un essere spregevole senza una sola qualità degna di essere apprezzata, e consapevole di questo mi rifiuto persino di pensarci a ritentare con lei! A Komkolzgrad credevo che saremmo stati bene insieme, ma ho capito che per quanto io l’avessi trattata magnificamente, come una regina, lei non mi avrebbe mai dato un briciolo di amore. E l’amore era l’unica cosa di cui avevo bisogno perché riaffiorasse in me quel poco di bene che mi era rimasto”
“ma allora, se io non sono più nulla ed è così innamorato di Lotjuska, perché l’ha lasciata andare via? In quel modo orribile, tra l’altro!”
“perché, appunto, l’amavo. L’amavo con un amore che a volte costringe a lasciarla andare quando la propria presenza la mette in pericolo”
Poi tornò in fretta dentro l’albergo, rendendosi conto che la maschera non bastava più per nascondergli le lacrime.

Helena restò lì, senza parole, a riflettere su tutto quello che era successo. Possibile che non avesse capito subito come erano andate le cose? Eppure i fatti erano successi tutti sotto i suoi occhi.
“James, riportami dentro. Qui comincia a fare troppo freddo”
“certo madame” rispose l’automa James in maniera meccanica.
“hai visto anche tu quello che è successo poco fa, vero?”
“l’ho visto”
“credi anche tu che Serguei l’abbia mandata via perché l’amava?”
“non sono stato progettato per riconoscere dei sentimenti tanto complessi. Il mio scopo è di esserle di aiuto, madame”
“capisco, James. Eppure ho sempre più la convinzione che ci sia sfuggito qualcosa”
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Re: Fan Fiction

Postby Oscar_ModelloXZ2000 » Tue 4 Dec 2018 18:05

Letto tutto, molto bene. Il prossimo! :mrgreen:
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Re: Fan Fiction

Postby Loty Borodine » Thu 7 Mar 2019 02:34

CAP.20



Il treno aveva appena varcato il confine della Francia e si apprestava a raggiungere la prossima stazione dove Lotjuska e Mauro avrebbero cambiato treno per tornare in Italia, dove la vita avrebbe ripreso come se nulla fosse successo. Nessuno dei due aveva detto una sola parola da quando erano partiti; Mauro fissava il finestrino e a Lotjuska non importava che suo padre la vedesse piangere per tutto il tragitto. Ma ad un certo punto il silenzio superò il limite.
“Loty, non ha senso restarci così male. Non ti meritava, ecco tutto”
“questo non cambia le cose. Lo amavo, e ora l’ho perso. Che mi meritasse o meno, è tutta un’altra faccenda”
“e per questo hai intenzione di piangere fino a casa e trascorrere tutto il tempo in lacrime?”
“perché no? Ho appena perso tutto ciò a cui tenevo”
“Serguei non può essere così importante per te”
“che ne sai?”
“non è il tuo tipo. Punto. Non c’è nient’altro da aggiungere”
Lotjuska abbassò lo sguardo e ritornò al suo pianto inconsolabile; capì che era inutile cercare di fargli capire quanto fosse innamorata di Serguei. Per Mauro la loro sarebbe sempre stata una relazione insana e senza prospettive. Ma ora che si ritrovava di nuovo sola, riaffioravano tutte quelle sensazioni che poco prima aveva sperato di aver perso; con nulla a distrarla, ecco che ogni secondo le sembrava l’ultimo che le restava, un futuro sempre meno nitido e un presente traballante. Soltanto il suo lavoro poteva distoglierle l’attenzione da un’angoscia simile, ma senza Serguei anche lavorare diventava parte di quella vita effimera e priva di emozioni.

Mauro la guardò di nuovo, e questa volta tentò di venirle incontro.
“ascolta, è normale sentirsi così. Ma poi passa, la vita continua e ti renderai conto che tutto sommato non c’era motivo di stare così male”
“forse … non so … adesso non riesco a pensare a come possa andare avanti la vita”
“prima di tutto, rimettiti in carreggiata con il lavoro, e non farti distrarre dagli altri. E poi, quando ci saranno le ferie, verrai a trascorrerle da noi. Inviteremo i parenti e faremo qualcosa insieme, vedrai che ti divertirai”
Lotjuska annuì, anche se la cosa riusciva a confortarla ben poco. Avrebbe preferito che oltre a lei e ai parenti, questa volta invitassero anche Serguei a trascorrere insieme le vacanze invernali.
Sarebbe stato bello. Di solito si passa parecchio tempo a raccontarsi storie ed aneddoti successi di recente, e Serguei avrebbe potuto raccontare un sacco di esperienze. Avrebbero cenato tutti insieme, nella stessa tavola, e Serguei si sarebbe unito al gruppo di ammiratori della cucina di sua nonna, avrebbero bevuto insieme Sbiten e Vodka insieme ai dolci preparati in casa e poi, come voleva la tradizione della sua famiglia, sarebbero andati tutti fuori a passeggiare sotto la neve – sempre che nevicasse -. Dopodiché, rientrati a casa, avrebbero ascoltato musica, guardato foto, chiacchierato ancora, e Serguei avrebbe fatto la conoscenza dei loro gatti e del furetto Smarty. Probabilmente quel furetto si sarebbe subito affezionato al nuovo arrivato e l’avrebbe sfinito a forza di giocare. Ormai a notte fonda ognuno sarebbe andato nella sua stanza – o si sarebbe preparato cuscini e coperte sul divano -, e lei e Serguei sarebbero andati nella stanza dove aveva trascorso l’infanzia. Lì magari avrebbero parlato, appunto, di quando erano bambini, e la conversazione sarebbe proseguita fino all’alba. A quel punto, quando il quartiere intorno alla loro casa avrebbe incominciato a svegliarsi, loro sarebbero andati a letto, si sarebbero abbracciati stretti e si sarebbero addormentati mentre si guardavano negli occhi. Forse ci sarebbe stato qualcosa di più, chi può dirlo. E poi avrebbero passato il pomeriggio a fare quei ripetitivi giochi da tavolo, sempre gli stessi eppure continuavano a divertire. Avrebbe insegnato a Serguei come si giocava a dadi, nel loro personale modo, e si sarebbe goduta il suo sguardo perplesso e sconcertato quando, giocando all’Arca di Noè, gli avrebbe detto che no, non poteva portare lei nell’arca e nemmeno la Vodka, figurarsi l’organo o il pianista automa – chissà quanto ci avrebbe messo a capire come funzionava il gioco - . Non poteva poi mancare la serata musicale, una gara spietata in cui si decretava il miglior musicofilo della famiglia; e la nottata cinema, un’intera notte trascorsa a guardare film e serie. Da non dimenticare la tanto temuta “Parata”, la cui prima vera difficoltà era descriverne lo scopo, la seconda sopravvivere e uscirne indenni; ma Serguei si sarebbe divertito insieme a tutti gli altri. Avrebbero fatto un’infinità di foto di famiglia, e Serguei sarebbe stato in ognuna di quelle, avrebbero organizzato una fuga romantica per starsene un po’ da soli – le vacanze in famiglia possono essere molto snervanti se non si trova il tempo per se stessi -, avrebbero dimenticato il tempo che passava, sarebbero stati ore alla finestra a guardare la neve cadere, avrebbero preparato insieme la cena e magari avrebbero litigato per la quantità di pepe mettere nel Borsch. Tra un’attività e l’altra avrebbero fantasticato sul loro futuro … perché insieme a lui c’era un futuro a cui pensare. E infine, al momento di tornare ognuno a casa propria, avrebbero salutato Serguei come uno di famiglia. La cosa più bella che avrebbe potuto vedere era Mauro che lo abbracciava esattamente come faceva con gli altri parenti.

Ma tutto questo non sarebbe mai potuto succedere. Niente cene tutti assieme, niente camminate sotto la neve, nessuna piccola cosa da ricordare nei mesi successivi, mai più un letto condiviso, nemmeno dandosi le spalle, e nessun futuro a cui pensare.
Tutti i suoi sogni e fantasticherie svanivano man mano che il treno proseguiva il suo viaggio. Mancava ancora un po’ di tempo alle ferie, forse le sarebbe bastato per andare oltre. Forse no.


Da quando Lotjuska era partita, Serguei aveva tentato di distrarsi passando il tempo nelle terme, osservando due clienti dell’hotel Kronsky che giocavano a scacchi. Le loro partite potevano durare a lungo, tuttavia non vi poteva partecipare attivamente, quindi mentre le pedine si muovevano sulla scacchiera i suoi pensieri andavano inevitabilmente alla sua amata ormai così distante.
Era riuscito a rimediare un costume, prestatogli da uno dei due giocatori di scacchi; gli stava un po’ largo, ma quello che gli aveva proposto l’altro giocatore era davvero troppo stretto, non gli sarebbe entrata nemmeno una gamba. Comunque non intendeva nuotare, soltanto poter restare nelle terme senza bagnare i suoi abiti e nemmeno star male dal troppo caldo; ora se ne stava con le gambe a mollo in una vasca piacevolmente calda pensando a come sarebbe stato bello condividere quella sensazione con Lotjuska. La sua Lotjuska. Pensare che era così pazza da trovarlo attraente. Lui … che era abbastanza vecchio da poter passare per suo nonno, il suo fisico risentiva dell’età e di tutti gli anni in cui l’aveva trascurato e i suoi capelli avevano perso colore lasciando che il nero cedesse il posto al grigio. Come avrebbe potuto sperare di trovare un’altra che potesse considerarlo bello?
“tutto sommato non ti sta così male il costume che ti ho prestato” disse il giocatore lanciandogli una veloce occhiata; proprio un breve sguardo, perché temeva che il suo avversario tentasse di barare.
“beh, se non mi muovo troppo non rischio di perderlo”
“già, ma meno male che hai un po’ di pancia”
Serguei abbassò lo sguardo; a Lotjuska sembrava piacergli così tanto che aveva accantonato l’idea di dimagrire per conquistarla ancora di più. Ora gli serviva soltanto a non perdere i vestiti. Mille volte si era domandato se lasciarla andare fosse stata veramente la scelta giusta. Magari c’era un altro modo … per …
“hei! Serguei … ci sei?”
Il giocatore più magro gli fece abbandonare i suoi pensieri per farlo ritornare nella realtà, una realtà ben più triste dei suoi sogni andati in frantumi.
“hè? Si, si, ci sono … cosa c’è?”
“se io muovo il fante lui potrebbe fare scacco al re, ma se muovo il re lui mi mangia il cavallo. Cosa muovo? Il cavallo, o il re?”
Serguei non ci capiva molto di scacchi, ma si soffermò sulla scacchiera. Oltre ad alcuni pedoni, aveva già perso una torre, un cavallo e la regina. La osservò per dei lunghi secondi, arrivando a dimenticare che cosa dovesse decidere.
“a che serve muovere il re? Non ha più la regina” e lentamente uscì dalla vasca e si avvolse nell’accappatoio fornito dall’albergo. Di quale re stava parlando? E quale regina era stata persa?
“… quindi muovo il fante?!” chiese il giocatore senza ricevere risposta, cosa che prese come un’affermazione.

Serguei andò nella hall e si sedette sul divanetto, sperando che le riviste sul tavolino fossero abbastanza interessanti da appropriarsi di tutta la sua attenzione. C’era un vecchio giornale, del 1978, rimasto lì probabilmente per svista, dato che a nessuno sarebbe interessato leggere di notizie così vecchie. Ricordava molti dei fatti che vi lesse, eppure non era la Russia che conosceva. La ricordava in maniera distorta? Gli avevano detto cose non vere o il giornale dava notizie contaminate da opinioni personali? Tutto lo mandava ancora più in confusione; cos’era vero e cosa si stava immaginando? Sarebbe mai stato possibile che in uno di quei momenti lui avesse riaperto gli occhi scoprendo di aver vissuto soltanto un sogno?
“non è che adesso ti vengono strane idee?” gli si avvicinò Felix, preoccupato di vederlo così frustato.
“quali strane idee?”
“non voglio gesti drastici in questo albergo, chiaro?”
Serguei accennò un amaro sorriso. No, non gli erano venute ‘strane idee’.
“se muoio adesso, non è perché l’ho voluto. Avevo tutte le ragioni per vivere. Ti giuro che per alcuni mesi io sono stata la persona più felice di questo mondo. Se muoio adesso è perché non c’è più quell’ingranaggio che faceva girare la mia vita nel verso giusto”
“io .. non so cosa fare, per aiutarti” Felix era stato colto alla sprovvista; ne aveva viste tante in quegli anni, gente che era stata traumatizzata dalla vista di orrori indescrivibili, anziani oltremodo sfiniti per una malattia. Ma mai qualcuno era venuto lì con il cuore in pezzi come il suo.
“dimmi qualcosa che me la faccia odiare” lo implorò Serguei.
“cosa?”
“la voglio odiare, Lotjuska. La voglio odiare! Perché non è mai potuta essere mia!”
Nel suo delirio Serguei si lasciò cadere ai piedi di Felix, continuando a supplicarlo di fargli credere che Lotjuska meritasse soltanto il suo odio. Non sapendo come reagire a tale situazione, Felix corse al suo banco e da un cassetto tirò fuori un barattolo di calmanti, forse avrebbero smorzato quel tormento finchè l’anziano non avesse recuperato la ragione. Anche se qualcosa gli diceva che Serguei non era mai stato così lucido come in quel momento.


Il treno si fermò nella stazione di una cittadina francese che Lotjuska non conosceva ma dove Mauro aveva passato alcuni anni della sua infanzia
“papà, non ti dispiace se io torno a casa per conto mio, facendo il giro lungo?”
“che stai dicendo? Guarda che se hai intenzione di tornare da quel vecchio, questa volta finisce male per entrambi!”
“ti sembra che abbia voglia di tornare indietro? Mi ha lasciata! Non mi vuole più! Ora ho soltanto bisogno di una tregua da tutto. Voglio stare un po’ da sola e non andare subito a casa. È chiedere troppo?”
Mauro ci pensò un po’, valutando se fosse possibile lasciarla libera di fare il giro che preferiva coi tempi che voleva.
“come farai con il lavoro?”
“come ho fatto fino ad adesso. Ho con me il computer e tutto quello che devo fare è disegnare. Mi basta trovare un bar con la connessione ad internet e fare tutto da lì. Per il resto io non servo a molto”
Dopo un sospiro rassegnato, sinceramente sofferente per come si sentiva in quel momento la figlia, Mauro le permise di fare come preferiva. Lei, più di un cenno e un grazie detto con un filo di voce, non riuscì a fare. Si lasciarono dunque lì, in quella stazione, al momento della partenza del treno per l’Italia, dove a bordo Mauro si chiedeva se Lotjuska sarebbe stata veramente in grado di cavarsela lì, oppure avrebbe ceduto alla disperazione.


Dopo un’estenuante viaggio e fortunatamente pochi imprevisti, Fridrih raggiunse Aralbad, dove Nadja era certa che vi avrebbe trovato Mauro, Lotjuska e Serguei intenti a discutere e litigare, per non dire di peggio. Fridrih sapeva che Mauro avrebbe fatto di tutto pur di evitare alla figlia qualcosa che temeva l’avrebbe fatta soffrire, ma questo “tutto” poteva significare anche sarebbe diventato pericoloso per Serguei? Questo non lo poteva dire. Mauro non era violento, ma chissà come avrebbe reagito quando di mezzo c’era sua figlia. Eppure quando mise piede ad Aralbad, la trovò stranamente tranquilla. Era sicuro che, se fosse successo qualcosa tra Mauro e Serguei, chiunque fosse stato testimone della discussione ne sarebbe rimasto sorpreso, o perplesso; si aspettava quindi che le persone che avrebbe incontrato fuori dall’albergo parlassero di ciò che era successo. Invece niente. Erano in pochi e tutti tranquilli. Passeggiavano come se non fosse successo niente, anzi, sembravano particolarmente sereni. Possibile che il loro scontro fosse passato così inosservato? O forse non era ancora avvenuto? Ma non aveva senso, Fridrih ci aveva messo parecchio ad arrivare e di sicuro Mauro doveva essere già lì da un po’. Magari si faceva finta di niente per convincersi che non era successo nulla, e questo preoccupava il nuovo arrivato, perché se si vuole fingere che una cosa non sia successa, allora doveva essere davvero grave. Entrò nell’albergo, forse lì avrebbe trovato delle risposte.
“buon pomeriggio, signore” lo accolse Felix, attirando subito la sua attenzione.
“salve”
“desidera una camera? Anche se non ha prenotato è fortunato, ci sono ancora delle camere libere”
“no, credo che resterò qui per poco tempo. Sto cercando un signore che è venuto qui a chiedere di una ragazza e di un signore anziano”
Felix restò a guardarlo con perplessità. Era la prima volta che sentiva una frase così insolita.
“questo è un albergo, non un centralino. Non si può venire qui a chiedere di qualcuno che ha chiesto di qualcun altro”
“mi scusi, ma è importante”
Il direttore dell’albergo sospirò rassegnato, dato che in quei pochi secondi aveva capito chi stava cercando, e gli sembrava assurdo che da quando quei due erano arrivati ogni cosa ruotasse intorno a loro. Sembravano avere un campo gravitazionale tutto loro, e chiunque vi si avvicinava veniva inevitabilmente coinvolto nei loro affari. Prima il detective che non perdeva occasione per far loro delle domande, poi il drammatico incontro con Helena Romanski e conseguente lite, poi l’arrivo di Mauro che stravolgeva di nuovo tutto quanto, e ora Fridrih. Non sapeva più come descrivere la loro presenza e tutto ciò che ne era derivato; irritante, o affascinante? Inutile tentare di negare che avevano attirato la sua curiosità e, in fondo, anche un certo desiderio di fare qualcosa per aiutarli. Soprattutto adesso.
“ho capito di chi sta parlando. È venuto qui un signore, ha discusso con la ragazza, immagino che fosse sua figlia, proprio di fronte a me. Dopo sono partiti insieme in treno”
“e che mi sa dire dell’altro signore?”
“quello più anziano?”
“si. Il padre della ragazza gli ha fatto qualcosa?”
“hanno soltanto discusso, sembravano tranquilli, anche se quello anziano era visibilmente a disagio”
“capisco …” Fridrih si sentì leggermente sollevato. Almeno non era successo nulla di violento.
“non sono sicuro che sia il momento giusto, ma il signore anziano, Serguei, è proprio dietro di lei, sul divanetto”
Fridrih si voltò di scatto, stava per rimproverare Felix di non averlo avvertito subito ma si ricredette subito.
“cosa? Quello lì è Serguei?”
“lo so, non è nelle sue migliori condizioni”
Non si aspettava di trovarlo lì, sdraiato in malo modo sul divanetto, così addormentato che sembrava morto, i vestiti sgualciti e malmessi e la maschera che lo copriva soltanto per metà.
“non ho mai avuto modo di vederlo bene prima d’ora, ma quella volta a Komkolzgrad giurerei che fosse in uno stato decisamente migliore. Cos’è successo? Avevi detto che Mauro gli ha solo parlato!”
“tutto è successo dopo la loro discussione. Da quel poco che ho capito, Serguei ha lasciato partire Lotjuska con suo padre e dopo un po’ ha iniziando a delirare, tanto che sono stato costretto a dargli un calmante. Si è addormentato ed è messo così da qualche ora. Queste cose non gli fanno per niente bene, alla sua età dovrebbe restarsene tranquillo”
Mentre ascoltava, Fridrih osservò bene Serguei, cercando di intravedervi qualcosa che a Lotjuska potesse piacere così tanto da lasciare tutto per lui. In realtà non sapeva di preciso che tipo di uomini piacessero a Lotjuska, ma non si aspettava che si sarebbe innamorata di uno che potesse essere persino suo nonno. Doveva avere qualcosa di speciale, perché lei ci tenesse al punto da arrivare fino a quel posto così distante da casa.
“c’è qualcuno che si prende cura di lui in questo momento?” domandò a Felix.
“mi sto arrangiando come posso”
Fridrih pensò alcuni istanti prima di prendere una decisione.
“posso ancora prenotare una camera? Credo che resterò qui uno o due giorni per aiutare Serguei, e magari capire meglio che cos’è successo”
“ma certo. Può soggiornare nella sua camera, se vuole controllarlo meglio”
“grazie”
Insieme trasportarono Serguei, ancora addormentato, fino alla sua camera e lo adagiarono sul letto. Dopodichè Fridrih telefonò a sua sorella.
“Nadja, sono arrivato ad Aralbad”
“hai trovato Mauro e Lotjuska?”
“no. Sono arrivato troppo tardi. Loro sono già partiti e Serguei è rimasto qui da solo”
“Serguei …?”
“il … ehm … l’uomo per cui Loty ha fatto questo viaggio assurdamente lungo”
“ah! L’hai incontrato? Che tipo è?”
“in realtà non è un buon momento per lui. Ti farò sapere quando si risveglierà”


Lotjuska passeggiava per le stradine di una cittadina vicino a dove la stazione l’aveva lasciata; aveva preso un taxi e aveva lasciato che i segnali la guidassero, un po’ alla cieca perché non sapeva nulla di quel posto. Scelse un posto dal nome che le piacque e disse al tassista di andarvi. Valadilène … suonava bene e la incuriosiva. Quando il taxi si fermò, il paesetto che le si palesò davanti la inondò di un’inspiegabile calma, sembrava che quel dolore insopportabile si fosse affievolito mentre scendeva dalla macchina; era tutto così tranquillo, come poteva portarvi dentro le sue lacrime? Non ci stavano proprio. Camminò lungo le strade di Valadilène con gli occhi lucidi, ma senza lasciar scendere una sola lacrima, e riuscì finalmente a riflettere con più lucidità sulla sua situazione. Non era facile cambiare all’improvviso tutti i suoi progetti, soprattutto quando nel pianificare i suoi prossimi passi avrebbe dovuto escludere Serguei. Fino a qualche ora prima tutto ciò che prendeva in considerazione era strettamente collegata a lui, dove andare, cosa fare, come risolvere quella insensata fuga da suo padre, e mai le era passato per la mente che Serguei decidesse in così poco tempo di lasciarla. E lei che aveva messo da parte ogni cosa per lui, che aveva messo in discussione tutto per avvicinarsi al suo mondo, quello di una persona che aveva già vissuto tutta la sua vita e che ora aveva soltanto bisogno di essere accudita e coccolata. Com’era possibile che dopo tutti quei sacrifici quello fosse il finale destinato a loro? Lotjuska credeva forse che rinunciare ad ogni cosa per lui sarebbe bastato per tenerselo stretto? Non ne era più sicura.
“Magari è un bene che sia andata così” si disse, cercando di consolarsi “se si è reso conto che non eravamo fatti per stare insieme, almeno così ci siamo risparmiati la delusione di disinnamorarci”
Ma questo non cambiava il fatto che lo amava ancora moltissimo e l’idea di trovarsi così lontana da lui, non solo geograficamente, era straziante.

Continuando a passeggiare per quelle graziose vie immersa nei suoi pensieri quasi non si accorse che stava per passare oltre al cancello che conduceva ad una sorta di parco che si estendeva oltre le case di quella via. Il cancello era aperto e non c’era nessun cartello che indicava che fosse una proprietà privata, così vi entrò. Avventurarsi in quel giardino ricco di vegetazione e accompagnato da un rilassante rumore dell’acqua che scorreva lì accanto fu un’esperienza tanto dolce quanto amara. A Serguei sarebbe piaciuto un posto così, scoprire un ambiente così diverso da quello a cui era abituato; non avrebbe mai messo in dubbio che Serguei non amasse Komkolzgrad, un posto che la maggioranza avrebbe potuto trovare terribile, ma sapeva benissimo quanto lui la considerasse la sua casa, e in quanto tale il più bel posto al mondo. Ma sicuramente non avrebbe avuto parole per descrivere le sensazioni che si hanno quando si cammina in mezzo alla natura. Sarebbe stato così bello camminare insieme, mano nella mano, in quel parco.
I suoi pensieri furono bruscamente interrotti da un bambino che correndo quasi si scontrò contro di lei; appena il tempo di chiedere un frettoloso scusa che era già sparito. “Un bel posto per giocare”, pensò Lotjuska, “alla sua età mi sarebbe piaciuto avere un giardino simile”. Trovò una panchina e ne approfittò per dare un po’ di tregua ai piedi; a causa della temperatura fredda di Aralbad aveva deciso di indossare calze più calde, ma erano allo stesso tempo ingombranti e le scarpe che normalmente le andavano bene ora risultavano strette e scomode. Certo, quella panchina non aiutava molto la sua immaginazione, perché ora sognava che seduto accanto a lei ci fosse Serguei e quello sarebbe stato il momento migliore; accoccolati su una panchina ascoltando lo scorrere dell’acqua e il fruscio delle foglie agitate dal vento. Una cosa incredibilmente romantica e poetica … ma in quel momento triste e patetica.
“Smetti di farti male, Loty” si ripeteva invano. Mise una mano nella tasca del cappotto in cerca del fazzoletto per asciugarsi gli occhi, ma sbagliò tasca e invece della morbida stoffa sentì un rigido e freddo pezzo di carta. Non ricordava di aver messo in tasca dei biglietti … forse il biglietto del treno? No, si ricordava benissimo di averlo messo in borsa. Allora cos’era? Lo tirò fuori, un pezzo di carta stropicciato con delle scritte che ricordavano vagamente la sua calligrafia ma non era la sua e quel biglietto non l’aveva scritto lei. Lo lesse prima con curiosità, poi con attenzione e infine lo rilesse dirigendosi con passi furiosamente svelti verso la strada e poi in cerca di un taxi. Dove tornare ad Aralbad il prima possibile.



Il giorno dopo Serguei si era svegliato in uno stato uguale, per non dire peggiore, di prima. Fridrih era preoccupato; quella non era una persona, era un corpo dall’animo morente senza più una speranza. Non sapeva come fare per aiutarlo, chi era lui per poter fare qualcosa? Se c’era qualcuno che poteva cambiare la situazione era Lotjuska, ma se ne era andata; le probabilità che dal prossimo treno fosse scesa lei erano così basse che avrebbe gridato al miracolo se fosse accaduto.
“Serguei, cerca almeno di mangiare qualcosa” tentava di convincerlo mentre teneva in mano un piatto di Solanka calda. Da ore Serguei si rifiutava di mangiare, il suo stomaco era così chiuso che l’aveva reso persino refrattario all’invitante odore agrodolce della zuppa; Fridrih era riuscito soltanto a fargli bere un bicchiere d’acqua, quando si era svegliato, dopodiché niente. Prese dal piatto un pezzo di carne e provo ad avvicinargli il cucchiaio alla bocca, ma Serguei non mosse un muscolo, non distolse nemmeno lo sguardo da quel punto vuoto che fissava da un’infinità di tempo. Sentiva la fame, ma il suo sconforto sovrastava ogni bisogno.
Dopo l’ennesimo tentativo privo di successo, Fridrih appoggiò il piatto sul cassetto accanto al letto e uscì dalla stanza; forse Serguei si sarebbe sentito più a suo agio mangiando da solo. In fondo Fridrih era ancora uno sconosciuto per lui.
Scese le scale per parlare con Felix, era arrivato il momento di pensare al da farsi. Serguei non collaborava, le sue condizioni lo preoccupavano sempre di più e cominciava a prendere in considerazione l’idea di chiamare qualcuno che lo portasse nell’ospedale più vicino. Lì, se si fosse rifiutato di mangiare, l’avrebbero attaccato alla flebo e piano piano si sarebbe ripreso. Ma lasciarlo in un ospedale non l’avrebbe fatto sentire ancora più solo ed abbandonato? Eppure qualcosa bisognava fare.
“signor Smetana, posso parlarle? Riguarda Serguei”
“come sta?”
“purtroppo non ho buone notizie”
Felix scosse la testa “questa sarebbe la prima volta che qualcuno muore in questo albergo. Vorrei poterlo evitare”
“anch’io. Ma l’ospedale … si prenderanno cura di lui fisicamente, ma chi si occuperà di sopperire alla mancanza di Lotjuska?”
“in che razza di storia si sono cacciati, quei due. Eppure erano una bella coppia, si vedeva che si volevano bene. Com’è possibile che si siano separati così, all’improvviso?”
“io qualche idea l’avrei, ma preferisco non dire nulla se non ne sono certo”
La porta dell’albergo si aprì e i due istintivamente guardarono chi era entrato. In quell’istante Fridrih pensò di avere un’allucinazione; non era possibile che fosse proprio lei.
“Loty?”
“Fred?”
“cosa ci fai qui?”
“cosa ci fai TU qui?”
“sapevo che Mauro stava venendo qui. Tua madre mi ha convinto a seguirlo per evitare il peggio, ma a quanto pare sono arrivato tardi”
“Serguei, dov’è?”
“nella sua stanza, ma non è messo bene”
“devo vederlo. Mi deve delle spiegazioni”
“ti ho detto che non sta bene!”
Lotjuska gli rivolse lo sguardo più deciso che poteva mostrare.
“credimi Fred, se ci parlo adesso si risolverà tutto”

Quando Lotjuska entrò nella stanza trovò il suo amato a terra, in ginocchio con la testa sul letto completamente bagnato dalle sue lacrime. Continuava a parlare, ripetendo le stesse parole come un disco rotto.
“ti odio, Loty. Ti odio, Loty. Ti odio …”
“Serghy?”
Lui si girò svogliatamente, come se non ci volesse più far caso. In effetti quella voce l’aveva sentita così tante volte nella sua testa in quelle ultime ore. Ore che avrebbero dovuto davvero essere le sue ultime, se un miracolo non fosse comparso alla sua porta.
“ti odio, Loty” Serguei scosse la testa e convinto che quello non fosse altro che l’ennesimo miraggio si rigirò e riprese a parlare “ti odio, Loty”
“Serghy!” Lotjuska gli si avventò contro, inginocchiandosi accanto a lui e stringendolo più che poteva “Serghy, dimmi che non è troppo tardi”
“ti odio, Loty”
“Serghy!!!” gli urlò con quanta voce aveva, arrivando a stringerlo con le unghie.
“Loty, ti od…” poi con un scatto alzò la testa, come se qualcosa l’avesse svegliato dalla sua trance morente.
“Loty …” ancora alcuni istanti in cui ansimò come se lottasse tra la vita alla morte, poi si voltò a guardarla, ancora incapace di capire se fosse vera o soltanto l'ennesimo miraggio.
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Loty Borodine
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Re: Fan Fiction

Postby Oscar_ModelloXZ2000 » Mon 11 Mar 2019 15:11

Ah, finalmente! Molto bene! Il prossimo!
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Re: Fan Fiction

Postby Loty Borodine » Thu 4 Apr 2019 22:18

CAP.21



Venezia, 6 Aprile 2014

Alle sei e mezza, quando tutti se ne erano tornati a casa, Lotjuska era ancora seduta di fronte al computer a digitare codici apparentemente senza senso. Teneva il telefono vicino alla tastiera e approfittava della solitudine per starsene con gli auricolari ad ascoltarsi qualche vecchia canzone francese che suo padre le aveva fatto conoscere. Era una canzone triste e allo stesso tempo dolce e nostalgica. Chissà se l’avrebbe mai dedicata a qualcuno di speciale perché non la lasciasse.

Di tutti gli errori che aveva fatto, si diceva, quello di accettare quel lavoro fu il peggiore.
La canzone venne interrotta da una chiamata.
“pronto?”
“ciao Loty!”
“Marina, che bello sentirti”
“scusa se sono sparita per un po’ di tempo, ma il lavoro mi ha tenuta parecchio occupata”
“capisco”
“tu? Sei ancora bloccata in quell’ufficio?”
“si. Chissà quando riuscirò a liberarmi di questo lavoro”
“ma credevo che stesse procedendo bene. L’ultima volta non mi avevi detto che si trattava soltanto di rimettere a posto un computer?”
“le cose si sono un po’ complicate … sai, i vecchi computer ne hanno sempre una”
“i colleghi ti trattano ancora male?”
“al momento tra noi non ci si parla nemmeno. Soltanto una di loro ha preso le mie difese, ma non cambia le cose”
“allora tienitela amica. So quanto sia dura quando il lavoro diventa un campo minato”
“se solo non avessi bisogno di questo lavoro … beh, ora ti lascio. Finisco alcune cose e me ne torno a casa, finalmente”

Dopo aver riattaccato il telefono ritornò alla sua musica e continuò a digitare al computer finchè la porta del suo ufficio non si aprì ed entrò la collega di cui aveva parlato prima con Marina.
“Pauline, non sei ancora a casa?”
“domani fanno quella famosa pulizia dei server … “
“lo so”
“ho pensato di mettere in una chiavetta alcune cose prima che le cancellino. Non si sa mai”
Lotjuska finse di non sapere nulla, ma anche lei in tasca aveva una chiavetta pronta da riempire con tutta quella robaccia che nascondevano in quella ditta.
“ti va di accompagnarmi?” Pauline sapeva benissimo che anche Lotjuska aveva qualcosa da prendere da quell’archivio infinito.
“verrò per assicurarmi che tu non dia fuoco alla stanza” si alzò e la seguì, a tratti sorreggendosi a lei, fino al piano inferiore, in quella stanza poco frequentata dove si trovavano gli interruttori della corrente, vecchi registri impolverati e un computer dal quale si poteva gestire tutti gli altri terminali. Lì c’erano anche le registrazioni delle telecamere, i dati di acquisti e vendite e tutti quei dati fittizi che sarebbero stati utili alle due giovani per denunciare la ditta.
“sei ancora convinta di farlo, Lotjuska?” domandò conferma la collega.
“è vero che mi serve questo lavoro, ma mi servono di più i soldi del risarcimento danni. Spero che mi bastino per ritornare a casa” infilò la chiavetta e cominciò a passare tutti quei file che contenevano le truffe e i raggiri della ditta.
Pauline diede un’occhiata alla sua gamba e alla stampella su cui si appoggiava Lotjuska, convinta che quello le sarebbe bastato per farsi una vita tutta nuova.
“peccato che nella stanza dove ti hanno rotto la gamba non c’erano telecamere”


Komkolzgrad, 02 Luglio 1969

Serguei aveva appena assistito al concetto della cantante Helena Romanski nella sua fabbrica a Komkolzgrad. Quello che aveva considerato fino a poco prima uno spreco di tempo si era rivelato uno spettacolo magnifico e non tardò a rendersi conto che in qualche modo quell’esperienza gli avrebbe cambiato l’intera vita. Possibile che una sola voce potesse risvegliare in lui una tale passione? Sentiva che non era mai stato così coinvolto in qualcosa, e ora si ritrovava a dover salutare quella musa che se ne sarebbe andata, probabilmente per sempre. Doveva almeno fare qualcosa per essere ricordato da lei.

Le andò incontro per aiutarla a scendere dal palco, non si fidava di quell’allestimento malamente improvvisato e non voleva che Helena fosse vittima del suo menefreghismo e si facesse male. Le prese la mano e la accompagnò, cercando invano di dire qualcosa finchè non arrivarono al treno senza che lui avesse aperto bocca. Aspettava che ci fosse meno gente intorno a loro, aspettava che gli venissero in mente le parole giuste, aspettava il coraggio ma a forza di aspettare si trovò ad un passo dalla sua partenza. Un giornalista li fermò per scattare una fotografia di Helena mentre stringeva la mano al direttore del Complesso, diceva che sarebbe stata una bella immagine da mettere in cima alle notizie d’arte, ma voleva trovare un’angolazione buona ed ampia perché la foto avesse un impatto migliore. Così, mentre il fotografo saliva su una delle alte statue e alcuni operai della fabbrica si disponevano in modo da arricchire la fotografia, Serguei ebbe un istante di relativa solitudine con Helena.
Ora o mai più.

“signora Romanski, la volevo ringraziare ancora per il tempo che ci ha dedicato”
“è stato un vero piacere, compagno Borodine”
“lei crede che si potrà rifare? Non si può assistere ad uno spettacolo così bello ed emozionante una sola volta”
“non lo so. Non spetta a me decidere dove esibirmi. Ma se succederà, sarò felice di stringerle di nuovo la mano”
Serguei sentì la sua mano tremare mentre Helena gliela lasciava. La foto era stata scattata e lei non aveva più motivo di restare ancora lì.
Ma come no?
Lui non era un motivo sufficiente per non salire su quel treno? Helena non percepiva quello che lui provava?
“Helena! Signora Romanski! Aspetti”
“cosa?”
“posso chiederle una cosa che mi faccia ricordare questo giorno, almeno fino alla prossima volta che ci rivedremo?”
“dipende cosa”
“… è troppo chiedere un bacio?”
“sa, compagno Borodine, lei non è l’unico ad avermelo chiesto … di solito non lo faccio. Ma questa volta, per lei, farò un’eccezione”

Dentro quel vagone non c’erano fotografi, non c’erano curiosi in cerca di notizie o scandali; si immaginavano tutti che Serguei vi fosse entrato insieme alla cantante per aiutarla a sistemare i suoi bagagli, e in parte era vero. Nessuno seppe mai che lì dentro, per dei brevi secondi, le labbra di Helena si erano posate sulla fredda e pallida guancia di Serguei, che quasi pianse dall’emozione. Si sentiva follemente innamorato di lei, ma era ancora troppo commosso per poter dire che fosse vero, se stesse sognando, o se i suoi sentimenti non fossero altro che un’illusione dovuta alla sua voce. Ma non gli importava. Non gli importò nulla di ciò che lui stesso provava finchè il treno non partì e vide il vagone dove viaggiava Helena allontanarsi verso ovest. Allora provò un’immensa solitudine, ma anche soddisfazione; in pochi istanti aveva vissuto una miriade di sensazioni, e chissà se un giorno gli sarebbe ricapitato di sentirsi ancora così.

Il treno scomparve all’orizzonte e tutti ripresero il loro lavoro; Serguei ritornò nel suo ufficio e una grossa lacrima bagnò la sua maschera. Helena se ne era già andata, la sua voce era partita con lei. Presto avrebbe avuto bisogno di sentirla ancora, in un attimo era diventato dipendente da quel canto e non avrebbe resistito ad una vita senza di esso.
Chiamò un operaio che si occupava anche di spedire e ricevere la posta e gli domandò se c’era modo di avere qualche disco di Helena Romanski.
“per tirare su di morale i minatori” fu la scusa di Serguei, che non voleva ammettere la sua improvvisa ossessione. Ma questa non ebbe effetto sull’operaio, che aveva capito quando in realtà anche a Serguei era piaciuto quello spettacolo, e gli promise che avrebbe fatto in modo di procurarsi le sue migliori canzoni.
“per tirare su di morale i minatori” ripeté l’operaio.
“si, lo spettacolo è piaciuto a tutti, ho pensato che non sarebbe una cattiva idea organizzare ogni tanto una serata in cui riascoltare quelle canzoni, anche se registrate”
“ha ragione, direttore. È piaciuto a tutti” fece una pausa, guardando Serguei “proprio a tutti. E tutto sommato non è nemmeno stato un concerto corto!”
L’operaio se ne andò, tornando ai suoi impegno, lasciando Serguei da solo nel suo ufficio, di fronte agli schermi di tutte le telecamere. Le fissava come se sperasse che da un momento all’altro vi potesse rivedere Helena.
“per me è durato troppo poco” ammise con amarezza tra se e se.

___________________________________________________________________________________________________


Serguei restò a fissare Lotjuska per un tempo indefinibile, all’inizio era convinto che si trattasse di un’allucinazione, ma quel tocco, quella stretta attorno alla vita, era così reale … poteva arrivare al punto di immaginare una sensazione così vivida?
“sei tu, Loty?”
“si, si! Sono io!
Dopo essersi tolto la maschera, non del tutto ma quel tanto che bastava per vedere senza l’intralcio di quelle lenti, Serguei si sporse verso il suo miraggio così realistico cercando di cogliere un indizio che gli facesse capire che lei era veramente lì. Le sfiorò il viso, ma la sua pelle non bastava a convincerlo; allora avvicinò il viso al suo, la osservò per dei lunghi secondi prima di passare una mano tra i suoi capelli, stringere una ciocca e sfiorarvi il naso con indecisione e paura. Il fresco profumo di menta era lo stesso che ricordava di sentire ogni volta che la vera Lotjuska lo abbracciava, amava quel profumo e ora lo sentiva di nuovo. Era già un passo avanti, ma ancora non era abbastanza, serviva dell’altro.

“Lotjuska … posso baciarti?”
“si, certo. Non devi chiedermelo”
Ancora con incertezza Serguei si avvicinò di più e accostò dolcemente le labbra alle sue. Quello era vero. Molto vero. Sentiva anche il profumo del suo rossetto viola, quel vago sentore di aneto che adorava.
Era veramente lei? O era l’ennesima allucinazione, la più forte di tutte, probabilmente l’ultima perché non aveva più energie per vivere.
“Loty, non so cosa devo credere”
“allora cosa posso fare per convincerti che io sono veramente qui?”
“non mi lasciare. Tutte le altre volte che ti ho vista scomparivi dopo poco tempo. Non andartene, non mi lasciare”
“no, non lascio”
“Lotjuska … ti stancherai mai di me?
“perché mi fai una domanda del genere? Serguei, io ti amo”
“tuo padre, ha detto…”
“tutto quello che mio padre ha detto lo ha detto perché mi vuole bene e teme che con te io potrei non essere felice … ma tengo così tanto a te che non mi interessa, nemmeno se avesse ragione”
“davvero?”
Lotjuska sorrise e gli diede un dolce colpetto sulla guancia.
“il tempo lo dimostrerà”

Serguei perse ogni dubbio.
“sei vera. Non te ne stai andando” si levò completamente la maschera “mia Loty, sei vera. Quasi non ci credo!”
Tutte le forze che in breve tempo aveva perso, al punto di poter morire in quella stanza, le riprese all’istante, o almeno la maggior parte. Si gettò tra le sue braccia lasciando che questa volta fosse lei a baciarlo.
“Serghy, amore mio, come hai potuto lasciarti convincere da mio padre?”
“quello che ha detto aveva senso”
“non ci voglio pensare, non ora”

Finalmente Serguei lasciò la scomoda posizione di moribondo inginocchiato per terra e con ritrovata energia spinse Lotjuska sul letto. Quel giorno lei non era nelle condizioni per poter essere definita bella; gli occhi erano arrossati dal pianto, il trucco leggermente sbavato ai lati, i capelli spettinati e nell’insieme appariva come una persona sfinita che non aveva più nemmeno la voglia di essere perfetta. Ma in quel momento Serguei la vide come la donna più bella del mondo, forse proprio per lo smalto rovinato, la fibbia dello stivale sganciata e, perché no, anche i suoi occhi stanchi avevano qualcosa di incredibilmente attraente. Forse perché quelle erano tutte prove che lei non aveva mai riposato per raggiungerlo il prima possibile, con una fretta tale da farle dimenticare persino quale dovesse essere la sua giusta immagine riflessa allo specchio.
In fondo è così che funziona, pensò Serguei ricordando le follie che aveva fatto per Helena quel fatidico giorno in qui Komkolzgrad di colpo aveva cessato di esistere, quando tieni veramente a qualcosa, o qualcuno, non ti importa più di quello che sei, di come sei, o di quanta fatica farai .
“anche in amore si persevera, Serguei” disse Lotjuska, che sembrò continuare i suoi pensieri facendogli credere che avesse delle doti telepatiche, quando in realtà era soltanto stata abile nel capire cosa avrebbe potuto pensare in quel momento.
“non c’era più speranza per noi, eppure … non potevamo arrenderci”
“no. Non mi arrenderò mai. Nemmeno nell’impossibile eventualità che io possa smettere di amarti come ti amo ora”
Infine le parole diventarono superflue e non dissero più nulla; soltanto gli sguardi non smettevano di avere un senso nelle loro silenziose discussioni. Serguei aveva ritrovato la vita e ora la dedicava interamente a lei. Lentamente, gustandosi ogni istante, le tolse prima la giacca, poi la maglia, e si fermò ad ammirarla e baciandole la fronte respirò di nuovo il profumo dei suoi capelli.
“Loty, non sono mai stato così vicino a te” le sussurrò passando una mano sul suo braccio scoperto “e pensare che poco fa ero così lontano”
“lyubimiy, vorrei dimenticare tutto il tempo che siamo stati distanti”
Lotjuska sbottonò la camicia di Serguei, lentamente proprio come lui aveva fatto, e si accoccolò con la testa appoggiata al petto nudo del suo amato. Il cuore gli batteva all’impazzata, di nuovo avido di vivere; stretto al corpo della sua dolce metà, in quel momento ancora più fragile per la fatica e la paura di averlo perso per sempre, e oltre a lei non c’era altro che potesse desiderare.

Come poteva far sì che questo attimo durasse in eterno? Era possibile impedire a quella fiamma di affievolirsi? In fondo, era proprio questo timore che, su suggerimento di Mauro, l’aveva spinto a lasciarla. Mentre i due innamorati si perdevano in ogni tenerezza e in ogni cosa la passione comandasse loro, il biglietto che Serguei aveva lasciato nella tasca del cappotto di Lotjuska scivolava a terra. Le sue parole erano indelebili sulla carta, il loro messaggio non avrebbe mai abbandonato ne Lotjuska ne Serguei, ma da quel momento in poi entrambi sapevano che non dovevano più avere paura di esse.


Cara Lotjuska, lasciarti è la cosa più dolorosa che ho dovuto fare. Ma tuo padre mi ha fatto capire che con me tu non saresti mai potuta essere veramente felice. Forse adesso credi di esserlo, ma come potrai essere felice quando i miei sessant’anni diventeranno settanta? O ottanta?
Lotjuska, io ti amo. Ti amo follemente. Per questo non posso permetterti di restare con me. Voglio che tu sia felice. Ti scrivo perché quando sarai tornata a casa con tuo padre, lontano da me, voglio che tu sappia che ti amo ancora, ti amerò per sempre, sarai per sempre nei miei pensieri e nei miei sogni. Sarai la persona a cui penserò quando chiuderò gli occhi per l’ultima volta. Ma tu, tu dovrai vivere la vita che meriti, trovare qualcun altro che sia in grado di renderti davvero la persona più felice di questo mondo. Muoio nel rendermi conto che quel qualcuno non sarò io, ma è il tuo bene ciò che conta. Lotjuska, se vuoi che tutto questo sia valso qualcosa, sii sempre felice, curiosa, e un po’ pazza, come se stata con me.
Con immenso affetto,
per sempre tuo,
Serguei



Quelle parole non sembravano quelle del Serguei Borodine che mesi prima aveva ingabbiato una cantante lirica per averla tutta per se, e che poi aveva imprigionato in casa la donna che l’aveva salvato dalla sua fabbrica in fiamme. Nemmeno lui stesso era più in grado di riconoscersi. Un tempo non avrebbe mai lascianto andare ciò che più amava; ma l’amore, quello vero, l’aveva in qualche modo cambiato. Ma non del tutto. Perché lui l’amava ancora nella sua maniera folle, talvolta insana, di sempre; ma ora era anche disposto a rinunciare alla sua felicità per cedere il passo alla felicità dell’amata. Cos’era diventato? Non era più lui? O era lo stesso Serguei Borodine di sempre, ma questa volta a guidarlo c’era un sentimento diverso? Non lo sapeva, non se lo domandava.
Quello non era il momento delle domande o dei dubbi. Di nuovo ad un passo dalla morte, ed ancora una volta tra le braccia di un amore impossibile e travolgente, non c’era più nulla da chiedersi. Bisognava solo amare.

Il tempo di baciarsi al punto di perdere il conto, se mai si fosse tentato di contarli, il tempo di accarezzarsi e di posare lo sguardo su ogni parte del corpo che gli occhi si permettevano di vedere, e poi il rumore della maniglia della porta interruppe l’idillio con un sobbalzo dei due.

“scusate il disturbo, sono venuto a vedere come sta…. oh!”
Alla porta si trovava Fridrih, paralizzato lì dov’era di fronte ad un’immagine che mai si sarebbe aspettato di vedere. Non si poteva spiegare quale fosse la parte che più lo sconvolgesse: che la sua nipote, poco più che ventenne si trovasse seminuda tra le braccia di un sessantenne, o che un sessantenne che un attimo prima sembrava essere sul punto di morte ora teneva stretta a se una ragazza come se non fosse mai stato più vivo?
Insomma, era l’insolito amore di Lotjuska o l’inspiegabile resurrezione di Serguei ad avergli tolto sia le parole che i pensieri?

“Fred … ehm … ecco …”
“signor Lauda, io …” Serguei balzò a sedere, allontanandosi da Lotjuska, ma date le circostanze, forse aveva un aspetto più dignitoso se fosse rimasto parzialmente nascosto dalle braccia di lei.
“credo che sia il momento sbagliato” Fridrih fece per uscire, ma Lotjuska lo fermò.
“aspetta, ci rivestiamo in un attimo” si rimise in fretta la maglia e aiutò Serguei a riabbottonarsi la camicia.
Fortunatamente non si erano tolti proprio tutto, quello sarebbe stato piuttosto tragico.
“signor Borodine, vedo che si è ripreso” ricominciò a parlare Fridrih, sebbene l’imbarazzo fosse ancora palese nel suo tono di voce e per l’impaccio che aveva nell’entrare nella stanza.
“non so che dire. Lotjuska ha fatto il miracolo”
“direi”
“signor Lauda …”
“mi chiami pure Fridrih. O anche Fred, non ha importanza” le formalità in quella situazione erano superflue e scomode.
“Fred, avrei preferito che lei non ci vedesse in questa … eh …. situazione. È abbastanza imbarazzante, ma …” si fermò, cercando il coraggio “ … Fred, io amo Lotjuska! E in tutta onestà non mi vergogno affatto del mio amore”
“Serguei, io sono l’ultima persona che può giudicarvi” si affrettò a precisare Fridrih “ci tengo al benessere e alla felicità di entrambi. Lotjuska è adulta e può decidere di fare quello che vuole, e se lei ritiene di poter fare qualsiasi cosa, per favore intenda senza che io debba dire altro, senza avere un infarto, fate pure”
“zio!” Lotjuska balzò in piedi “che hai pensato? Noi non stavamo facendo … quelle cose. Non avevamo intenzione di arrivare a tanto. Vero, Serghy?”
“ecco …” Serguei fu colto alla sprovvista; in quel momento ogni fantasia e ogni sua debolezza si palesavano nelle mente e nei suoi occhi “no, certo che no! Solo qualche coccola. Tutto qui”
Lotjuska gli lanciò un’occhiata piena di sospetto. Se voleva essere credibile, era completamente fuori strada. Ma non aveva molta importanza, ne per lei ne per Fridrih.
Ogni cosa si stava risolvendo per il meglio.

“però non possiamo restare qui” Lotjuska riacquistò la ragione “mio padre si accorgerà che tardo a tornare a casa e capirà subito come sono andate le cose”
“Loty” la interruppe Fridrih “hai intenzione di scappare per sempre? Devi affrontare tuo padre. Nel modo giusto, intendo. Lui ti vuole bene, ed è giustamente preoccupato. Se tu sei convinta di questa cosa, di te e Serguei, allora devi spiegarglielo. Fagli capire che tu sei felice con lui. E vi prego, non correte. Usate la ragionevolezza”
Serguei lo guardò nel modo più strano che poteva. Ragionevolezza? Loro? Si, certo, loro erano ragionevoli, ma non nel modo in cui la gente considera la ragionevolezza. Ragionavano a modo loro, e questo li avrebbe resi irragionevoli secondo Mauro.
“zio, allora ci serve una mano. Se Mauro vede Serguei questa volta lo ammazza, se vede me dopo aver scoperto che sono tornata qui mi chiude in casa per sempre”
“già”
“serve un piano. Basta improvvisare, non l’ho mai sopportato!”
“un piano per sopravvivere alle ire di tuo padre?”
“si, qualcosa del genere”

Scesero all’entrata dell’albergo e si accorsero guardando fuori dalle finestre che il tempo fuori era davvero invitante. Una volta usciti ammirarono a lungo il tramonto inoltrato, il cielo rossastro all’orizzonte e scuro sopra le loro teste, le prime stelle cominciavano a comparire e data la limpidezza ci si aspettava una notte stellata da togliere il fiato. Questa non bisognava perdersela. Si sedettero tutti e tre sul bordo della fontana, godendosi lo scroscio dell’acqua; l’aria era fredda, ma erano ben vestiti e il panorama valeva qualche brivido. Poco dopo li raggiunse Felix.
“spero non vogliate rovinarmi la fontana. Sarebbe la seconda volta in poco tempo”
“ci siamo solo seduti, è un problema?”
“no, certo che no. Purché non facciate altro” aggiunse con tono severo.
“signor Smetana, quando passa il prossimo treno che va verso ovest?” domandò Lotjuska.
“domani pomeriggio, e se non sbaglio si dovrebbe fermare da qualche parte in Germania”
Serguei e Lotjuska si scambiarono uno sguardo d’intesa: il giorno dopo avrebbero preso quel treno e si sarebbero diretti verso la risoluzione di tutti i loro problemi. Avrebbero parlato con Mauro, se tutto fosse andato bene Serguei sarebbe stato accolto come uno di famiglia – questa, naturalmente, era la migliore delle ipotesi e si era voluto evitare di valutare ogni altro finale – e avrebbero smesso di scappare.

“torniamo dentro?” propose Fridrih, che iniziava a sentire un certo languore allo stomaco per aver saltato la cena.
“aspetta ancora un po’” lo calmò Lotjuska “guarda com’è bello il cielo”
“vorrei che tutto fosse sempre così. Così come siamo ora, lyubimaya” Serguei la strinse in un dolce abbraccio. Ma nemmeno un quarto d’ora dopo la fame si fece sentire in tutti quanti e tornarono dentro.

Quella notte, la notte prima della partenza, Fridrih decise di fare una telefonata. Non a sua sorella Nadja, ma a Mauro. Anche se era combattuto, credeva che quella fosse la cosa migliore da fare.
“Fridrih, cosa c’è?”
“Mauro, ti devo parlare. Riguarda Lotjuska”
“cosa? È successo qualcosa?”
“circa. Più precisamente riguarda Lotjuska e Serguei”
“non sarà per caso tornata indietro!? Da quel vecchiaccio?!”
“Mauro, tua figlia vuole mettere le cose a posto”
“e lo fa rovinandosi definitivamente la vita?”
“non sta a me dire se la stia rovinando o meno, ma ti vuole parlare. Con Serguei. E se c’è un momento per sistemare veramente le cose, questa è l’occasione giusta”
“Fred, tu non capisci”
“invece credo di capire più di quanto possa sembrare”
Mauro sospirò, scostando per un attimo il telefono dall’orecchio.
“va bene. Parleremo. Forse sarà la volta buona che quei due inizieranno a ragionare”
“non vuoi nemmeno prendere in considerazione l’idea che loro due possano davvero essere felici insieme?”
“per il momento no, non ancora”

Dopo un breve saluto Mauro spense il telefono e si sedette a bordo del letto. Sua moglie Nadja stava leggendo un libro distesa sulla sua parte del letto e notò subito la preoccupazione del marito.
“amore, che c’è?”
“Lotjuska … non so più che fare con lei”
“vedrai che si risolverà tutto”
“senz’altro. Ma come? Sto sempre più male al pensiero di quanto le soffrirà se resterà con quel Serguei; ma starà male lo stesso se adesso lo lascia. È come se quella ragazza sia destinata a soffrire, in un modo o nell’altro”
“magari Serguei la può rendere felice”
“tu non l’hai visto. Non hai idea di che cosa sia Serguei”
“comunque vada, sono pronta a scommettere che fra un anno, a quest’ora staremo ridendo di tutte queste paranoie”
“lo spero … vorrei avere il tuo ottimismo”


Il giorno seguente, nel pomeriggio, un treno si fermò alla stazione di Aralbad. Lotjuska era felicissima di poter prendere quel treno insieme a Serguei, ma prima di salire qualcosa nella neve attirò la sua attenzione. La scostò con curiosità fino a scoprirvi la pietra che Serguei aveva usato per costruire il ciondolo che le aveva regalato, quello che nell’impeto di rabbia aveva gettato a terra e distrutto. Andò subito da lui, che era già seduto nel suo posto nel vagone.
“Serghy! Guarda cos’ho trovato tra la neve!”
“… la pietra del tuo ciondolo! Loty, l’ho tanto cercata ed ero convinto di averla persa per sempre. Ormai non ci pensavo più ma ogni volta che mi riaffiorava il pensiero di questa pietra scomparsa tra la neve sentivo una fitta al cuore. Ora posso riparare il ciondolo e ridartelo! Lo faccio subito”
Un’altra cosa tornava al suo posto. Era una semplice pietra, nemmeno di valore, ma per Serguei averla ritrovata fu una gioia indescrivibile. Si sentì così calmo e sereno, tanto che nulla avrebbe potuto turbarlo. Intento a riparare il ciondolo, non si accorse nemmeno che il treno era partito.
Vedendo Aralbad diventare sempre più distante, Lotjuska provò fin da subito un senso di nostalgia. Escludendo le disavventure che avevano passato lì, le era piaciuto molto come posto. Voleva tornarci presto, con Serguei, e questa volta per una vera vacanza.



Ps. Riguardo al “profumo” del rossetto: volevo che fosse un odore o un profumo a far rendere conto a Serguei che io ero veramente lì, e dato che non ha senso che dopo tutto quel viaggio io sia andata prima in bagno a lavarmi e profumarmi, era più logico sfruttare il profumo del trucco, quindi ho annusato tutti i rossetti che avevo ( :shock: ) per decidere quale era il più adatto … avevo il dubbio fra tre: nero, viola e verde. Il nero sapeva da fabbrica (non so perché), quindi sarebbe andato bene a Komkolzgrad :lol: , il viola sembrava un mix tra aneto e sale (lo userò la prossima volta che cucino) e il verde sapeva vagamente di menta, e ho dovuto escluderlo quasi subito perché rischiavo che ricordasse un colluttorio :lol: (quindi l’ho usato per i capelli) … alla fine ho scelto il viola perché aveva il profumo che più probabilmente mi aspetterei di sentire ad Aralbad.
Serguei – lyubimaya … hai un rossetto verde!?
Loty – si, ma lo uso soltanto nei tribunali
Serguei – :grat: perché?
Loty – perché un rossetto verde non può chiamarsi rossetto, ma verdetto! :lol:
Tutti - :bah: :bah: :bah:

P.s.2 – ma non hai più “scrìììì domande”? Sono diventata così prevedibile da non lasciare più dubbi? :grat: Forse dovrei aggiungere un po’ di dinamicità alla storia, magari qualche esplosione!

P.s. 3 – mi quoto da sola
Lotjuska riacquistò la ragione

Paradosso :lol:

E, se interessa, la canzone di cui parlo all'inizio è "Ne Me Quitte Pas" di Nina Simone
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Re: Fan Fiction

Postby Oscar_ModelloXZ2000 » Wed 10 Apr 2019 14:57

Ah, che bello, un nuovo capitolo! Devo sapere immediatamente come continua, quindi.....
Scrììì-domanda: quando pubblicherai il prossimo? :lol:
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Re: Fan Fiction

Postby Loty Borodine » Tue 16 Apr 2019 00:55

:lol: Scrìììì risposta: presto! Avendo più tempo per scrivere sono già a buon punto con il prossimo capitolo. A volte quello che mi richiede più tempo è come riempire certi "buchi" tra una situazione e l'altra. Di solito ci metto dei dialoghi o delle descrizioni, ma certe volte non so cosa dire e allora il capitolo resta fermo :stress: ... ma non parliamone più, ora i capitoli sono perfetti! COF COFF
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Re: Fan Fiction

Postby Oscar_ModelloXZ2000 » Mon 6 May 2019 14:59

Ottimo! Con tutto questo tempo, mi aspetto almeno due nuovi capitoli sulla mia scrivania!
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Re: Fan Fiction

Postby Loty Borodine » Mon 13 May 2019 23:23

:shock: ... ehm ... :stress: :stress: ... come spiegarti ... ... siccome credevo che dopo tutto questo tempo tu avessi deciso di non tornare più nel forum ho pensato che fosse inutile continuare a scrivere la Fan Fiction, quindi non ho scritto nemmeno una riga ...











Scherzavo :lol: :lol: :lol:


CAP.22



Il viaggio procedeva abbastanza bene, eccetto un leggero ritardo dovuto ad un guasto meccanico, ma questo non irritò in alcun modo Serguei e Lotjuska, che approfittarono di ogni momento per rinsaldare i rapporti dopo tutto quello che era successo.
Con la crisi che aveva avuto ad Aralbad, Serguei aveva bisogno di riposare e sebbene i posti del treno non fossero il massimo della comodità riuscì a dormire bene e a fare sogni tranquilli; per fortuna gli incubi dei giorni precedenti l’avevano abbandonato. Lotjuska lo accarezzava mentre dormiva senza quasi pensarci; lo faceva come se fosse un movimento naturale, automatico ed istintivo, e le faceva piacere sentire che il respiro era tornato tranquillo e aveva smesso di tremare. Con l’altra mano giocherellava con il ciondolo riparato che ora teneva al collo, e sebbene fosse esattamente identico a prima, ora le sembrava ancora più bello. I suoi pensieri continuavano ad andare a quello che avrebbe dovuto dire a suo padre, a come lui avrebbe risposto, come avrebbe influito su Serguei quella discussione e come sarebbero andate a finire le cose. Non aveva voluto calcolare un finale diverso da quello che riteneva il migliore, ma ora si trovava a doverlo comunque prendere in considerazione. Doveva forse aspettarsi che Mauro avrebbe ascoltato tutto senza interrompere e che poi avrebbe abbracciato Serguei chiamandolo “futuro genero”? No, a Lotjuska piaceva soffermarsi su quell’idea, ma la realtà era che non sarebbe stato affatto semplice parlare con suo padre. E ogni volta che la sua mente la distraeva con questi pensieri, lei si sforzava di riportarla a quello che stava vivendo ora. Era su un treno diretto in Germania, le condizioni di Serguei miglioravano e ora se lo stava tenendo stretto a se, coccolandolo ininterrottamente.
Doveva godersi quel momento invece di pensare al dopo. Ma andava contro la sua natura e dovette fare sforzi enormi per non sprecare tutto il viaggio in congetture e preoccupazioni.

Durante il viaggio Serguei si svegliò, e allora non c’era modo di pensare ad altro, perché si parlava e ogni cosa era mirata a dimenticare quello che avevano dovuto passare. Chiacchiere perlopiù inutili, che per una volta Lotjuska seppe apprezzare, perché in fondo non erano così superfluo. Era quasi un gioco.
“qual è il posto che avresti sempre voluto visitare?” chiedeva Lotjuska.
“Volgograd, o come la chiamavamo all’epoca, Stalingrad” rispondeva Serguei “ci sarei dovuto andare da giovane con Boris, ma non si è mai fatto nulla. E tu?”
“non sono mai stata a Praga. Dicono che è bella”
“forse un giorno ci andremo insieme”
“ne sono sicura”
“bene, prossima domanda?”
E Lotjuska, o Serguei a seconda di chi fosse il turno, faceva un’altra domanda, e in poco tempo uno si convinceva di sapere tutto dell’altra, per poi ricredersi quando gli veniva rivelato un dettaglio che mai avrebbe immaginato. Perlomeno, quello era un modo per sapere quali piccoli dettaglio potessero renderla felice. Lotjuska sapeva che Serguei amava la musica, ma chi lo sapeva che da giovane aveva preso lezioni di pianoforte? E Serguei sapeva benissimo che il colore preferito di Lotjuska era il nero, ma non si aspettava che le pareti della sua stanza fossero viola. Tutte piccolezze, ma che rivelavano tanti dettagli su di loro.

Poi fu la volta di Lotjuska di addormentarsi con la testa appoggiata alla spalla del suo amore, e dormì finchè il treno non si fermò con un’insolita brusca frenata che la svegliò di colpo.
“un altro guasto?”
“no, credo che siamo arrivati”
“ma cos’è questo frastuono? Sembra di essere in mezzo alla giungla”
Scesero insieme dal treno e ad accoglierli fu un capostazione in camicia chiara che tentando di fare un sorriso amichevole accolse i passeggeri.
“benvenuti a Barrockstadt!”
“perché è pieno di uccelli?”
“questa stazione è anche una prestigiosa serra che contiene numerose razze di uccelli! È il gioiello dell’università di Barrockstadt”
“non è che beccano?” domandò Serguei stringendosi a Lotjuska.
“se li ignoriamo magari anche loro ci ignorano”
“non mi sento molto tranquillo in mezzo a tutti questi pennuti”
Serguei non era per nulla abituato ad avere a che fare con gli uccelli, a Komkolzgrad erano una rarità e non si sentiva a suo agio nell’avere sopra la testa qualcosa che non poteva controllare. S’incamminarono verso l’uscita della serra accompagnati dal capostazione.
“sapete, era da molto tempo che non si fermavano treni qui. Il muro, la in fondo, era sempre chiuso, ma poi Malatesta, quello che controlla il muro, ha deciso che era ora di aprirlo e i treni hanno ripreso a passare. Certo, non molti, ma non è male vedere un po’ di vita in più”
“Malatesta …” Serguei rallentò pensieroso “negli anni d’oro di Komkolzgrad avevo sentito parlare di un certo Malatesta che stava a ridosso di una stazione a guardia di un muro. Se ne parlava perché da oltre quel muro molti treni tentavano di venire a Komkolzgrad ma non venivano lasciati passare”
“o era lui, o era suo padre”
“curioso” Lotjuska si adeguò al passo di Serguei e gli prese la mano “quante possibilità c’erano di trovarsi in un posto collegato alla tua Komkolzgrad?”
“in effetti è strano. Ma divertente”

Quando uscirono dalla serra si ritrovarono di fronte alla maestosa università di Barrockstadt, entrambi rimasero senza fiato di fronte ai due mammut ai lati delle scale. Ma tra i due, Serguei fu quello che si godette di più quella nuova atmosfera; l’aria era così pulita che non poté fare a meno di fermarsi a respirare a pieni polmoni.
“stai bene, Serghy?”
“benissimo. Mi ci voleva una boccata d’aria fresca. Ad Aralbad si stava bene, ma sentivo un po’ troppo il sale, soprattutto quando c’era forte vento”
Aveva appena finito di dire quanto gli piaceva quell’aria quando in lontananza si fece sentire un rumoroso tuono.
“aria di tempesta! Lyubimiy, credo che abbiamo gli stessi gusti”
“ti piace la pioggia?”
“certo, è così romantica e riesce sempre a calmarmi”
“intendevo dire: ti piace stare sotto la pioggia?”
“ah, beh … qualche volta”
“si, concordo, ma questa volta preferirei evitare di bagnarmi tutto. Rimandiamo la doccia a quando potrò permettermi di stare a letto una settimana per guarire dai reumatismi”
Di lì a poco, infatti, iniziarono le prime gocce di pioggia e presto diventò un sonoro acquazzone. Fortunatamente Lotjuska teneva in borsa un ombrello che non esitò ad usare.
“dovremmo entrare nell’università? Non penso che abbiano problemi nel farci stare lì finchè piove”
“forse, ma …” prese per mano Serguei e lo tirò dolcemente verso di sé “prima vorrei fare una passeggiata sotto la pioggia. Ti va?”
“davvero?”
“non l’hai mai fatto?”
“beh, non ne ho mai avuto l’occasione” che motivo aveva Serguei di passeggiare sotto la pioggia? Prima di allora non aveva mai avuto nessuno da tenere per mano e camminare fianco a fianco. Quando era direttore a Komkolzgrad non aveva tempo di giocare sotto la pioggia, cosa che invece i minatori trovavano divertente e un’ottima scusa per fare una pausa. Quando Komkolzgrad divenne una fabbrica dimenticata Serguei si dedicò alla costruzione dell’organo e del pianista automa, di nuovo non aveva tempo per uscire a divertirsi.
“Serghy, non mi dirai che sei stato tutta la vita chiuso nella fabbrica?!”
“beh, si … “
“letteralmente?”
“c’era davvero molto lavoro da fare, e quando la fabbrica chiusa non mi passò mai per la mente di uscire a spassarmela”
“ma amore … beh, a dire il vero di capisco. Anch’io preferisco starmene in casa, per conto mio, ma tu non sei mai nemmeno uscito per gustarti la pioggia”
“lo so, è piuttosto triste”
“piuttosto triste? Non va affatto bene! Dobbiamo recuperare!”
Si strinse vicino a lui e tenendolo per mano si incamminò con l’intento di fare il giro dell’università e poi, se ne avessero avuto voglia, tornare nella serra ed esplorarla un po’. Il rumore della pioggia incessante che batteva sull’ombrello aveva un effetto rilassante anche per Serguei, che dopo un attimo di perplessità dovette presto riconoscere che passeggiare mano nella mano sotto l’acqua era davvero bello e, proprio come aveva detto Lotjuska, incredibilmente romantico. Raggiunsero il retro dell’università, non curato quanto la sua facciata frontale ma altrettanto pittoresco e affascinante; il paesaggio era un po’ più rude senza la serra abitata da tutti quegli uccelli, ma a Serguei e a Lotjuska piacque lo stesso. Si fermarono ad osservare il panorama. C’erano degli edifici, probabilmente erano parte dell’università e si trattavano dei dormitori; piuttosto fatiscenti a prova che da un po’ di tempo quell’università non era più frequentata come una volta, ma non erano stati abbandonati.
Sebbene non li vedesse, Lotjuska intuì negli occhi di Serguei una certa malinconia, ma non riusciva a riconoscervi né tristezza né nostalgia.
“va tutto bene?”
“si … solo un pensiero”
“quale?”
“non è nulla di importante”
Lotjuska lo prese sotto braccio e appoggiò la testa alla sua spalla.
“se non è importante perché ti ha fatto venire quegli occhi?”
“non li puoi vedere, i miei occhi”
“no, ma a volte gli occhi si possono vedere anche da nascosti. Si capisce dall’atteggiamento”
“e va bene. Stavo solo pensando a cosa mi sono perso”
“cioè?”
“da giovane, quando arrivai a Komkolzgrad, ed ero ancora soltanto un minatore, avevo dei progetti. Niente di ché, quello che sognano tutti. Poi le cose sono andate in un altro modo e la famiglia che avevo immaginato non ha più avuto posto nella mia vita. E qui, vedendo questa bella università, ho pensato a come sarebbe stato se avessi avuto dei figli. Mi sarebbe piaciuto che si fossero fatti una buona istruzione, non volevo che finissero in miniera. Non perché non fosse un lavoro dignitoso, anzi, lo rispetto molto, ma a fare il minatore si perde il contatto con quello che c’è fuori. Non ricordo nemmeno com’era mio padre, e non volevo che la storia si ripetesse. Quindi avrei preferito che studiassero. E quest’università … è così bella. Forse non l’avrei scelta, ovviamente avrei voluto che i miei figli studiassero in Russia, per essere più vicini a me. Però … forse questo è l’unico rimpianto che ho: non saprò mai cosa si provi ad essere padre”
“beh, forse non è troppo tardi”
“tu credi veramente che io e te potremmo avere dei figli?” la guardò scettico.
Lotjuska distolse lo sguardo e ci pensò meglio. Come poteva Serguei sperare di avere figli? A quell’età, e anche se fosse stato possibile, non se li sarebbe potuti godere come uno che diventa padre a trent’anni.
“forse hai ragione … al massimo potremmo adottare”
“adottare? Loty, alla mia età è già tanto che possa ancora trovare qualcuno da poter amare, ma non credo che vivrò abbastanza per vedere un figlio crescere. Non sarebbe giusto”
Dopo un lieve sorriso, un po’ amaro, Lotjuska gli sollevò la maschera e lo guardò negli occhi.
“da quando sei diventato saggio?”
“no, non sono mai stato saggio, ma alcune cose le capisco”
Gli rimise la maschera e lo baciò dolcemente.
“ti amo tanto”
“anch’io”

Ripresero a camminare e in poco tempo fecero il giro dell’università; sempre sotto braccio e stretti, la pioggia non li lasciava mai. Raggiunsero la serra, da dove erano partiti.
“che dici, facciamo un giretto nella serra?” propose Lotjuska.
“solo se tieni l’ombrello aperto”
“ma la serra è al chiuso”
“si, ma con tutti quegli uccelli … non si sa mai”
Fu difficile non ridere nel camminare al chiuso con un ombrello, ma alla fine non fu poi così male. Anche lei aveva le sue stranezze, tante, e sarebbe stato ipocrita criticare quelle di Serguei. Una stranezza, la sua, che in realtà tornò utile; il tempo di fare un veloce giro nella serra e si trovarono l’ombrello con due ricordini degli uccelli che volevano sopra di loro.
“… bene. Da adesso mi ricorderò di aprire l’ombrello ogni volta che vedo un uccello” annunciò Lotjuska. Tuttavia l’ombrello era soltanto una scusa per potersi stringere di più a Serguei. Dopo tutte quelle peripezie, stargli vicino quanto più tempo poteva era il minimo per recuperare ciò che in quelle settimane era andato perduto. E Serguei questo lo sapeva. Sapeva che nemmeno lui avrebbe più potuto fare a meno della sua presenza, del suo amore e dell’armonia che si creava quando erano vicini.
“credi che si possa entrare nell’università?” propose Serguei “mi piacerebbe visitarla”
“non vedo perché no”

Entrarono per quell’immensa porta e si trovarono di fronte al maestoso ingresso dell’università.
“wow”
“ti sarebbe piaciuto studiare qui?” domandò Lotjuska stringendosi a lui.
“a chi non sarebbe piaciuto?”
Venne ad accogliergli un professore dell’università, un certo Cornelius Pons, che si offrì volontario per accompagnargli per un giro di tutto l’edificio. Non avevano fretta perché il treno non sarebbe partito prima del giorno seguente, piuttosto si sentirono un po’ in imbarazzo quando dovettero chiedere se era possibile alloggiare da qualche parte a Barrockstadt fino alla partenza. Sarebbe stato strano dividere una stanza o un appartamento con degli studenti, soprattutto per Serguei che già si immaginava di venir chiamato nonno da tutti i ragazzi che avrebbe incontrato. Inoltre in quell’oretta trascorsa all’interno dell’università, aveva già sperimentato cosa si provava ad essere gelosi; più di uno studente aveva tentato un approccio un po’ troppo intimo con Lotjuska. Certo, nessuno si immaginava che l’ostilità di Serguei dipendesse dal suo amore per lei, erano invece tutti convinti che fosse un parente apprensivo o un insegnante scontroso ed eccentrico. Dal canto suo, Lotjuska trovava divertente assistere a tutto ciò; Serguei era incredibilmente adorabile quando si arrabbiava con i giovani studenti anche solo quando la guardavano per più tempo di quanto lui potesse tollerare, cioè molto poco. In realtà non si rendeva conto che lui vedeva in ogni ragazzo che incontrava un possibile rivale; più giovani, più vigorosi e più ambiziosi, come avrebbe potuto competere con qualcuno come loro se Lotjuska avesse cominciato a desiderare dell’altro? Lui ne era terrorizzato, non ne voleva sapere di perderla. E in mezzo a tutti quei ragazzi … si sarebbe resa conto che Serguei non sarebbe mai potuto essere come loro?
La sua Lotjuska si era separata da lui soltanto per pochi minuti per andare in bagno, e mentre lui la aspettava assorto nel guardare la ricostruzione di uno scheletrico ed immenso mostro preistorico, lei ebbe la sua prima ed unica discussione con uno degli studenti.
“salve bambola!”
Lotjuska lo squadrò dalla testa ai piedi, sorpresa dal suo modo estroso di iniziare la conversazione. Ne aveva incontrati tanti di intraprendenti, ma un “salve bambola” era davvero una novità.
“non ci sperare. A me piacciono più grandi”
“non sei di qui. Sei una nuova studentessa?”
“no, sono qui di passaggio”
“ah. E quello fuori che ti aspetta chi è? Tuo padre? Tuo nonno?”
“è il mio compagno” disse lei senza darci troppo peso, proprio come se fosse una cosa del tutto normale.
“il … il tuo compagno? Ma quel ciccione è vecchio quanto i fossili di mammut che abbiamo nel laboratorio!”
“te l’ho detto che mi piacciono più grandi”

L’ora di cena fu meno imbarazzante del previsto. Serguei si immaginava di dover mangiare circondato da una marea di giovani scatenati, invece Lotjuska pensò bene di non usufruire della mensa ma di portare tutto nella stanza in cui avrebbero alloggiato. Così cenarono in tutta tranquillità con delle polpette di carne, verdure stufate e un saporito bagel appena sfornato.
“una cena perfetta per perdere peso” commentò Serguei notando quanto fosse scarso il condimento, praticamente nullo.
“tranquillo caro. Ti rifarai quando toccherà a me cucinare per te”
“in realtà non hai l’aspetto di una che cucina molto”
Lotjuska rise.
“invece cucino spesso. Per tutti i parenti che abitano vicino a me. Per lavoro o per altro non hanno tempo di cucinare, così me ne occupo io. Prima di andare a dormire cucino, e poi faccio il giro portando a tutti il cestino da pranzo e loro non devono far altro che scaldarlo”
“ti dai da fare …”
“quando siamo arrivati in Italia eravamo come pesci fuor d’acqua. Non conoscevamo nessuno, non sapevamo la lingua; ci siamo dovuti aiutare a vicenda. E alla fine i nostri ruoli si sono rivelati dei controsensi: chi cucina per tutti finisce per non mangiare quasi mai, chi si occupa dei permessi di soggiorno è quello che si dimentica di rinnovare il suo, chi fa la spesa per tutti ha sempre il frigorifero vuoto”
“siete una famiglia strana” disse Serguei, poi posò una mano sopra le fredde dita della sua amata “e mi piacerebbe tantissimo farne parte … per portare un po’ di stranezza in più”
“si, stai già portando parecchia di … stranezza … per mio padre. Ma per me, stai portando una soluzione ad una miriade di cose”
“davvero? Cioè?”
“mi stai dando un nuovo scopo. La tua felicità, il tuo benessere, è diventata una necessità. Mi fai prendere in considerazione l’idea di tornare in Russia per darti un futuro adatto a te. E un cambiamento mi ci voleva, soprattutto adesso”
“è successo qualcosa in Italia? Prima che ci conoscessimo?”
“si … no … non lo so. È complicato. Ti racconterò, ma ora non ci dobbiamo pensare”
Lotjuska gli diede un appassionato e lungo bacio, lungo abbastanza che fecero in tempo ad arrivare il gruppo di studenti con cui dividevano la camera.
“ehi voi. Trovatevi una stanza!” esclamò uno di loro.
“e questa che è?” rispose Serguei.
“fine della festa, adesso la camera è troppo affollata”
Lotjuska si mise sotto le coperte, invitando Serguei a fare lo stesso.
“Loty, sai che mi sarà impossibile dormire”
“io non intendo farlo”
Silenziosamente riprese a baciarlo, stringendolo a se per averlo il più vicino possibile, e per evitare che cadesse dal letto, essendo singolo e striminzito.


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Komkolzgrad, 13/03/1968

Una secchiata di acqua gelida fece svegliare di soprassalto il neo direttore Serguei, il quale balzò fuori dalle coperte fradice inveendo contro i quattro giovani minatori che gli avevano fatto quello scherzo. Doveva aspettarselo, era appena diventato direttore e quindi gli spettava uno scherzo di benvenuto. Certo, un risveglio del genere, in quella gelida mattina invernale, non era il massimo, ma che poteva farci? Erano ragazzi e anche lui, nonostante il suo ruolo, era giovane e un ottimo bersaglio per simili ragazzate. Tremante e congelato, andò prima di tutto ad asciugarsi con degli asciugamani che venivano tenuti vicino alle tubature del gas, quindi erano ben caldi e morbidi. Dopodiché si vestì con i suoi abiti da direttore e si coprì bene con un lungo cappotto caldo; forse tutto questo non l’avrebbe salvato da una brutta influenza, ma almeno non sarebbe morto di polmonite dopo quel gelido risveglio.
Alla fabbrica tutti lo guardano cercando di trattenersi dal ridere, sebbene fosse Serguei per primo che trovava ridicola quella situazione. Cercò di non tirar fuori l’argomento, ma uno dei colpevoli dello scherzo non aspettò ad affibbiargli il soprannome di ghiacciolo, così in breve tempo tutto il complesso seppe della glaciale iniziazione di Serguei.
Incontrò Boris che gli veniva incontro per raggiungere il cosmodromo.
“ho sentito che il tuo risveglio oggi è stato un po’ … come dire … umido!?”
“si, e non venirmi a dire che tu non sei coinvolto. Ormai ti conosco troppo bene”
“davvero? Io invece ti dico che se fossi stato io ad organizzare quello scherzo avrei usato Vodka invece di acqua”
“sprecare tutta quella Vodka? Non sarebbe da te, quindi io continuo a pensare che tu c’entri in qualche modo. E ora fila al cosmodromo, se ti vedesse il direttore che te ne stai qui a chiacchierare saresti nei guai”
“e va bene, compagno direttore” Boris salì sulla monorotaia e lasciò che fosse Serguei dal suo ufficio ad attivarla, dopodiché il nuovo direttore di Komkolzgrad si ritrovò immerso nei rumori dei macchinari, delle voci degli operai e dei minatori e, senza che questo sovrastasse troppo, di una radio per tenersi aggiornato sulle notizie. Non badava molto alla musica, al momento non gli interessava, e in realtà nemmeno essere al corrente di tutto ciò che accadeva fuori dalla sua amata fabbrica. Lo faceva soltanto per non cadere dalle nuvole se e quando ci fossero stati dei cambiamenti che avrebbero coinvolto anche Komkolzgrad.
Guardò una per una tutte le telecamere, sentendosi ancora nuovo e del tutto inesperto per quel ruolo, ma anche fiero e soddisfatto. Anche un po’ solo, ora che i minatori erano sottoterra a scavare, gli operai alle macchine e lui da solo in quell’ufficio ad assicurarsi che tutto andasse bene. Non si poteva definire socievole, ma quell’improvvisa solitudine gli fece capire che in fondo gli sarebbe piaciuto condividere quell’avventura con qualcuno; ma eccetto Boris, che ora era troppo impegnato al cosmodromo, non aveva legato con nessun altro, non conosceva bene la gente che abita a Komkolzgrad, dietro la fabbrica e delle ragazze che aveva incontrato ancora nessuna l’aveva colpito al punto di spingerlo a farsi avanti.
“beh, prima vediamo di adattarci a questo incarico” si disse “poi, forse, verrà il momento di sistemarsi”
Nel frattempo alla radio le notizie erano terminate e un programma musicale sarebbe durato per alcune ore. C’era un’aria lirica cantata da una certa Helena Romanski, una cantante di successo conosciuta in tutto il mondo; ma in quel periodo Serguei non aveva tempo per la musica.


___________________________________________________________________________________________________



La mattina dopo non si accorsero nemmeno che gli studenti si alzarono e uscirono dalla stanza per le lezioni; erano così stanchi e stavano così bene stretti l’un l’altra. Intorno alle undici un gruppo di studenti passarono di fronte all’edificio parlando a voce un po’ troppo alta e svegliarono Lotjuska, che con molta cautela si stiracchiò e restò parecchi minuti ad osservare il suo Serguei mentre dormiva. In quei momenti le rughe intorno agli occhi erano più evidenti ed era molto più visibile la fatica che faceva per respirare. Forse era il caso di fare una visita dal medico, almeno per vedere se fosse possibile alleviare quella tosse persistente.
Era difficile restare a guardarlo senza cedere al bisogno di stringerlo forte per quanta tenerezza suscitava, ma non voleva svegliarlo.

Nel pomeriggio il fischio del treno annunciò la partenza e in breve i vagoni erano quasi tutti pieni. La maggior parte degli studenti tornava a casa per trascorrere una settimana di vacanze dovuta alla temporanea chiusura dell’università per dei lavori di manutenzione. Questa volta il viaggio fu un tantino scomodo per Serguei e Lotjuska, che si trovarono a condividere il vagone con una decina di ragazzi scatenati che non accennavano a fare silenzio nemmeno per un istante.
“così non riuscirò mai a lavorare” sospirò Lotjuska rassegnata fissando il computer. Il suo schermo, un’infinita griglia sopra un piano grigio scuro rimaneva sconsolatamente vuota quando sarebbe dovuta essere piene di misure e forme artistiche.
“proprio adesso devi lavorare?” si lamentò Serguei, sentendo l’arrivo di un estenuante mal di testa.
“speravo di avere qualcosa di pronto da inviare alla ditta quando saremmo arrivati. Invece ho l’impressione che anche questa settimana non avrò finito nulla”
“dove hai detto che stiamo andando?”
“a Valadilène. Ho visto un albergo che sembra essere carino. Che ne dici se ci fermiamo lì un pochino? Giusto il tempo di tirare il fiato e di decidere cosa fare”
“bene, potresti lavorare in albergo”
Non dovette pensarci molto prima di arrendersi e mettere via il computer, era impossibile lavorare in quelle condizioni. Serguei appoggiò la testa sulla sua spalla e insieme condivisero il lettore mp3 tenendo un’auricolare a testa; non era l’ideale per ascoltare musica, ma almeno potevano isolarsi dal resto del caotico vagone.

Il treno fece una breve fermata in una cittadina al confine tra la Germania e la Francia e mentre alcuni studenti lasciavano la stazione tutti gli altri ne approfittavano per sgranchirsi le gambe. Soprattutto Serguei, che dopo essere stato seduto tutto quel tempo non vedeva l’ora di camminare un po’, trovare un bar e bere qualcosa. Lotjuska invece pensava soltanto a trovare un bagno decente; quello del treno era inutilizzabile perché assediato dagli studenti.
Entrati nel primo locale che trovarono ordinarono una fetta di torta da condividere e una tazza di tè e con gli occhi sempre puntati sull’orologio per non perdere il treno, trascorsero un tranquillo quarto d’ora. In particolare, tale serenità era dovuta ad una telefonata che Lotjuska fece a sua madre.

“mama, ciao! Tutto bene?”
“si, va tutto bene. Ma tu? Come stai? E dove sei?”
“da qualche parte tra Germania e Francia. A dire il vero non so di preciso in quale dei due Paesi ci siamo fermati”
siamo? Quindi il tuo misterioso innamorato è lì con te”
“certamente. Non lo poteva lasciare ad Aralbad, no?”
“a proposito. Tuo padre è tornato a casa. Mi ha parlato di Serguei”
“ah … e?”
“mi ha detto tutto. Loty, sei davvero sicura di quello che fai? Serguei potrebbe essere tuo nonno”
“sono sicura, mama”
La sentì sospirare.
“beh, comunque questo non è un argomento di cui si può discutere al telefono. Prima di tutto devo conoscere di persona Serguei, e poi si vedrà”
“non vorrai tentare anche tu di dissuadermi?”
“per ora non ho intenzione di fare niente, né di dissuaderti, né di incoraggiati. Certo, se per te Serguei vale tanto da farti fare tutti questi giri, dev’essere davvero speciale”
Nadja era tremendamente perplessa dal fatto che sua figlia stesse frequentando un uomo così anziano; non dubitava che lei potesse davvero amarlo, e non aveva nemmeno troppi dubbi sul fatto che Serguei la ricambiasse. Ma aveva già visto relazioni così lontane in fatto d’età, e sapeva che col tempo il divario si sarebbe fatto sentire. E poi Serguei aveva vissuto in un’epoca che Lotjuska aveva potuto conoscere soltanto tramite libri di scuola e racconti dei suoi nonni; come avrebbero potuto conciliare questo distacco? Lotjuska si sarebbe adattata alla mentalità di Serguei o sarebbe stato lui a cambiare?
Cambiare, a quell’età? A Nadja sembrava impossibile. Ma poteva anche darsi che in fondo loro due non fossero così lontani, ed era proprio per questo che voleva conoscere Serguei di persona. Voleva vederli insieme, solo così avrebbe capito se le basi per quella relazione erano buone – per quanto potessero esserlo per due come loro – per avere un futuro.
“mama, per caso папа ti ha detto cosa ha in mente di fare ora?”
“ovviamente non gli ci è voluto molto per capire che saresti tornata da Serguei. Subito si è arrabbiato, stava per ripartire, ma dopo che abbiamo parlato è giunto alla conclusione che è soltanto una perdita di tempo continuare a rincorrerti”
“è ancora arrabbiato?”
“in realtà no, non mi sembra. Piuttosto, è curioso di sapere se avete in mente di tornare in Italia”
“ancora non lo so, ma è probabile. Al momento ci abito. Ma ho anche paura che portare Serguei così vicino a папа non sia una buona idea”
“Loty, mi preoccupa saperti in girò chissà dove. Se il problema è l’incolumità di Serguei non devi preoccuparti: Mauro è molto protettivo nei tuoi confronti, ma non è violento”
“mama, ci penserò. Promesso”
Stava per riattaccare, ma Nadja la fermò giusto in tempo. Voleva salutare anche Serguei e sentire la sua voce per la prima volta. Lotjuska passò il telefono a Serguei.
“buongiorno, signora Lauda …”


P.S. l'altro capitolo non lo posto perché ... l'ho perso
Marson - perderlo? Impossibile, sarebbe troppo stupido!
Loty - già ... troppo stupido

P.S. 2 - visto che in questo capitolo ne ho parlato ho bisogno della tua opinione: i piccoli Oscar e Kate Borodine potrebbero avere una parte in questa Fan Fiction, oppure è una cosa troppo irreale?
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Re: Fan Fiction

Postby Oscar_ModelloXZ2000 » Mon 27 May 2019 15:55

Loty Borodine wrote::shock: ... ehm ... :stress: :stress: ... come spiegarti ... ... siccome credevo che dopo tutto questo tempo tu avessi deciso di non tornare più nel forum ho pensato che fosse inutile continuare a scrivere la Fan Fiction, quindi non ho scritto nemmeno una riga ...

Per me sei morta, Lauda!

Bello!
PROSSIMO!
P.S. 2 - visto che in questo capitolo ne ho parlato ho bisogno della tua opinione: i piccoli Oscar e Kate Borodine potrebbero avere una parte in questa Fan Fiction, oppure è una cosa troppo irreale?

No, non direi... magari fra nove mesi può esserci una sorpresa... sai, con tutto quel.... :stress: ... insomma....
magari senza le ali :lol:
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Re: Fan Fiction

Postby Loty Borodine » Tue 4 Jun 2019 01:00

CAP.23



Fuori dalle finestre del locale si riusciva ad intravedere veramente poco, ma Lotjuska riuscì comunque a goderselo, osservando con tranquillità quella strada in lontananza che si vedeva a malapena, illuminata dai lampioni che si erano appena accesi con l’approssimarsi del tramonto; un laghetto appena visibile con qualche pianticella che cresceva intorno e tutto il resto era coperto da rigogliosi sempre verdi e rampicanti che creavano una tenda naturale su quasi tutta la finestra. Pareva che dopo quella breve conversazione con sua madre avesse messo da parte le sue preoccupazioni, come se adesso Nadja fosse dalla sua parte, pronta a fare fronte comune con lei per convincere suo padre a lasciare che frequentasse il suo grande amore.
Dal canto suo, Serguei avrebbe tanto voluto sentire in se quella calma che vedeva negli occhi distratti di Lotjuska, ma la sua mano non poteva non tremare mentre con il telefono appoggiato all’orecchio sentiva la voce di Nadja.
“buongiorno, signora Lauda …”
“salve, signor Serguei. Scusate, vi conosco soltanto così”
“Serguei va benissimo”
“quindi siete voi l’amore della vita della mia Loty??”
“eh … così sembra” Serguei era tremendamente imbarazzato da come era iniziata quella conversazione; si era immaginato decine di volte come sarebbe dovuto essere il primo colloquio con la madre di Lotjuska, e in nessuno di quelli aveva previsto un inizio più penoso di quello in corso.
“devo rivelarvi una cosa su Lotjuska” riprese Nadja.
“va bene … però, vi prego, diamoci del tu” perplesso da quella frase inaspettata Serguei lanciò un’occhiata interrogativa a Lotjuska. Cosa doveva sapere su di lei?
“mia figlia non è mai stata una persona incline ad impegnarsi con le persone. Non è molto brava a mantenere vive le amicizie ed è sempre stata restia ad accettare inviti dai ragazzi della sua età. Tutt’ora declina quasi tutti gli inviti che le vengono fatti”
“mi ero accorto che non sentiva la mancanza di nessuno, e ora capisco perché”
“ma una cosa è sicura. Se Loty riesce a vedere nel suo futuro la presenza di qualcun altro, allora quella persona ha un posto davvero speciale nel suo cuore”
“che significa?”
“se ti ha parlato dei suoi progetti, e in questi progetti ci sei anche tu, significa che ti vuole davvero bene”
“capisco”
Poi il tono di Nadja si fece più severo e intimidatorio “e tu vedi di non approfittarne! E non trattarla mai, mai, male! Ho anch’io i miei progetti e non vorrei che tra questi debba aggiungere anche il tuo funerale”
“eh … si … tutto chiaro”
A quella risposta seguita dal completo irrigidimento di Serguei, Lotjuska lo fissò impeziente, facendogli cenno di ridarle il telefono.
“un momento, tua figlia vuole parlarti”
Le passò il cellulare e passò i secondi successivi a rielaborare quella conversazione.
“mama! Mi spieghi che cosa stai dicendo a Serguei? L’hai terrorizzato!”
“niente, cara. Solo dei sani consigli di suocera”

Arrivò il momento di risalire sul treno e i due quasi non lo persero, assorti nei loro discorsi iniziati da Nadja. Saltati di corsa sul treno si sedettero sui primi posti che trovarono e ripresero le loro discussioni. Serguei in quel momento non ricordava che Lotjuska avesse parlato dei suoi progetti e voleva sapere se ne avesse fatti, ma non glielo poteva chiedere in maniera così diretta. Invece Lotjuska aveva capito subito che sua madre aveva detto qualcosa che, anche involontariamente, fece sorgere delle perplessità nel suo amato.
“mama ti ha detto che io so essere una pessima amica, che ho dato buca a tutti quelli che mi chiedevano di uscire e che sono un’asociale che non esce mai, vero?”
“più o meno … ma, no, non ha detto che sei una pessima amica!”
“invece lo sono. Non rispondo mai ai messaggi o alle chiamate delle mie cosiddette amiche”
“dunque io sono uno di quelli a cui tieni davvero, dato che quando ti parlo mi rispondi sempre”
“… è un bel modo di vederla”
“credi che fra, diciamo, cinque anni, continueremo ad essere così come siamo ora?”
“oh, spero proprio di no! Non mi va di passare la vita a scappare fa una parte all’altra dell’Europa!” poi lo guardò, intendendo cosa volesse veramente chiedere. Gli accarezzò la guancia “certo che saremo ancora così. E probabilmente staremo meglio”
“riesci a vederlo un futuro insieme a me? Nonostante l’età e qualsiasi altra difficoltà potremmo incontrare?”
“io vedo un futuro lunghissimo insieme a te. Quindi vedi di vivere fino a minimo cent’anni”
Serguei alzò lo sguardo iniziando a fare i conti.
“ora ho sessant’anni … tu ne hai ventitré. Quando ne compirò cento tu ne avrai quarantotto”
“non mi ci far pensare, già ora mi sembra che il tempo stia passando troppo velocemente”
“beh, è un bel po’ di vita insieme. Se riuscissi ad arrivare a cent’anni”
Lotjuska lo baciò, ignorando gli sguardi dei pochi studenti che sorpresi erano rimasti a fissarli e ridere.
“ci arriverai”

Arrivati a Valadilène, il tempo era umido e prometteva pioggia, anche se per il momento non cadeva nemmeno una goccia. Qualche uccellino si azzardava ancora a svolazzare per i nuvolosi cieli sopra quel tranquillo paesetto che pareva addormentato per quanto era silenzioso. Il sole era già tramontato da un pezzo quando arrivarono di fronte all’albergo dove pensavano di alloggiare, ma il profumo di qualcosa appena sfornato attirò la loro attenzione, soprattutto quella di Serguei, che dopo tutto quel tempo trascorso in una fabbrica, poi in una casa di riposo mal gestita e poi in un albergo ormai in declino, non si ricordave più quanto potesse essere invitante il profumo di un dolce appena cotto e ancora fumante.
“Serghy, prima fammi almeno prenotare la stanza. Tu intanto va alla panetteria”
“non ci vado da solo! Dai, solo una fetta di torta, ci metteremo pochissimo”
Lotjuska alzò gli occhi al cielo, sconfitta. Sapeva che ci avrebbero messo più di quanto ora prevedevano, perché si va con l’intenzione di mangiare una fetta di torta e poi si finisce per stare lì ore a parlare con il panettiere di tutti gli argomenti possibili. Temeva che non avrebbe fatto in tempo a prenotare una stanza e che sarebbero finiti col passare la notte fuori, molto probabilmente sotto la pioggia.
“però se passano le otto e mezza e siamo ancora in giro io vado all’albergo a prenotare la stanza, che tu venga o no”

Di fronte ad una fetta di torta al cioccolato e mirtilli ancora calda i due ebbero modo di scambiare alcune parole con il panettiere, esattamente come Lotjuska temeva, conoscendo un po’ di più sulla cittadina dove avevano intenzione di fermarsi qualche giorno. Fu interessante conoscere di più sulla storia di Valadilène, della sua fabbrica di giocattoli e di come era stata bella e viva nei suoi momenti di maggior successo.
“mi sarebbe piaciuto vederla a quei tempi” commentò Serguei con nostalgia e rammarico. In momenti come quello sentiva che l’aver passato l’intera vita in una fabbrica gli aveva fatto perdere innumerevoli opportunità.
“ho un album con delle foto. Non è proprio la stessa cosa, ma rende l’idea”
Il panettiere portò un enorme libro pieno di vecchie fotografie, molte in bianco e nero. A quel punto Lotjuska fu costretta ad alzarsi.
“Serghy, mentre guardi le foto io vado a prendere na camera all’albergo, altrimenti non facciamo in tempo. Mi aspetti qui?”
“un momento, per quanto tempo hai intenzione di fermarti qui?”
“non saprei, due o tre giorni …”
“Loty … posso parlarti?”
“certo”
“questi ultimi mesi sono stati stressanti, per uno della mia età. Una fabbrica che mi crolla addosso, una guarigione piuttosto grezza e senza cure mediche vere e proprie, una casa di riposo deprimente e sono reduce da una recente crisi. Sono stanco. Avrei bisogno di fermarmi più a lungo, se fosse possibile”
“beh, stabilendoci qui, e continuando a lavorare con il computer, non dovrebbe essere così difficile. Vedrò cosa riesco a fare”
“mi dispiace esserti d’intralcio, forse tu avevi altri programmi e io …”
“no, non dire così. Questo periodo è stato folle anche per me, ed è già tanto che siamo riusciti ad arrivare fin qui senza che io impazzissi del tutto. Fermarsi è senza dubbio la cosa migliore, per entrambi”
Sollevato, Serguei posò la testa sulla sua spalla e si accoccolò in un dolce abbraccio. I suoi capelli sapevano ancora di menta, anche se dopo tutto quel tempo senza lavarli avevano preso quell’odore che aveva il treno, un sentore di viaggi lunghi e di ignoto. L’umidità aveva intaccato i vestiti che non cambiava da quando erano partiti dalla Russia e se all’inizio emanavano il profumo del detersivo ora sapevano di vento, di pioggia e di piante esotiche – cosa dovuta alla loro fermata nella gigantesca voliera ricca di vegetazione -. Quel viaggio stava cambiando entrambi. Lui era stanco, e allo stesso tempo si sentiva più vivo; lei era diventata selvatica. Nessuno poteva più dirle dove andare, cosa indossare, chi amare.
“solo amarti non mi è faticoso” le disse un attimo prima di baciarle il collo e di abbandonarsi alla calma surreale di quel posto.
Per alcuni istanti Lotjuska fu tentata di ricambiare quella quieta passione, ma se avesse atteso ancora non avrebbe trovato più nessuno all’albergo.
“Serguei …. dopo”

____________________________________________________________________________________________________


Venezia, 17 Febbraio 2014. Ore 3:00

Lotjuska aprì lentamente gli occhi, soltanto per ritrovarsi in una stanza sconosciuta, quasi completamente buia e impregnata di un forte odore di disinfettante. Ricordava ben poco di quello che era successo prima, e ciò la confondeva ancora di più; tentò di alzarsi ma all’improvviso qualcuno entrò nella stanza ed accese la luce.
“cosa stai facendo? Non devi alzarti!” una donna, sicuramente un’infermiera, le corse incontro e la fece sdraiare di nuovo.
“perché sono qui?” domandò Lotjuska agitandosi “dov’è Pauline?”
“Pauline? Chi è?”
“una collega … lei sta bene? È stata coinvolta anche lei?”
“non abbiamo ricoverato nessuna Pauline”
“devo parlarle”
“sono le tre di notte, le parlerai domani”
“voglio andare a casa”
“abbiamo contattato i tuoi genitori poco fa, stanno venendo a prenderti, ma tu non devi muoverti”
Lotjuska sorrise per il controsenso “se i miei mi portano a casa come farò a non muovermi?”
“te ne andrai su quella” l’infermiera indicò con noncuranza la sedia a rotelle che si trovava accanto al letto, dove Lotjuska non aveva ancora mai guardato. Le si gelò il sangue nel vederla.
“è definitivo?”
“fortunatamente no. Ma se vuoi tornare preso a camminare dovrai fare molta fisioterapia”
Questa volta non rispose. Man mano che diventava più sveglia si rendeva conto di molti altri dolori.
“il … il collo. Che ha?” tentò di toccarselo ma la mano sentì soltanto un freddo e rigido collare.
“è una precauzione. Non si è rotto nulla ma hai preso un duro colpo. Potresti avere difficoltà a girare la testa, ma la fisioterapia tenterà di sistemare anche quello”
“altri danni?”
“ferite varie, non gravi” continuò l’infermiera “e poi degli ematomi sulle braccia, probabilmente resteranno indolenzite per un po’”
Lotjuska aveva già smesso di ascoltare; adesso si ricordava tutto.
“lei sa cosa mi è successo?”
“non ricorda?”
“si, ricordo. Ma qualcuno le ha spiegato perché sono ridotta così?”
“ha chiamato il tuo datore, ha detto che uscendo dal lavoro sei scivolata sulle scale di marmo esterne perché la donna delle pulizie le aveva appena lavate. Sei caduta dal primo piano. Dovresti stare più attenta quando corri via dal lavoro”
“già …”

Ore 20.30
Ferita e dolorante, Lotjuska sentiva la mano stretta attorno al collo spingerla oltre la ringhiera delle scale esterne. Poi per dei velocissimi secondi non sentì più la terra sotto i piedi, solo il dolore delle precedenti percosse che si accentuavano durante la caduta e diventavano ancora più intensi dopo l’impatto con il duro asfalto. La vista le si offuscò immediatamente, tanto da non permetterle di vedere nemmeno i suoi aggressori andarsene, abbandonandola all’entrata di un parcheggio ormai del tutto vuoto. Poi più nulla.

Ore 3.45
Lotjuska si trovava a casa, immobile sulla sedie a rotelle a fissare la città dormiente che non dava alcun segno di vita.
Sua madre entrò nella sua stanza con una tazza di tè verde fumante, amaro come piaceva a lei.
“se vuoi ho anche dei bliny. Li avevo preparati per quando saresti tornata, ma …”
“grazie mama” rispose Lotjuska con un tono imprecisabile, quasi come quello di un automa.
“te li porto, con la confettura di limoni”
La giovane tentò di girare la testa ma il dolore al collo le impediva qualunque movimento. Anche se non aveva più il collare, era come se delle mani invisibili la stessero tenendo immobile. Dovette muovere la sedia per poter vedere sua madre.
“mama … hai sentito Pauline?”
“è stata lei a trovarti”
“cosa vi ha detto?”
“che ti ha trovato per terra, come se fossi caduta oltre la ringhiera delle cale della ditta dove lavorate”
“non sono caduta”
“lo so. Nessuno di noi, nemmeno Pauline, si beve la storiella che tu stavi correndo. Come avresti potuto correre con delle scarpe così alte? Anche provandoci, è impossibile andare abbastanza veloci da cadere in quel modo”
“bene”

___________________________________________________________________________________________________


“buonasera, è possibile prenotare una stanza?” domandò Lotjuska non appena il locandiere si fece vivo dietro il bancone. Era ancora sorpresa dal curioso aggeggio che fungeva da campanello, lo trovava irresistibile e se il locandiere non fosse arrivato subito si sarebbe divertita a risuonarlo.
“certamente. Un letto singolo?”
“in realtà siamo in due. Sono disponibili stanze con letto matrimoniale?”
“deve esserne rimasta una. Ora controllo” con calma il locandiere controllò le chiavi delle stanze rimaste disponibili, dando il tempo a Lotjuska di guardarsi intorno. L’entrata dell’albergo era accogliente e abbastanza spaziosa, con dei tavoli ben sistemati e un caminetto che forse sarebbe stato acceso nei giorni seguenti per via di quelle giornate più fredde del solito; le sarebbe piaciuto passare un pomeriggio o una serata seduta a uno di quei tavoli insieme a Serguei, leggendo, parlando o facendo qualsiasi altra cosa, godendosi lo scoppiettante fuoco del caminetto.
“si, c’è una stanza con letto matrimoniale libera. È tutta vostra”
“la ringrazio molto”
“per quanto tempo vi fermerete qui?”
“ … non lo so”
Il locandiere la guardò sorpreso. Raramente gli erano capitati clienti che prenotavano senza sapere quando se ne sarebbero andati.
“non lo sa?”
“siamo reduci da delle vicende stressanti, e da dei viaggi lunghi e faticosi. Abbiamo entrambi bisogno di fermarci un momento” Lotjuska non si preoccupava di dover pagare una stanza per lungo tempo. Con lo stipendio percepito dal lavoro che avrebbe continuato a fare da lì avrebbero potuto vivere come se invece di una stanza d’albergo stessero vivendo in una stanza affittata. Una situazione un po’ difficile da comprendere, ma in fondo non così surreale. Dopo aver finito di compilare i documenti per il pernottamento, Lotjuska uscì subito per tornare da Serguei, che come sperava ritrovò dal panettiere, intento a mangiare un’altra fetta di torta.
“forse dovrei dirti di non esagerare con le calorie” disse sedendosi accanto a lui “ma mi piaci troppo così cicciotto”
“magari da domani mi metto un po’ a dieta. Sai, per il colesterolo e cose simili”
“domani è sabato, ci sono i dolci al cioccolato!” annunciò trionfante il panettiere, entusiasta di avere nuovi clienti da accontentare. Non aveva sentito una sola parola del buon proposito di Serguei “e domenica qui facciamo una piccola fiera, la sera ci sarà la premiazione delle torte migliori”
“posso partecipare?” domandò Lotjuska “non sono proprio la migliore cuoca ma … chissà, magari con un dolce riesco a conquistare Serguei”
Serguei la guardò con occhi sognanti.
“tu mi hai già conquistato”
“quindi non vuoi provare la mia Torta Serghy?”
“Torta Serghy …!? Esiste?”
“me la sono inventata mentre eravamo in treno”
“bene, allora sono curioso di sentire che gusto ha questa Torta Serghy. Se vuoi ti iscrivo” propose il panettiere.
“grazie”
“credo che la dieta aspetterà” Serguei si arrese.

Di lì a poco entrò un bambino nel negozio.
“quel bambino l’ho già visto, la prima volta che sono stata qui” commentò Lotjuska osservandolo mentre correva dietro al bancone.
“Momo, sto chiudendo!” disse a voce alta il panettiere dalla stanza accanto al negozio, probabilmente la cucina dove preparava e infornava gli impasti.
Ma il bambino non rispose, si limitò a prendere un paio di paste dolci lasciando alcune monete sopra al bancone. Quando il panettiere tornò nel negozio Momo stava già uscendo, ma si bloccò di colpo a fissare i due nuovi arrivati. Soprattutto Serguei, lo guardò così a lungo da riuscire a lasciare perplessi tutti e tre i presenti. Poi alzò le spalle e se ne andò.
“forse ti ha scambiato per qualcuno che conosce”
“strano … sei sicura che non guardava te? Hai detto che vi eravate già incontrati”
“non ho dubbi. Stava guardando te”
“Momo è un ragazzino particolare” spiegò il panettiere mettendo in tasca i soldi lasciatigli da Momo e iniziando a pulire “che io ricordi, qui a Valadilène non c’è mai stato nessuno che le somigliava, signor Borodine; ma chissà, forse Momo è riuscito comunque a trovare qualche somiglianza con qualcuno … forse quel vecchietto che va sempre a sedersi nella panchina in fondo alla via. Oppure era incuriosito dalla sua maschera. Non se la leva mai?”
“raramente. L’ho portata per molti anni, ora mi fa uno strano effetto levarla”
“questa è una cittadina piccola, si aspetti che qualcuno possa guardarla in modo strano, se se ne va in giro sempre con quella maschera. Ma siamo gente buona, e ci abituiamo presto a vedere cose eccentriche. La fabbrica sfornava meraviglie di ogni tipo” lo sguardo del panettiere si rivitalizzò come se nella sua mente si fosse realizzata la soluzione “ecco! Per via di quella maschera Momo la deve aver scambiata per uno degli automi di Hans Voralberg!”
Esasperato Serguei si lasciò cadere sulla sedia “ancora con questo Hans Voralberg!”
“lo conosceva?” al panettiere sembrava davvero strano che Serguei, pur non essendo mai stato a Valadilène, potesse conoscere Hans. Lui credeva che fosse morto quando era soltanto un bambino.
“è una lunga storia. Loty, per quanto tempo hai prenotato la stanza?”
“a tempo indeterminato, per il momento”
“bene. Avrò tutto il tempo di raccontarle”
“ci conto! Ora però devo chiedervi di uscire, devo pulire il negozio e poi finalmente tornare a casa”

Andarono in albergo e pieni di curiosità entrarono nella loro attuale sistemazione. Dato il tempo che vi avrebbero passato era un po’ come entrare nella loro nuova casa. La camera era relativamente piccola, ma davvero comoda e accogliente. Dei tavolini agli angoli, comodi per appoggiarvi qualsiasi cosa e un tavolo più grande vicino alla finestra. Lì era perfetto per lavorare al computer, soprattutto la sera quando un cielo stellato faceva da sfondo fuori dalla finestra. Un separé copriva un armadio piuttosto ampio, anche se al momento serviva a ben poco perché non avevano vestiti da riporvi.
“carina” disse Serguei senza smettere di esplorarla in ogni angolo.
“se solo potessi dare una bella mano di nero alle pareti!” si lamentò Lotjuska. Ma quella camera piaceva molto anche a lei, non tanto per come era nell’aspetto ma per la sensazione di calma che le dava essere lì.
“non pensare alle pareti. Guarda che letto! Mi ci potrei perdere. A Komkolzgrad il mio letto era singolo e dopo decenni di utilizzo era diventato un rottame. Il materasso, beh … diciamo che ha ceduto al punto che dormire sulla sedia del mio ufficio era addirittura più comodo”
Lotjuska si sdraiò accanto a lui, godendosi anche lei quel letto, comodo e profumato proprio come sono i letti di ogni albergo che si rispetti. Accanto a loro la finestra dava sulla fabbrica Voralberg, ma la vista non era soltanto un edificio, ma parte di esso e il resto era il panorama delle montagne lontane rese sfocate dalle nuvole scure e basse. Aveva cominciato a piovere e il rumore che batteva su quella stradina fatta di mattoncini aveva un effetto ovattato, come se piovesse sottovoce.
“non è che anche questa volta tuo padre viene qui?!” domandò Serguei, colto dal dubbio.
“se verrà, ce la caveremo”

Lotjuska disfò i bagagli, posizionando il suo prezioso computer sul tavolo, speranzosa di aver trovato finalmente un posto tranquillo dove lavorare, e forse anche un aiuto; forse Serguei poteva darle delle buone idee per i suoi disegni. In ufficio le davano molto raramente delle indicazioni sul tipo di gioielli da disegnare, e questo in parte era un bene, perché si fidavano della sua creatività, ma quando non aveva nessuna ispirazione per la mente la cosa si faceva molto difficile. Serguei poteva essere la sua nuova musa? Si voltò a guardarlo mentre si levava la giacca e la camicia, restando soltanto con i pantaloni.
“questa volta non vedo l’ora di potermi fare una doccia … Loty? Tutto bene?”
“eh?”
“sembravi … assente”
“ti stavo semplicemente ammirando”
“ammirare me?” Serguei rise “sei strana”
“e tu sei uno schianto”
“già, uno schianto catastrofico. Ho sessant’anni, sono sovrappeso e nemmeno tanto alto, come riesci a vedermi bello?”
Lotjuska lo raggiunse.
“se amo una persona, amo ogni cosa di lei. Serguei, tu sei straordinario, e questo, almeno per me, ti rende bello in tutti i sensi”
“cosa c’è di straordinario in me?” per un attimo in Serguei balenò il dubbio che Lotjuska glielo stesse dicendo soltanto per renderlo felice, ma che di fatto non ci potesse essere nulla di davvero straordinario
“c’è così tanta passione dentro di te da poter mantenere viva l’anima di tutto il pianeta. Ingabbiare cantanti e rinchiudere me in una vecchia casa abbandonata è da pazzi, ma oltre quello … tutte le tue azioni sono mosse da una passione estremamente forte. Ho vissuto così tanto tempo intorno a persone che non avevano più nessuna scintilla e tu, tu sei così meravigliosamente folle e senza regole. In un mondo totalmente succube delle convenzioni e della paura delle opinioni, tu vivi senza avere leggi o limiti. Ti amo perché sei totalmente diverso da chiunque altro abbia incontrato e di questo a te non ha mai importato nulla. E se sei molto più vecchio di me, se non sei alto e magro come i modelli da copertina, allora ben venga, sei ancora più libero da quelle loro inutili convenzioni”
“in tutti i tuoi progetti futuri, ce n’è almeno uno in cui io sono presente?”
“tu sei presente in tutti i miei progetti”
Serguei stava dimenticando il bisogno di farsi una doccia mentre si lasciava velocemente sopraffare dalla voglia di lei; cogliendola di sorpresa la baciò passionalmente e la spinse sul letto.
“Serghy …” tra un bacio e l’altro Lotjuska cercava di parlargli, ma lui non le permetteva lo spazio nemmeno di una parola “per favore …”
Alla fine dovette spingerlo indietro.
“Serghy, prima fatti una doccia!”
“ah, si. Giusto. Mi faccio una doccia e poi …”
“e poi me la faccio io”

Alla fine la notte non passò esattamente come Serguei si aspettava; entrambi si fecero una lunga doccia, e poi a Lotjuska venne in mente che, stando così a lungo a Valadilène, dovevano procurarsi qualche capo d’abbigliamento nuovo. Non potevano certo stare sempre con la stessa maglia o con la stessa giaccia, soprattutto dopo quel viaggio che li aveva impregnati di sudore, umidità e macchie. Così una volta fuori dalla doccia si mise comoda sul letto, e invece di stringersi a Serguei riprendendo il loro attimo di passione, prese il computer e si mise a fare compere su internet.
“non potevi aspettare di comperare qualcosa in un negozio qui?”
“e come? Non ho niente da mettermi! Letteralmente, ho preso tutti i vestiti e li ho messi ammollo nella vasca da bagno. A proposito, ricordami di andare a riprenderli fra una ventina di minuti”
“potrei andare io a comprarti qualcosa”
“ho messo a lavare anche i tuoi vestiti, erano messi peggio dei miei”
“una volta asciutti e puliti andranno di nuovo bene”
“non possiamo andare in giro sempre con le stesse cose addosso!”
“quando ero direttore a Komkolzgrad lo facevo! Non avevo bisogno di un guardaroba intero”
“si, sarebbe davvero comodo. Ma, onestamente, non ti andrebbe di cambiare giacca, ogni tanto?”
“beh …”
“che? Nell’Unione Sovietica non esisteva l’aspetto esteriore? La voglia di vedersi allo specchio e sentirsi belli?”
“no, anzi! C’era anche una casa di moda importante … una volta a Komkolzgrad era stato recapitato erroneamente un catalogo di vestiti. Erano gli inizi degli anni sessanta, e andavano di moda quei vestiti ampi, dal taglio semplice e i ricami dettagliati … oppure abiti da cerimonia appariscenti che … sono certo ti starebbero benissimo. Ce ne era uno lungo e nero, ti avrebbe fatta sembrare una regina” poi le accarezzò il braccio, fresco e pallido “però tu per me sei già una regina. Anche se gli unici vestiti che hai ora si trovano in una vasca da bagno”
Lotjuska abbassò lo sguardo e sorrise.
“non hai mai detto nulla sulle mie cicatrici”
“chi non ne ha? Ho pensato che fossero una cosa normale, che magari ti fossi fatta male facendo sporto o lavorando”
“è una storia lunga”

Trascorse l’intera notte confessando la storia di quelle cicatrici, l’aggressione al lavoro, i motivi che l’avevano causata, e la vera ragione per cui lei era tornata in Russia per trovare i suoi parenti. All’approssimarsi dell’alba stavano ancora parlando.
“quindi, se non ti avessero mai aggredita, tu non saresti andata in Russia e non mi avresti mai trovato”
“forse sarei andata comunque in Russia. Te l’ho detto, ho dei parenti a cui voglio molto bene. Anche se, probabilmente, non ci sarei andata così presto. Di solito programmo di andarli a trovare verso la fine dell’anno. Quindi hai ragione. Dovevo morire io per salvare la vita a te”
“Loty, troverò tutti i responsabili della tua aggressione, tutti! Anche se dovessi andare in capo al mondo, li troverò e chiederò loro conto di quello che ti hanno fatto”



P.S. – quando all'inizio Serguei parla con Nadja si danno del Voi: equivale al dare del Lei, solo che in Russia si da del Voi. Raramente lo traduco letteralmente, ma ho voluto sottolinearlo nel dialogo tra Serguei e Nadja

P.S – la frase finale potrebbe …
Spoiler:

Essere un possibile premessa per il sequel … non aspettarti una trama tutta improntata su una vendetta spietata :lol: ma l’argomento potrebbe tornare come avvenimenti secondari


Risposte al post che hai scritto
Per me sei morta, Lauda!

La prima lettera che ricevo dai miei fan!!!!!! :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:

No, non direi... magari fra nove mesi può esserci una sorpresa... sai, con tutto quel.... :stress: ... insomma....
magari senza le ali :lol:

"con tutto quel ...." ... volevo rendere un po' più "movimentata" la storia, spero di non aver esagerato :lol:

:grat: Diciamo che questa "sorpresa" mi mette un po' in difficoltà con la scaletta che avevo fatto, e poi ti immagini la reazione di Mauro se ci scovasse e trovasse, oltre a me e Serghy, anche due piccoli in più!? Ammazzerebbe Serghy, donerebbe i piccoli allo zoo e mi rinchiuderebbe da qualche parte, e la storia diventerebbe troppo breve!
A dire il vero mi aspettavo che mi dicessi "no, non è per nulla realistico che un vecchiaccio come Serguei riesca ad avere dei figli" e io avrei tranquillamente continuato la mia storia senza più pensarci. Adesso hai smontato tutte le mie certezze! :lol:
Vedrò cosa riesco a fare ... soprattutto perché farli senza ali è davvero difficile! Immagino che non potrò nemmeno farli fare a Serguei ...
Serguei - :bah: ho già dato ...

Altra cosa: un po' di capitoli fa ti avevo detto che avevo diviso l'intera storia in tre parti, e che era iniziata la seconda parte. Adesso non siamo ancora nella terza parte, però non mancano ancora molti capitoli. All'inizio della terza parte ti chiederò alcune impressioni, cosa ti è piaciuto, cosa non ti è piaciuto, cosa vorresti cambiare e cosa ti aspetti. Quindi preparati all'interrogatorio :lol:
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Re: Fan Fiction

Postby Oscar_ModelloXZ2000 » Thu 13 Jun 2019 15:08

Bel capitolo! Molto interessante il risalto dato al panettiere, chissà se anche il vecchietto dirà qualcosa in più. Ma... il Locandiere e Serguei in questa storia sono imparentati o no?

Beh, non è detto, un uomo oltre i sessanta-settant'anni potrebbe ancora avere dei figli, anche se avere vissuto anni in una fabbrica altamente inquinata potrebbe averne compromesso la fertilità... ehm... pensaci tu!
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