Fan Fiction Alternativa - COMPLETO

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Fan Fiction Alternativa - COMPLETO

Postby Loty Borodine » Mon 24 Sep 2018 22:41

Ho iniziato a scrivere questa storia “alternativa” con l’intenzione di scrivere soltanto pochi capitoli. Infatti l’alternativa comportava che Serguei sarebbe morto nell’esplosione o poco dopo.
Prevedevo di scriverla molto più avanti, quando l’altra FanFiction fosse terminata o quasi, solo che in questi mesi mi sono ritrovata a dover attendere in un ufficio per parecchio tempo e mi ero portata dietro soltanto un quaderno e una penna; così per passare il tempo ho cominciato a scrivere la FanFiction alternativa … però invece di scrivere quel che bastava a far morire Serguei (detta così è davvero pessima :bah: ) mi sono lasciata prendere dall’entusiasmo e ho riempito tutto il quaderno.

L’inizio è uguale a quello dell’altra storia (in effetti si tratterebbe della stessa storia, ma con un epilogo diverso). Ho diviso la storia in parti più o meno uguali, non ha capitoli, quindi non sapevo in che altri modi avrei potuto dividerla, e postarla tutta in una volta sarebbe stato davvero eccessivo (non so nemmeno se si possa postare qualcosa di così lungo). E poi dividendola avrebbe anche agevolato lettura/commenti/correzioni.

La posto senza controllarla troppo, quindi qualsiasi osservazione o modifica che suggerisci e ben accetta. Anzi, posto tutto senza guardarla e riguardarla proprio per darti la possibilità di avere voce in capitolo (e poi perché ho fretta di postarla :lol: ).
Non mi aspetto subito una risposta o l’elenco di commenti e modifiche perché immagino che ti vorrai prendere un po’ di tempo per leggertela con calma (ci ho messo quasi 5 mesi a scriverla, non mi aspetto che tu la legga tutta in un’ora). Puoi anche scrivere volta per volta le osservazioni, senza fare tutto in una volta alla fine. Fai come vai meglio.

:grat: poi magari la storia è un disastro totale e io ho buttato cinque mesi che potevo occupare nell’altra FanFiction o nei disegni :argh:

Basta, mi sto perdendo in mille congetture.
Buona lettura!
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Re: Fan Fiction Alternativa - COMPLETO

Postby Loty Borodine » Mon 24 Sep 2018 22:58

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Era ormai sera inoltrata quando una vecchia automobile d’epoca, modificata e migliorata con dei meccanismi a molla e a vapore, si ritrovò in mezzo ad una landa desolata, ferma.
All’interno, Lotjuska si guardava nervosamente attorno in cerca di punti di riferimento, ma vedeva solo rocce, vecchi ruderi abbandonati ed in lontananza una sottile linea che doveva essere il riflesso grigio del metallo delle rotaie.
Con una mano stringeva il duro volante color legno, mentre con l’altra teneva appoggiato all’orecchio il telefono, che ormai era diventato rovente dopo tutto quel tempo passato a parlare.

“Loty, come faccio a dirti dove devi andare se non so nemmeno dove sei? Dimmi cosa vedi in giro!” disse per l’ennesima volta una voce innervosita.
“niente! Non c’è niente! Non c’era niente cento chilometri fa e non c’è niente nemmeno ora” rispose Lotjuska, altrettanto nervosa.
“ma dove sei finita?”
“vorrei tanto saperlo, zio” con sguardo rassegnato Lotjuska si apprestò ad uscire dalla macchina.
“mi fermo un attimo e mi sgranchisco le gambe, sono ore che guido senza pause”
“fa attenzione. Chissà cosa si può nascondere in quel postaccio disabitato”
Lotjuska alzò gli occhi al cielo, esasperata dalla sua eccessiva preoccupazione, ma allo stesso tempo consapevole che poteva aver ragione “va bene, starò attenta … ciao Fred. Ti richiamo io se ho qualche novità”

Mise in tasca il telefono e si guardò intorno, sorpresa da quanto fosse forte l’odore di bruciato. Sembrava stesse andando a fuoco l’intero posto, anche se non vedeva fiamme da nessuna parte. Era caldo e solo una volta uscita dall’auto notò che il fumo che prima aveva notato era decisamente più denso; un’insolita nebbiolina grigiastra riempiva tutto l’ambiente e delle piccole briciole di cenere svolazzavano leggermente trasportate dal vento. Cercando di capire da dove venisse il fuoco si girò e vide oltre delle alte rocce scure, in direzione dei monti Urali, un’immensa nuvola di fumo nero salire verso il cielo. Non vedeva fiamme, ma le sfumature rossicce che divampavano oltre le rocce rendevano chiaro che l’incendio fosse ancora in corso.

Risalì in fretta sull’auto e partì verso il fumo, cercando una via per raggiungerlo. Il terreno era accidentato e Lotjuska faticò parecchio per mantenere il controllo dell’auto finchè non si ritrovò a guidare accanto delle rotaie, le stesse che prima aveva visto, che conducevano dritte verso l’origine dell’incendio.

Mille pensieri comparivano nella sua mente. Cos’era successo? C’erano superstiti? Qualcuno aveva bisogno di aiuto? E una volta arrivata cosa avrebbe fatto?

Più si avvicinava più si rendeva conto della gravità della situazione. Anche se non si riusciva a capire molto dalle macerie che giacevano a terra in fiamme, Lotjuska intuì che qualcosa, una costruzione molto alta e pesante, era crollata contro l’imponente edificio accanto. Forse era caduta a seguito di un esplosione, oppure fu proprio il crollo a causare l’incendio colpendo delle sostanze infiammabili.

A quel punto, quello che era successo veramente era irrilevante. Trovò un posto sufficientemente riparato per parcheggiare la macchina e proseguì a piedi, arrampicandosi tra le macerie e cercando di farsi spazio in mezzo a quell’inferno.

Riconobbe alcuni elementi tipici delle fabbriche, le impalcature, quel poco di struttura che ancora era in piedi e un passaggio molto danneggiato che conduceva sotto terra le fece intuire che si trattava di un complesso minerario. Avvertì una fitta al cuore immaginando cosa potesse essere successo lì e pensando a quanti avessero potuto rimetterci la vita in un disastro simile. Il solo sollievo le veniva dato dal fatto che quel complesso sembrava chiuso e abbandonato da parecchio tempo. Ma allora cosa aveva potuto causare tutto ciò?

Mentre camminava, poco più avanti dei resti di quella che doveva essere una porta, sentì un rumore dietro di se, non molto lontano da un gigantesco cumulo di macerie di ferro avvolto da alte fiamme. Probabilmente era il posto peggiore dove qualcuno potesse trovarsi intrappolato, ma si fece coraggio e si avvicinò.

“Ehi! C’è qualcuno?” gridò con tutta la voce che aveva.
“Ehi!!!” chiamò ancora.
Tentò una terza volta, ma l’intenso fumo le mozzò il respiro, impedendole di gridare. Si coprì il viso con il braccio e si abbassò, cercando di spostare i detriti.

Il rumore metallico si ripeté, più forte, alla sua sinistra e lei non aspettò un istante a levare i detriti, scoprendovi sotto una persona intrappolata. La mano con cui era riuscito a muovere la lastra di metallo, richiamando la sua attenzione, era ricoperta di sangue, così come il braccio ed altre parti del corpo. L’uomo, sebbene in quello stato non fosse tanto semplice da vedere bene, sembrava avere una certa età, aveva la pelle molto chiara e da quanto poteva vedere non era molto alto ed era un po’ in carne. Il viso era coperto da una maschera marrone scuro con degli occhiali sul dorato e le lenti molto scure; gli lasciava libera solo la bocca, che in quel momento gli permetteva solo di ansimare a fatica.

“oh mio … … signore, mi sente?” sforzandosi di non farsi prendere dal panico, Lotjuska cercò di accertarsi delle sue condizioni, come l’ultimo corso di Sicurezza sul Lavoro le aveva insegnato.
“nnhf …” l’uomo non riusciva a rispondere, ma il suo tentativo almeno indicava che era vivo.
“stia calmo, adesso la tiro fuori”

Era più facile dirsi che a farsi, una pesante trave in ferro gli bloccava la gamba destra, ed altri detriti, sebbene più leggeri gli impedivano di muoversi.
Con fatica Lotjuska levò tutti i pezzi di ferro che lo intrappolavano, fino ad arrivare alla trave più pesante. L’afferrò dal basso con entrambe le mani e cercò di sollevarla. All’inizio si mosse appena di qualche millimetro, ma sembrava impossibile da spostare ulteriormente.

Lotjuska mollò la presa ed ansimò sfregandosi le mani doloranti. Il suo sguardo si spostò sull’uomo intrappolato. Respirava a fatica, cercava di muoversi ma era troppo debole per riuscire a liberarsi da solo. Con uno sforzo doloroso alzò la testa e i loro occhi si incontrarono; subito Lotjuska poté vedere solo delle lenti nere che la fissavano, ma dopo alcuni istanti riuscì ad intravedere un bagliore di vita nei suoi occhi nascosti che la imploravano.
Non poteva arrendersi, non dopo aver visto quel luccichio disperato guizzare dietro quegli occhiali sporchi.

Con rinnovata grinta Lotjuska afferrò la trave ed iniziò a tirare. All’inizio non c’era modo di muoverla, ma lei continuò con ancora più forza. Avvertì un forte dolore alle mani ma non si fermò, e la trave si sollevò di alcuni centimetri. Continuò a spingerla verso l’alto, ignorando il dolore alle mani e alle braccia; il pesante detrito si sollevò ancora, abbastanza da permettere all’uomo di spostare la gamba, liberandosi. Con un ultimo sforzo Lotjuska spinse la trave, facendola cadere dove non poteva fare altri danni.

Cadde in ginocchio, esausta dalla fatica e notò le ferite sanguinanti sui palmi delle mani. Erano dolorose, ma non erano poi così gravi, le sarebbe bastato lavarle e metterci un po’ di garza. Spostò la sua attenzione sul superstite appena salvato. Non dava alcun segno di essere sveglio, soltanto un lieve movimento del torace, sospinto da dei respiri sempre più deboli.
Non c'era tempo da perdere, prese immediatamente il telefono e compose il numero del pronto soccorso.
"pronto? Sto chiamando da una fabbrica, ai piedi dei monti Urali. Non so di preciso dove si trovi, ma c'è stato un incidente. C'è un ferito grave". Subito dopo Lotjuska sentì il suono di una tastiera provenire dal telefono.
“dal satellite vedo che c’è il Complesso di Komkolzgrad è in fiamme”
“credo proprio di essere lì. Qui c’è un signore anziano che è rimasto sotto le macerie, sono riuscita a tirarlo fuori, ma non sta bene” gli tastò il polso insanguinato “ha il polso debole”
“continui a tenerlo sotto controllo. Arriveremo il prima possibile”

Per alcuni istanti Lotjuska si sentì completamente smarrita all’idea di rimanere da sola con un ferito grave, si sentiva male al solo pensiero che potesse morirle di fronte; tirò fuori tutta la forza che aveva e si inginocchiò accanto a lui, continuando a controllare il polso e il respiro. Non contò quanto tempo trascorse da quando aveva telefonato a quando sentì i soccorsi arrivare, per lei era passata un’infinità ma tirò un sospiro di sollievo quando due infermieri portarono una barella e vi caricarono sopra il ferito.
“lo portate all’ospedale, vero?” domandò Lotjuska, speranzosa che adesso che si trovava in mani più esperte, quel signore avesse avuto più possibilità di sopravvivere.
“non subito. Prima lo visitiamo qui, sull’autoambulanza, per informare l’ospedale di quello che avremo bisogno una volta arrivati. Lei può andare”
“cosa? No, voglio sapere come sta!” ribatté Lotjuska, per nulla intenzionata ad andarsene.
“come vuole, ma per il momento deve restare fuori ad aspettare. Il tempo di visitarlo e poi le faremo sapere”

I due infermieri si chiusero velocemente nell’autoambulanza con il ferito, lasciando Lotjuska da sola, a metà strada tra il veicolo e la fabbrica in fiamme. Nel frattempo era crollata una buona parte della struttura, lasciando scoperta una strana stanzetta, piccola e senza fondamenta o pareti che la unissero al resto dell’edificio. Doveva essere un abitacolo mobile della fabbrica, forse un magazzino o qualcosa di simile; incuriosita si avvicinò, scoprendo di potervi entrare senza troppa fatica e senza rischiare di avventurarsi tra le fiamme. All’interno vi trovò un arredamento davvero insolito per una fabbrica; c’erano manichi, vestiti, grandi quadri che ritraevano una donna anziana – Lotjuska non si fermò ad osservala per riconoscerla – e in fondo un cassetto semi aperto. Vi frugò e trovò parecchie lettere, un quaderno pieno di ritagli di giornale e fotografie, e lì accanto per terra, quasi non lo vide, un diario sgualcito dalla copertina rosso scuro.
Forse non erano cose importanti, ma pensando che potessero essere effetti personali a cui quel signore teneva, decise di prenderli per salvarli dalle fiamme. Uscendo li mise nella sua borsa, facendo particolare attenzione a non sgualcire nulla, soprattutto le lettere. Pensò che se quell’uomo fosse sopravvissuto all’incidente, magari sarebbe stato contento di ricevere quelle poche scartoffie ancora intatte.

Chissà cos’erano.
Colta da un’irrinunciabile curiosità, Lotjuska tirò fuori il diario rosso scuro e lo osservò meglio. La copertina era morbida, sembrava un velluto pregiato, ed impresso sul davanti c’erano la falce e il martello in oro all’interno di una stella, anch’essa dai bordi dorati. Non aveva mai visto un diario così; di agende con simboli vari dell’Unione Sovietica sì, tante, ma quel diario era fatto davvero troppo bene per essere stato comprato in un negozio o per averlo ricevuto a scuola o al lavoro. Doveva essere un regalo, uno di quei regali che vengono fatti fare su misura per il destinatario. Infatti appena sopra l’impressione d’orata c’erano due iniziali nere. С. Б.. Ecco le iniziali del nome del malcapitato; sempre che fosse veramente lui il proprietario del diario.

Lo sfogliò velocemente, giusto per vedere se era stato usato completamente o semplicemente iniziato e poi accantonato in quel cassetto. Aveva un aspetto decisamente usurato, soprattutto negli angoli rimasti spogli del velluto. Lotjuska rimase sorpresa nel vedere che in ogni pagina c’era scritto qualcosa; alcune facciate erano piene di scritte, in altre c’erano solo alcune frasi. L’ultima pagina era stata completata, ma c’era dell’altro. Di fianco ad essa, dove non restava altro che l’interno della rigida copertina, sulla quale erano state scritte alcune righe. Frasi veloci, frettolose … anche senza leggere si poteva capire che erano state scritte in un momento disperato. Lotjuska chiuse il diario e tornò a guardare l’affascinante copertina; non sapeva che fare. Era curiosa di sapere cosa c’era scritto lì dentro, ma non voleva violare la privacy del proprietario del diario. Anche leggendolo, comunque, lei non avrebbe mai spifferato nulla a nessuno di quello che vi avrebbe trovato. Ma se quell’uomo era veramente il proprietario del diario, e se si fosse svegliato … forse non sarebbe stato molto felice di sapere che una sconosciuta aveva letto una cosa tanto personale. O magari non gli sarebbe importato nulla.

Magari do’ un’occhiata alle prime pagine, per vedere se riesco ad identificarne il proprietario, pensò innocentemente Lotjuska, aprendo la prima pagina.
La prima cosa che vide fu una scritta in alto a sinistra.
“A mio figlio, che oggi incomincia il suo viaggio alla ricerca del suo posto. Borislav Vladimirovich Borodine”
Bene, Borislav era il padre del proprietario del diario, e probabilmente del ferito che ora stava sull’autoambulanza. Continuò a leggere. Con un'altra calligrafia, più in basso c’era scritto “Borislavich Serguei Borodine”. Ecco scoperto cosa significavano le iniziali sulla copertina.
Serguei Borodine. Ora mancava soltanto sapere se anche il ferito che ha trovato si chiamava così.

A quel punto il buon senso le suggeriva di chiudere il diario, rimetterlo in borsa e aspettare che gli infermieri uscissero, ma non fu in grado di resistere. Girò la pagina e cedette alla curiosità.


14 Settembre 1959

Non credevo che sarei stato così emozionato di andare a fare il minatore a Komkolzgrad. Incuriosito, sicuramente, ma sono qui e non riesco a restare seduto al mio posto. Se mi alzo mi tremano le gambe e mi sento ancora più agitato.
Sto scrivendo per distrarmi, per cercare di non pensare a quello che succederà una volta arrivato a destinazione.
È stato mio padre a regalarmi questo diario; mi disse che ci avrei potuto scrivere i miei pensieri, tutto quello che mi passava per la testa, raccontare com’è la mia vita a Komkolzgrad. Ha detto che una volta riempito sarebbe stato bello rileggerlo e ricordare. E poi, ha aggiunto, se eventualmente altri l’avessero letto, questo diario sarebbe diventato la testimonianza del mio passaggio a Komkolzgrad.
Quella sera diedi proprio per scontato quello che mi disse. Ho sempre avuto l’abitudine di dare tutto per scontato, non ne sono mai andato fiero di questo … ho lasciato perdere così tante cose, senza godermi nulla. Qui voglio che le cose siano diverse. Voglio vivere ogni istante della mia vita qui, godere dei successi, piangere i fallimenti e rialzarmi più forte.
Vorrei tanto lasciare un segno, fare qualcosa che renda gli altri orgogliosi di me, e anche me stesso. Voglio dare il massimo a questa fabbrica, e alla Russia intera.
A partire da questo quaderno … sarà il mio confidente, e alla fine sarà la testimonianza di quello che sono diventato e di quello che ho fatto.


Realtà

Lotjuska interruppe la sua lettura ed alzò gli occhi; guardò le fiamme che lentamente consumavano i resti dell’imponente fabbrica.
“non c’è stato un bell’epilogo” pensò amaramente “speriamo almeno che sia riuscito a raggiungere quello che voleva”.

Chiuse il quaderno, non era il momento più adatto per mettersi a leggere; lo mise in borsa e tornò in macchina, dove ne approfittò per telefonare allo zio Fridrih per raccontargli l'accaduto.
“mi sembri scossa”
“lo sono. Tutto questo, mi sembra così ingiusto”
“sono incidenti che capitano. Lo so che fa male, ma … probabilmente non l’ha potuto evitare ... credi che avesse famiglia?”
“la polizia ha già controllato. Ha un fratello, ma vive distante da parecchi anni e non sono ancora riusciti a contattarlo; e non si è mai sposato. Quindi è rimasto qui, da solo, per un sacco di tempo” immaginarselo venire abbandonato a vivere lì, tutto solo, per il resto della sua vita, la turbò quasi sul punto di farle venire le lacrime agli occhi, ma le cacciò indietro per non farsi vedere piangere.
“Loty, te la senti di guidare?” le domandò Fridrih, preoccupato.
“si, ce la faccio” fece un sospiro e ritrovò la calma “ seguo l’ambulanza fino all’ospedale”
“come?! E perché?”
“non riesco a tornarmene a casa senza sapere che fine farà Serguei”
“Loty, è messo molto male, le possibilità che sopravviva sono pochissime. Ti sentiresti peggio”
“Fred, io devo andare. È più forte di me”


14/09/1959

Ho appena finito di portare le mie cose nella camera dove alloggerò. Hanno diviso il gruppo dei nuovi minatori in tre, poi ci hanno accompagnato dietro la fabbrica, dove c’erano numerosi edifici. Io sono stato assegnato all’edificio numero tre. È un po’ vuoto, la camera non ha finestra, quindi l’aria sa un po’ di chiuso; ma è casa mia, e mi sembra tutto bellissimo. La camera, l’edificio, la fabbrica … ora mi sembrano i posti più belli del mondo.

Quando il treno è giunto a destinazione, è stato come svegliarmi da un sogno e vederlo materializzarsi di fronte ai miei occhi. Ho sempre considerato Komkolzgrad come una meta utopistica, troppo bella perché potesse essere la mia.
La fabbrica, vista dal piccolo finestrino del treno, era immensa, sembrava non finire mai. Mi sentivo così minuscolo.
Il direttore è venuto ad accoglierci subito dopo che siamo scesi; sembrava un tipo severo, determinato, ma anche affabile. Mi ha dato una buona impressione. E poi ho conosciuto un sacco di gente nuova, la maggior parte sono minatori come me, giovani ed energici che non vedono l’ora di prendersi un posto in questa società.

Sono ottimista; siamo tutti destinati a far parte di questo posto e arriverà il momento per tutti noi di essere riconosciuti e ricompensati. Me lo sento, Komkolzgrad per me sarà un successo!

Divido la stanza con un certo Boris Charov, anche se solo temporaneamente. Lui non è un minatore, è qui solo di passaggio. È un soldato, mi sembra di aver capito che aspira ad occuparsi dell’aeronautica. Non so per quanto tempo resterà qui; per il momento staremo in camera assieme, quindi vedrò di andarci d’accordo. Sembra simpatico, ma pensa un po’ troppo alla Vodka. Beh, almeno così passeremo delle serate allegre.

Domani comincerò a lavorare nella miniera; sono agitato, so che è un lavoro pericoloso … ma abbiamo tutto il necessario per proteggerci, non dovrebbe succedere nulla. Spero.
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Re: Fan Fiction Alternativa - COMPLETO

Postby Loty Borodine » Mon 24 Sep 2018 23:11

- 2 -


Realtà

Lotjuska raggiunse l’ospedale dopo la mezzanotte e ad accoglierla c’era soltanto un infermiere di turno che era appena uscito da una stanza.
“posso fare qualcosa per lei?” domandò gentilmente.
“hanno portato qui da poco un paziente in fin di vita. Si chiama Serguei Borodine”
“è una parente?”
“no. Sono stata io a trovarlo e chiamare l’ambulanza. Volevo sapere come sta”
Lo sguardo dell’infermiere si abbassò, non lasciando presumere nulla di buono.
“mi segua”
Si incamminarono per i pallidi corridoi, tutti uguali.
“ho visitato il signor Borodine appena è arrivato qui … devo essere onesto. Non ci sono molte probabilità che si riprenda. Sarebbe già un miracolo se riuscisse a non morire questa notte”
“non c’è proprio più nulla da fare?”
“… sperare”


15/09/1959

Primo giorno di lavoro! E una pioggia torrenziale che non si era mai vista. Poi un certo punto parte della miniera si è addirittura allagata e abbiamo dovuto interompere i lavori. Non mi aspettavo di iniziare così la mia carriera, ma devo ammettere che è stato divertente sguazzare nel fango insieme agli altri. Se mio padre lo venisse a sapere mi diserederebbe.

Sono appena uscito dalla doccia, ero completamente ricoperto di fango. Non sono abituato alle docce condivise, mi sono sentito un po’ in imbarazzo a lavarmi insieme a tutti gli altri … ma fa parte dell’avventura.

Fra mezz’ora ci siamo dati appuntamento al pianterreno dell’edificio quattro. Il direttore ha accennato ad un piccolo “rinfresco di benvenuto”. Sono curioso.


Realtà

L’infermiere lasciò Lotjuska da sola nella stanza di Serguei; non c’era motivo di metterle fretta o di essere pignoli riguardo agli orari di visita, dato che molto probabilmente quella sarebbe stata l’unica occasione per vederlo ancora vivo. Non aveva senso impedirglielo. Lotjuska non accese nessuna luce, come se temesse di disturbarlo, eppure sapeva che nemmeno il più forte dei rumori avrebbe potuto svegliarlo da quel triste sonno. Gli si sedette accanto e restò ad osservarlo.

Aveva un aspetto molto diverso ora che il viso e le ferite erano state ripulite dal sangue. Avevano tolto la maschera che prima aveva per sostituirla con una leggermente trasparente che gli copriva naso e bocca per aiutarlo a respirare In quelle condizioni, le rughe che l’età gli aveva inevitabilmente segnato, non erano che delle sottilissime linee che neanche si facevano notare; si affievolivano, coperte dalla preoccupazione e dalla speranza di vederlo aprire gli occhi. Il suo respiro era lento, debole, esattamente come il suono dell’elettrocardiogramma che ogni tanto si faceva sentire. Lotjuska si sentiva quasi in colpa per non essere arrivata prima; se l’avesse raggiunto, sotto quelle macerie, una decina di minuti prima, forse ora avrebbe qualche possibilità in più.
Anche se la sua presenza lì era inutile, proprio non riusciva ad andarsene e lasciarlo morire senza nessuno al suo fianco. Era una sconosciuta, ma era pur sempre meglio dell’abbandono.
Tirò fuori il diario dalla borsa, lo riaprì al punto dove era rimasta e riprese a leggere.


23/09/1959

Che settimana! I primi due giorni ha piovuto tutto il tempo, poi ha iniziato a nevicare e non si è più fermato. Ora Komkolzgrad è ricoperta di bianco, quasi non la si riconosce. I lavori vanno a rilento per via della neve, ma sto iniziando ad abituarmi ai ritmi del lavoro. Dimitri, il direttore, si era parecchio innervosito quando ha visto i primi fiocchi di neve cadere dal cielo; temeva che i lavori ne avrebbero risentito eccessivamente, ma poi si è calmato e il buon senso gli fece trovare una soluzione. La neve non ha mai raggiunto la zona più interna della miniera, così ci siamo concentrati lì e i lavori sono proseguiti discretamente bene. E poi non si può rimanere arrabbiati a lungo con questa meravigliosa neve che cade. Rende tutto così tranquillo e irreale, non ci sembra nemmeno di essere sullo stesso pianeta di sempre.

Il giornale non ci arriva più da cinque giorni, siamo proprio isolati dal resto del mondo. Ho spedito una lettera a mio padre, spero che gli sia arrivata. Ammetto che mi manca un po’. Ho nostalgia della sua voce … persino di litigare con il mio fratellino Michail. Quando ero a casa lui era davvero insopportabile, e adesso ne sento la mancanza. Non avrei mai pensato di arrivare a dire una cosa del genere.

Boris partirà domani. Si è ufficialmente arruolato; ha accennato all’eventualità di fare ritorno a Komkolzgrad, ma non ne era del tutto sicuro. Peccato, abbiamo passato delle belle serate assieme. Ora non so se resterò da solo in camera o se verrà qualcun altro al suo posto. Vedremo la settimana prossima, per il momento mi godrò un po’ la solitudine e mi troverò ogni tanto con gli altri minatori a bere qualcosa. Mi trovo bene qui, anche se è ancora presto per dare un giudizio vero e proprio.


07/10/1959

Dopo altre due settimane ha smesso di nevicare, e non appena strade e rotaie furono tornate percorribili sono arrivate provviste, la posta, e una valanga di giornali ormai vecchi, che in queste quasi tre settimane non erano riusciti a consegnarci.
Nel giornale di tre giorni fa c’è un articolo dedicato a mio zio Eirik! Lavora in una banca in Finlandia, e nel giornale c’era scritto che era riuscito a scoprire che uno dei dipendenti si stava portando via i soldi e l’ha denunciato. Era un articolo corto, ma mi ha fatto piacere rivederlo nella foto che hanno inserito in cima. Di Eirik ho soltanto un ricordo vago, ma quando ero piccolo so che lui veniva spesso a trovarci, e mi portava ogni volta dei regali, di solito giocattoli in legno che mi piacevano moltissimo. Poi ha fatto una vacanza in Finlandia, lì ha conosciuto una bella finlandese, si sono sposati e si sono trasferiti nel sud-est del Paese di lei. Coraggioso … io non credo che sarei capace di lasciare la Russia, nemmeno per amore. Questo posto è casa mia, mi piace con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Non saprei, non mi sono mai legato a nessuno al punto di essere disposto a lasciare tutto. Chissà, forse un giorno …

Tra la posta c’era anche una lettera di mio padre, sono stato così felice di riceverla. Era come se non lo sentissi da anni. Mi dice che va tutto bene, che si sente la mia mancanza ma che è orgoglioso che io lavori a Komkolzgrad. Ho sempre voluto che lui fosse fiero di me, è l’unica persona al mondo che stimo profondamente e forse questa volta riuscirò davvero ad essere il figlio che lui ha sempre voluto. Nella busta c’era anche un disegno che Michail ha fatto per me; non è proprio un artista, ma le sue “opere d’arte” sono simpatiche. Ha disegnato la nostra famiglia, anche la gatta Nastya dei vicini, che ogni tanto passeggia per il cortile di casa nostra; mi sono venute le lacrime agli occhi quando ho visto che aveva disegnato anche mamma. È morta quando Michail era molto piccolo, eppure la ricorda benissimo, persino meglio di me.

Nel frattempo mi sto ambientando bene, qui nella fabbrica. La miniera, beh, quella è un labirinto in cui ancora rischio di perdermi; l’altro ieri ero con Tolendov a scavare in un lunghissimo corridoio quando improvvisamente il generatore si è bloccato per il freddo e siamo rimasti senza luce ne calore. Ma il problema per noi non era affatto il buio, ma il freddo che aumentava velocemente. Inoltre Tolendov era preoccupato che il generatore si fosse danneggiato, appunto per il gelo più intenso del solito, così corse fuori a chiamare un tecnico. Mi ha detto di restare lì ad aspettarlo e solo allora mi resi conto di quanto la miniera facesse paura quando si era da soli al suo interno; con tutta quella neve c’era il rischio che le mura cedessero ed ero proprio al centro del corridoio. In caso di crollo sarei rimasto bloccato lì per chissà quanto tempo ed è praticamente impossibile spostare da soli certi massi. Dopo una decina di minuti, interminabili, Tolendov è tornato con il tecnico, Aleksej, e hanno fatto ripartire il generatore senza fatica. Tolendov era contento di non dover più andare dal direttore a dirgli che il freddo aveva messo fuori uso un altro generatore (sarebbe il terzo in una settimana).

Mi rendo conto solo adesso che questo lavoro e davvero rischioso come mi dicevano prima che venissi qui. Sottovalutare la miniera, fare un passo falso o semplicemente distrarsi per un attimo, e rischi di restare imprigionato lì. Sempre che non si muoia prima, venendo travolti dai massi che crollano. Quando tutto viene fatto bene, sono tranquillo, e poi sono ancora nuovo in questo contesto, quindi di prudenza ne ho fin troppa.

04/12/1959

Sono passati quasi tre mesi da quando sono arrivato, mi sembrano davvero volati. E a ricordarmelo è stato Aleksej questa sera; l’avevo chiamato perché il generatore faceva uno strano rumore, quindi è venuto a controllarlo, ha lubrificato un paio di punti, poi si alza e fa per andarsene. Ma si gira a guardarmi.
“sei già arrivato fin qui?” mi chiede notando che ero molto avanti con i lavori.
“oggi ho saltato la pausa e sono andato avanti. Non avevo fame e mi son detto di continuare a scavare per farmela venire ma … non mi sono più fermato”
Aleksej guarda il carrello pieno di sassi, poi guarda la cava.
“niente male. Ne parlerò con Dimitri e ci metterò una buona parola per te”
Mi da una pacca sulla spalla.
“e non sono neanche tre mesi che sei con noi, Serguei. Complimenti”
Poi se ne va.

Devo assolutamente raccontarlo a mio padre, sarà fiero di me!
Nell’ultima lettera che mi ha mandato mi ha scritto che erano venuti a trovarlo i suoi fratelli Eirik ed Emilian, con le rispettive famiglie. Avrei voluto esserci, è da così tanto tempo che non li vedo. Insieme alla lettera c’era una fotografia di loro, tutti assieme, scattata forse da un vicino o da un fotografo di quelle parti - anche se non ricordo che ce ne fossero nel nostro paesetto -. I miei cuginetti sono cresciuti così in fretta, e mi sembra soltanto ieri che giocavamo a rincorrerci tra i campi e i boschi. Mi ricordo che Ossi ci batteva sempre tutti, e tutta la sua energia si vede anche ora, in una semplice foto. Quanto mi manca, lui e tutti gli altri.

13/01/1960

Oggi ho ricevuto notizie da Boris. È davvero un sollievo sapere che sta bene. In realtà mi ha stupito, non mi aspettavo che riuscisse ad arrivare così in alto. Letteralmente, perché è diventato davvero un pilota; l’ho sempre stimato, ma non lo facevo in grado di raggiungere degli obiettivi così ambiziosi. Forse perché beveva sempre.
E la notizia più bella che mi ha dato è che presto sarebbe stato assegnato qui, al progetto spaziale che hanno in programma di avviare. Ho già visitato il cosmodromo, che non si trova molto distante dalla fabbrica, è davvero imponente. È emozionante assistere a tutte queste novità, al tempo che scorre e sembra andare di bene in meglio.

Ho così tante cose da raccontare a Boris. Per esempio la settimana scorsa, all’ora di cena, il direttore si è seduto accanto a me, in quell’enorme sala che abbiamo adibito a mensa. Mi fa i complimenti per il mio duro lavoro e mi ha assicurato che di fronte a me ho una grande carriera nel mondo industriale delle fabbriche. Naturalmente dovrò darmi da fare cento volte tanto per vederlo realizzato, ma ne vale sicuramente la pena. È solo che … proprio non me lo aspettavo, e in tutta sincerità non aspiravo nemmeno a fare questo tipo di carriera. Significherebbe dedicare tutta la mia vita alle fabbriche, e non era esattamente questo il tipo di futuro che mi ero immaginato. Pensavo che avrei lavorato qui, poi con la pensione da minatore me ne sarei andato abbastanza giovane e mi sarei fatto una vita fuori, trovandomi un lavoretto più tranquillo ed artistico. Questa nuova prospettiva cambia un po’ le cose. Ci devo riflettere.
Aspetterò a dirlo a mio padre; lui mi direbbe senza dubbio di darmi da fare, indipendentemente dal fatto che io lo voglia o meno. Direbbe che sarei un pazzo a lasciarmi scappare un’opportunità simile. Perciò prima voglio pensarci bene, senza nessuno a farmi pressione.

Piuttosto ne parlerei con Boris. Lui ha avuto un po’ d’esperienza fuori di qui, e non abbiamo alcun tipo di rivalità, né lui ha aspirazioni per me. Forse con lui potrò parlare liberamente e magari arrivare insieme ad una soluzione.

Non vedo l’ora di rivederlo!

08/05/1960

Per il nove ci permettono di tornare a casa dai familiari. Finalmente rivedrò mio padre e mio fratello; e per l’occasione Borislav ha organizzato una cena di famiglia, invitando quanti più parenti possibile. Non so come riuscirò a sopravvivere con tutta quella gente; vivere in miniera mi ha reso più legato ai miei compagni, ma allo stesso tempo più timido. Se da piccolo vedevo queste riunioni di famiglia come un divertimento, ora mi sudano le mani all’idea di non sapere con quante persone dovrò intrattenermi.

Mi sembra sia passata una vita dall’ultima volta che li ho visti; chissà come vanno le cose da loro. Nelle lettere mi dicono che va tutto bene, ma sono sempre sbrigativi ed è ovvio che per non preoccuparmi non mi direbbero nulla dei loro problemi, quindi in realtà non sono sicuro di quello che mi aspetta.
Sono appena salito sul treno, e contando tutte le fermate che farà, ho stimato di arrivare per le tre di questa notte … forse le quattro. Seduto vicino a me c’è Ivan Stasiuk, un minatore venuto a Komkolzgrad di recente dopo aver lasciato una fabbrica in Ucraina per motivi tutt’ora non spiegati. In realtà è qui da quasi un anno, ma abbiamo sempre lavorato in zone della miniera molto distanti e ho avuto modo di conoscerlo meglio soltanto in queste ultime settimane, quando l’alloggio dove stava si allagò e dovetti ospitarlo da me. Passa il tempo a raccontarmi dell’Ucraina, e io lo lascio fare; è una di quelle persone con cui preferisco ascoltare piuttosto che parlare.

A proposito di nuovi arrivi. Con l’ultimo treno che si è fermato da noi è arrivato anche un certo Hans Voralberg, dalla Francia. Non ho ben capito cosa ci sia venuto a fare qui, ma ho l’impressione che sia soltanto di passaggio: Dimitri ha detto che si fermerà per un po’ prima di riprendere il suo viaggio, poi ha mugugnato qualcosa riguardo al “semplificare il lavoro dei minatori grazie a lui”.

Non so che idea farmi di Hans, mi sembra che viva in un mondo tutto suo … e per questo un po’ lo invidio.


Realtà

Un infermiere passò di lì per controllare Serguei e preparò una flebo.
“servirà a qualcosa?” domandò Lotjuska distogliendo per un attimo l’attenzione dal diario.
“vale la pena tentare” replicò con una vena di speranza il medico che entrò poco dopo l’infermiere.
“è grave?”
Il dottore non rispose, restò a guardare Serguei.
“dottore?”
“sono situazioni in cui è difficile esserne sicuri. Ha preso un brutto colpo, ma sembra che ci sia ancora un po’ di voglia di lottare” guardò i risultati delle ultime analisi “per come la vedo io, è un vecchietto abbastanza forte e pazzo da continuare a resistere … bisogna vedere se anche il suo corpo la pensa così”
Il medico uscì dalla stanza, chiamato da un’altra infermiera e Lotjuska rimase di nuovo sola con Serguei. Osservò le sue ferite, i lividi scuri e il solo segno di vita che aveva era il petto che lievemente si sollevava.
“forse sei davvero un po’ pazzo … altri si sarebbero già arresi” gli prese la mano, tiepida e debole, e gliela strinse. Rimase ferma così per un po’, continuando a leggere.


06/08/1963

Quell’Hans mi sta proprio sulle scatole. Proprio adesso che il direttore sta cominciando a guardarsi intorno per vedere chi sia il più promettente tra noi, per farsi un’idea di chi potrebbe essere il suo successore, Hans inizia a mettersi in mostra, con le sue invenzioni, i suoi automi e quant’altro. Andrà a finire che sarà lui il prossimo direttore di Komkolzgrad. Un francese … che cosa ci è venuto a fare qui? E poi non se ne doveva andare, e riprendere il suo viaggio?!

Intanto io comincio a credere che questo sia il posto giusto per me. Mi trovo bene, mi piace, anche se molti che passano di qui si lamentano di quanto siano lugubri le fabbriche.
… a me piacciono. Forse è l’abitudine, forse è il cameratismo che istintivamente nasce tra noi compagni, o forse semplicemente questo è il posto adatto a me.

Mio padre ha saputo dell’eventualità che io possa diventare direttore ed era fuori di se dalla gioia, tanto che ne ha subito parlato con tutti i parenti, gli amici, e il vicinato intero. Dice che finalmente ho trovato il mio posto, che la mia vita ora ha un senso. Credo che abbia ragione. Tutti dobbiamo trovare un nostro ruolo, e forse il mio è quello di essere qui a dirigere questa fabbrica.

Ma intanto c’è il genio di turno che si fa notare … giuro che se mi ruba il posto io lo rimanderò in Francia a calci!
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Loty Borodine
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Re: Fan Fiction Alternativa - COMPLETO

Postby Loty Borodine » Mon 24 Sep 2018 23:27

- 3 -


17/02/1968

Questa sera il treno ha portato una nuova sorpresa, questa volta davvero gradita: Boris! Ero così felice di rivederlo, quasi non ci riconoscevamo più. Come ci aveva già detto, è stato assegnato al cosmodromo, quindi non avremo modo di vederci tanto spesso, ma vedremo di creare alcune occasioni per stare assieme. Intanto questa sera, per iniziare al meglio, abbiamo festeggiato aprendo una bottiglia di Vodka ucraina … beh … non è come la nostra Vodka russa, ma non era affatto male.
Boris mi ha raccontato delle sue avventure nell’ovest della Russia, in Polonia e, infine, in Ucraina. Ha viaggiato davvero molto, e un po’ lo invidio; ha visto così tante cose. Per un attimo mi sono sentito un novellino rispetto a lui, ma poi mi da una pacca sulla spalla e mi dice:
“vedo che sei diventato un esperto qui! Dimitri non ha perso tempo a parlarmi bene di te”
“beh … si fa quel che si può” rispondo io.
“punti a diventare direttore! È qualcosa in più del semplice ‘si fa quel che si può’!”

Dopo altri due bicchierini di Vodka, lui riprende a parlare.
“allora, quand’è che ti sistemi?” mi chiede, cogliendomi alla sprovvista.
“sistemarmi? Non ci ho ancora pensato; prima dovrei vedere come si sistemano qua le cose”
Boris scosse la testa, guardandomi poi con finta esasperazione; non sapevo se prenderlo sul serio oppure capire che mi stava prendendo in giro.
“se aspetti che le cose si sistemino andrà a finire che diventerai vecchio senza mai aver avuto una donna al tuo fianco” beve un altro bicchiere, e poi si mette a ridere “e poi cosa c’è da sistemare?! Il 1968 è praticamente appena iniziato e la miniera sta andando alla grande. Mi è capitato di visitare altre miniere, più vicino al confine, e molti di esse non funzionavano bene come questa. Qui non manca nulla”
L’ho guardato perplesso. Le fabbriche non dovrebbero essere tutte uguali?
“cos’abbiamo noi che gli altre non hanno?”
“roba da scavare, per esempio! Qualche miniera si sta già esaurendo. Voi minatori scavate troppo velocemente. E poi da adesso ci sarò io con voi, farò in modo di rimediare qualche bottiglia in più”
“la Vodka non basta mai … alla fine del lavoro i minatori hanno sempre un buon motivo per bene”
“già vedo come ti andrà a finire: tu diventerai direttore, ti sposerai e ti farai una bella vita qui, nella zona residenziale. Gli alloggi non sono male, … intendo quelli veri, non le stanze che danno ai minatori”
“ora sei davvero ubriaco … le donne che passano di qua sono pochissime”
“eh … lo so che sono nella vecchia Stalingrad ne passano di più, ma ce ne sarà stata qualcuna che si è fermata qui”
Io ho alzato le spalle, incerto. Ero troppo impegnato a scavare per accorgermene.
“no? Eppure Kristine mi sembra una bella ragazza”
“chi?”
“Kristine, la bionda! Impossibile che tu non l’abbia notata”
Scossi la testa sillabando un нет categorico, e Boris ricominciò a ridere.
“ah, Borodine, morirai solo …”

Queste parole per un attimo contrastarono gli effetti della Vodka; sentii un vuoto immenso dentro di me … non voglio morire solo.
Poi la Vodka prese di nuovo il sopravvento e risi con Boris per il resto della serata.
Fuori nevicava ed era buio … sono quelle serate in cui si vuole ridere con qualcuno, non pensare al morire soli.

26/03/1968

Con Boris sono salito in cima al cosmodromo e ci siamo seduti sul tetto del suo piccolo ufficio. Si vedeva un panorama vastissimo da lì, non ci avrei mai creduto.
La fabbrica, gli Urali … e fumo a perdita d’occhio.
“la fabbrica non si riposa mai, eh?”
“non a fine anno, almeno” mi sono guardato intorno, restando senza parole per un istante lunghissimo. Credo di essere rimasto in un silenzio anomalo per oltre cinque minuti, durante i quali Boris non fece nulla per distogliermi dal guardare l’orizzonte “… così tanto tempo sottoterra, senza sapere cosa c’era qui sopra” dissi, pieno di malinconia.
“direttore, adesso hai tutto un mondo da scoprire”
Mi misi a ridere “non ti ci mettere anche tu, ora tutti mi chiamano direttore … finirà che non ricorderò più nemmeno io come mi chiamo”
Boris prende una bottiglia di Vodka dalla cassa appena aperta; si ferma per annusarmi i vestiti.
“ah, Borodine, ti ci vorrà una vita per perdere questo odore di miniera” esclama schifato.
“disse quello che puzza di Vodka e carburante bruciato” ribatto io.
Boris ride; quando beve, ma non troppo, ride.
“ora che sei diventato un pezzo grosso, ce l’avrai un po’ di tempo per venire con me a Stalingrad?”
Lo guardo leggermente confuso “ma non la chiamano Volgograd, adesso?”
Boris alza le spalle con indifferenza “dettagli, a me non fa ne caldo ne freddo come la chiamano”
“ci andremo … il nove ti lasciano libero?”
“naturalmente. Anche se il nove sarà affollatissimo”
Sì, a quella frase ebbi qualche ripensamento; ho sempre più voglia di restarmene per conto mio, e di avere tranquillità intorno. Ma non volevo che Boris mi vedesse come qualcuno che rinuncia tanto facilmente.
“sgomiteremo un po’”
Le argomentazioni finisco e per un minuto, anche di più, restiamo in silenzio a guardare i monti.
“certo che gli Urali come si vedono qua non si vedono da nessun’altra parte!”
“si vedono?”
“tu con quella maschera sempre sugli occhi vedi soltanto fumo … quando ero pilota nell’esercito ho sorvolato spesso gli Urali … mai qui. Non c’era visibilità. Pensa se ogni tanto le nuvole si diradassero, come si trasformerebbe”
Osservo i monti immaginandomeli illuminati dal sole; una cosa praticamente impossibile. Abbasso lo sguardo e scuoto la testa, lasciando che tutto tornasse buio. “нет. A Komkolzgrad non c’è mai il sole. Non la riconosceresti più. Quindi così è e così rimane, la mia Komkolzgrad, la mia casa”
Boris mi versò nel bicchiere altra Vodka.
“ora lo è veramente, compagno”
Altro silenzio. Sono serviti altri due bicchieri per riprendere a parlare.
“all’inizio del 1967 ho sorvolato una Kolchoz. C’erano campi di patate che non finivano più”
“e immagino che noi ce le stiamo scolando tutte”
“credo che buona parte fossero destinate ad essere portate in Siberia”
“sei stato anche lì? Girano strane voci sulla Siberia”
“ci deportano tutti quelli che non sono d’accordo con il comunismo” disse sbrigativamente.
“tanta gente?”
“come i campi di patate: non finivano più”
“erano disertori”
“Serguei! Erano persone, famiglie!”
Mi sentii in colpa. Vivere in una fabbrica, tra ferro ed automi, mi aveva fatto perdere la mia umanità.
“scusa, forse … se l’avessi visto con i miei occhi … sarebbe stato diverso”
“sicuramente. Nemmeno io sono in grado di raccontarlo”
Boris si fa serio.
“prima o poi l’Unione Sovietica finirà”
“che? Come lo sai?”
“non lo so … è soltanto un presentimento. Solo che, tutto finisce. Le cose belle, le cose brutte, le cose in cui credi e quelle che non capisci”
“Boris … io mi fido dell’URSS”
“anch’io, per i suoi lati positivi, ma non basta”
“per quello che potrebbe essere?”
“nemmeno”
Distolgo lo sguardo, non è esattamente il tipo di discussioni su cui mi piace soffermarmi.
“vacci piano con la Vodka. Ti fa delirare”
“nah … mi rende più lucido”
Fu la frase più insensata che sentii, e se ne rese conto anche lui. Nello stesso momento scoppiamo entrambi a ridere e l’atmosfera si fece più rilassata.
“ci hai più parlando con Kristine?”
“si, ci ho scambiato quattro chiacchiere”
“mi sembrava che lei fosse un po’ interessata”
“non ero interessato io”
Boris si batté sonoramente la mano sulla fronte.
“pazzo”
“allora diciamo che non è esattamente il mio tipo”
“non ti accontenterai mai”
“sono il direttore di una fabbrica: fa parte del mio lavoro non accontentarmi mai”

15/09/1968

Non credevo che Boris la pensasse così. Va bene, è un suo diritto, ma mi ha deluso. Mi sento un po’ tradito. L’ho visto oggi parlare con Hans, sembravano andare d’accordo. Ma lo sa che non lo sopporto?!

Vero, sono diventato direttore nonostante la sua presenza quasi predominante, ma tutti continuano a vedere lui come un punto di riferimento, non me. È snervante aver fatto tutta questa fatica per arrivare a questo punto, e poi vedersi comunque soffiare via il posto da qualcun altro … beh … magari non il posto, ma Hans si è preso la mia importanza. È quasi peggio.

Ma in questo momento non voglio litigare con Boris, quindi farò finta di niente. Domani verrà mio padre a trovarmi e voglio che ci siano meno problemi possibile. Già è abbastanza difficile dirigere tutto, quando arrivano delle visite c’è ancora più lavoro da fare, perché voglio che la fabbrica appaia al meglio.

Dimitri è passato la settimana scorsa per vedere come me la stavo cavando. Zoppica ancora e anche se cerca di farne a meno, il più delle volte deve sorreggersi con un bastone. Lui dice di stare bene, ma nella miniera gira voce che non camminerà mai più come prima. Anche se il suo incidente mi ha permesso di diventare direttore più velocemente, sono davvero dispiaciuto.
In questi giorni non ho avuto tempo di scrivere, vedrò di recuperare adesso.

È stato nel tardo pomeriggio che Dimitri è entrato nel mio ufficio – che sarebbe il suo vecchio ufficio – cogliendomi di sorpresa.
“direttore! Eh … cioè …” cercai di fare bella figura, ma non ne dissi una giusta.
“ancora con questo titolo? Ora è lei il direttore!” mi rimprovera lui, ridendo.
“scusi, compagno Arefyev” mi ricomposi, ma ero ancora nervoso.
“Dimitri va più che bene. Ormai siamo amici”
“compagno Dimitri?”
“compagno Serguei …”
“non l’ho nemmeno vista arrivare, pur controllando dallo schermo il treno io non …”
Dimitri mi zittì, prima che potessi finire. Meglio, perché di sicuro stavo per fare un’altra figuraccia.
“sono stato accompagnato fino alla città per poi raggiungere la fabbrica da dietro”
“ah … non sono stato abbastanza attento” mi demoralizzai; era proprio un pessimo modo per iniziare una conversazione con Dimitri.
“non è colpa tua. Soltanto un vecchio direttore con molti anni di esperienza sulle spalle può conoscere certe scorciatoie”
“a cosa devo la visita? Ci sono dei problemi?”
“sempre a pensare al peggio voi minatori! Beh, lo sono stato anch’io, posso capirvi”
Mi posò una rincuorante mano sulla spalla.
“non preoccuparti compagno, è tutto a posto. Sono solo passato a vedere come vanno le cose. E per dar tregua alla mia nostalgia. Mi sta facendo impazzire!”
“e come l’ha trovata, la fabbrica?” mi sento un nodo allo stomaco per la tensione. Stimo così tanto Dimitri che ci rimarrei malissimo se adesso venissi a sapere che lo sto deludendo. I suoi occhi si posano sugli schermi, guarda i minatori lavorare senza sosta; ricordo solo in quel momento di aver lasciato aperta la porta dell’ascensore. La dovevo chiudere subito quella porta. Ora dirà che sono negligente ed inesperto.
Dannata porta.

“sei giovane … ma in gamba. Sento dire belle cose di te. Ma non mi sorprende, mi piacevi già quando eri un minatore. Hai qualcosa di diverso da tutti gli altri, sei la prova che il comunismo non ci rende tutti dei cloni, come qualcuno una volta mi ha detto”
“eh … grazie?” non ho ben capito quella frase. In realtà era la prima volta che sentivo una cosa simile. Ma Dimitri per un po’ fece silenzio, credo che si sia perso nei suoi ricordi. Avrebbe senso.

Lo sguardo mi cade su un luccichio della sua giacca. Un luccichio che non sempre si vede.
“Tovarish …?” lo chiamo, scandendo lentamente le lettere per l’emozione e la soggezione che sentivo all’improvviso.
“cosa?”
“è quello che penso?!” indico timidamente la scintillante spilla a sinistra.
“la Medaglia all’Ordine di Lenin! Da quando l’ho ricevuto attiro molti più sguardi” rispose ridendo.
“lo credo bene” mi soffermo a guardare con invidia la medaglia. Non credevo che le spighe tutt’intorno al ritratto di Lenin fossero di un d’orato così brillante, e nemmeno che la stella, la falce ed il martello fossero d’un rosso così intenso … scrivo come se averne la descrizione scritta su carta me la possa far rivedere, reale come allora, devo essere proprio un illuso.
Era così vicina, reale e vivida. Il nastro era rosso con due strisce gialle. Di solito il giallo non mi attira, ma sulla tanto ambita Medaglia all’Ordine di Lenin, non hai scuse. Ti deve piacere per forza. Perché … perché … perché quella è la Medaglia all’Ordine di Lenin, quali altri motivi servono?!
“ho dato tutto a questo Complesso Industriale, soltanto per questo me l’hanno assegnata”
“non è poco. Qui tutti l’ammirano. Se l’è meritata”
“un giorno potresti essere tu ad indossarla”
Abbasso la testa e rido.
“nemmeno in cent’anni riuscirò a diventare la metà di ciò che è stato lei”
All’improvviso lo sguardo di Dimitri si rivolse alle telecamere e si intristì. O almeno, così mi sembrava.
“Serguei, quanto ci credi? In tutto questo?”
“la fabbrica promette bene, non vedo perché preoccuparsi”
“Komkolzgrad è situata in un bel posto. Vedete ben poco di quello che accade fuori”
Capii a che cosa si riferiva.
“ha ragione. Sto dando tutto me stesso alla Russia, pur non conoscendola a fondo” osservammo il giornale del giorno prima appoggiato sul pannello di controllo. Ma chi volevo prendere in giro?
“anzi … capisco così poco di quello che leggo, che a volte ho l’impressione di non conoscerla affatto. Ma ci credo ancora. Credo che da qualsiasi momento difficile stiamo attraversando possiamo uscirne con qualcosa di buono tra le mani”
Un lieve sorriso si accenna sul volto di Dimitri. Un sorriso che mi da un sollievo enorme.
“probabilmente questo è lo spirito giusto per andare avanti. Quindi perché non dovresti essere premiato per tutto ciò che fai?”
Quella discussione era proprio ciò di cui avevo bisogno; mi ha fatto tornare la voglia di dare il massimo … non che mi stesse passando, ma è bello avere qualcuno che mi ricorda che me la sto cavando piuttosto bene.

“ora vorrei farmi un giro nella miniera, per salutare gli altri compagni. Ma soltanto se il direttore me lo permette”
Non riesco a non ridere di fronte all’assurdità di quella situazione: ero abituato ad essere io quello che doveva chiedere il permesso di Dimitri, ora era lui che lo chiedeva a me.
“certo. E si tenga libero per la serata. È invitato a cena nel mio alloggio e più tardi per bere qualcosa insieme a tutti i minatori”
Sta per uscire quando si gira per dirmi un’ultima cosa.
“quasi dimenticavo, compagno Serguei: ricordati di chiudere la porta dell’ascensore, altrimenti il meccanismo rischia di bloccarsi se viene azionato mentre è aperto”

… dannata porta.

19/12/1968

Sarebbe potuta essere una delle giornate più belle della mia vita, se non si fosse messo in mezzo Hans.
Stavo dando un’occhiata alle statue che ha costruito per agevolare i lavori esterni. Utilissime, questo lo devo ammettere, ma non perfette. E quando sono andato ad informarlo che una gamba della statua non era abbastanza solida, lui ha fatto finta di niente. Ha detto due - tre parole incomprensibili e poi se ne è andato per i fatti suoi.
Ho pensato che non avesse capito quello che gli ho detto, in realtà non ho idea di quanto riesca a capire il russo, a volte ho l’impressione che non capisca nemmeno la sua lingua … quindi gli ho fatto consegnare una copia del disegno della statua con un bel segno rosso sul punto debole. Più comprensibile di così, proprio non saprei come renderlo. E lui cosa fa? Me lo riporta e mi dice che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Vedremo! Vedremo quando cederà e finirà addosso a qualcuno!

Lato positivo: il gran giorno è arrivato!
Quello che attendevo da quando è venuto Dimitri a farmi visita. Temevo di non arrivarci mai, e invece … oggi Komkolzgrad ha ricevuto la sua meritata Medaglia all’Ordine di Lenin! Quella che vidi portare da Dimitri ora si trova qui con noi, ed è tutta nostra!
Ovviamente è un premio che non è stato assegnato a me, e sono più che certo che Komkolzgrad l’abbia ricevuta soprattutto per il lavoro che ha fatto Dimitri.

Finalmente vedo i risultati di tanto duro lavoro … so di aver contribuito a questo successo quando sono stato minatore e ho continuato a scavare instancabilmente. Quando lo saprà mio padre probabilmente sentiremo fin qui le sue grida di gioia.

Questa sera non potevamo non festeggiare, ce lo siamo meritati. Per l’occasione ho fatto portare un po’ di provviste speciali – con l’aiuto di Boris che con un velivolo è riuscito a procurare tutto in poche ore -, e abbiamo trascorso tutta la serata mangiando borsch, piroshki appena sfornati, bliny ancora caldi e quanto di meglio avevano preparato i nostri vicini, gli abitanti della città di Komkolzgrad giusto dietro la fabbrica. Ovviamente anche loro si sono uniti ai festeggiamenti e data l’occasione non si sono risparmiati. Credo di non aver mai mangiato così tanto in vita mia.

Poi, essendo il direttore, volevano tutti venire a congratularsi con me. Quindi ho salutato così tante persone che dopo un po’ persi il conto.

E Vodka, in ogni momento, ad ogni portata, tra un boccone e l’altro. Se non ero io a prendere il bicchiere, me ne ritrovavo comunque uno in bocca, accompagnato da un vivace “beva direttore! Queste cose capitano solo una volta nella vita!” … beh, me lo auguro; non riuscirei a reggere altri festeggiamenti simili.

Alla fine della cena, ancora non riesco a spiegarmi come facevano gli altri a reggersi in piedi, siamo andati tutti in un soggiorno al piano terra di uno degli alloggi dei minatori, e lì, trovata una balalaika in buono stato, ci siamo messi a cantare. Già so che ricorderò questa serata con una nostalgia straziante, perché è ovvio che un evento simile non si ripeterà, e nonostante il mal di stomaco per tutto quello che ho mangiato e i giramenti di testa per la Vodka, ero infinitamente felice.

Abbiamo cantato tutte quelle canzoni che conoscevamo a memoria quasi per obbligo, quelle che il Complesso Aleksandrov ha reso indimenticabili. Persi il conto anche delle canzoni che abbiamo cantato … ma ricordo che ad un certo punto, con la scusa di uscire a prendere un po’ d’aria, sono strato costretto ad allontanarmi, e ancora riuscivo a sentire quella musica. Era una canzone fin troppo conosciuta, l’avevo sentita tante volte, e ogni volta non riuscivo a trattenere le lacrime. Non che il testo mi emozionasse particolarmente, era una canzone sui cosacchi, ma mia madre me la cantava sempre quando ero piccolo. È uno dei pochi ricordi che ho, è morta troppo presto. Quella canzone è tutto ciò che mi resta di lei.

Poi, dopo essermi ripreso, rientrai nel soggiorno, giustificando gli occhi rossi per colpa del freddo. Anche se ho l’impressione che Boris abbia intuito qualcosa.

Alla fine, tra le tre e le quattro del mattino, non ricordo bene che ore fossero, ce ne tornammo tutti al nostro alloggio. Tentai di dormire, ma il mal di testa non mi dava tregua nemmeno per un istante; e poi ero ancora troppo emozionato. Uscii fuori, e dopo che il fresco mi calmò il dolore tornai dentro e mi misi a scrivere. Avevo troppe cose per la testa per riuscire a dormire.
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Re: Fan Fiction Alternativa - COMPLETO

Postby Loty Borodine » Mon 24 Sep 2018 23:42

- 4 -


Realtà

Ancora una volta un’infermiera entrò a controllare le condizioni di Serguei, rivolgendo a Lotjuska uno sguardo pieno di compassione.
“potrebbe prendersi una pausa, è notte fonda e non penso che si risveglierà a breve”
“si risveglierà?”
L’infermiera controllò una cartella piena di fogli, che probabilmente per Lotjuska sarebbero stati incomprensibili.
“c’è un piccolo miglioramento. Non si può dire con certezza che si risveglierà, ma almeno la pressione si è stabilizzata”
Una lieve speranza balenò nello sguardo di Lotjuska, chi istintivamente accarezzò il vecchio privo di sensi.
“lo conosce bene?” domandò l’infermiera.
“l’ho visto oggi per la prima volta … ma mi sembra di conoscerlo da una vita”
“ne ho sentito parlare. Una sorta di feeling che si ha senza nemmeno conoscersi … ma io non sono una psicologa” si avvicinò alla porta e rivolse un’ultima occhiata a Lotjuska.
“si prenda una pausa. Un caffè o un tè non le farà male”
“ci penserò”
Riprese il diario, cercando di leggere quella pagina sbiadita e rovinata, come se si fosse bagnata, molti anni prima.


23/05/1969

Oggi il conducente di un treno che è passato da noi ha lasciato una lettera. Ognuno di noi ha reagito in maniera diversa dopo aver saputo cosa diceva; c’è chi non vede l’ora di prendersi una piccola pausa, altri sono rimasti indifferenti … io sono andato nel panico. Sono diventato direttore da appena un anno e questa notizia arriva proprio adesso, a sballare la regolarità che sono riuscito a raggiungere con tanta fatica.
Ce la metto tutta ad apparire sicuro di me, ma è ancora tutto troppo nuovo; non riesco a non farmi intimidire da questi cambi di programma, soprattutto quando non dipendono da me.
Mi sento stanco, nervoso, ho così tante cose di cui occuparmi tra tutte queste scartoffie sulla burocrazia, sulla sicurezza della fabbrica, sulla quantità di ferro che viene estratto – che ogni volta non è abbastanza, almeno dal mio punto di vista - .
Quando ero solo un minatore non avevo questi pensieri, dovevo soltanto scavare tra i sassi. L’unica mia preoccupazione era quella di non venir schiacciato da un crollo della miniera.

E adesso questa lettere ci informa che a Komkolzgrad sarebbe arrivata una cantante lirica a tirarci su il morale. Una certa Helena Romanski.

È venuto Boris a darmi un po’ di sostegno emotivo.

“ci mancava soltanto questa” dico subito, con quel pessimismo che ultimamente non mi abbandona quasi mai.
“sarà un bello spettacolo” ribatte lui, e si siede vicino a me. Guardiamo insieme i minatori lavorare, ripresi dalle telecamere.
“già … immagina che spettacolo quando verranno a ritirare i quattro sassi che abbiamo estratto. Non abbiamo nemmeno la metà del materiale previsto. Il responsabile farà scintille quando lo verrà a sapere”
“vedrai che chiuderà un occhio. Fin’ora sei sempre stato un ottimo direttore. Ti sei sempre impegnato al massimo. Credi che questo non venga notato?”
Mi sono tolto la maschera, che in quel momento era insolitamente opprimente.
“Serguei, non sei più lo stesso” mi dice Boris osservandomi.

Ha ragione, non sono più lo stesso, me ne rendo conto pure io. Sono stanco, ho perso parecchio peso e sono sempre più nervoso; i colpi di tosse che prima erano dovuti soltanto al fumo adesso sono di certo anche dovuto ad uno stress che non riesco a sostenere.
“Komkolzgrad ti cambia, anche se non vuoi. Arrivi qui, pieno di sogni e aspettative, poi ti rendi conto di come stanno le cose. Se non muori in miniera, resti comunque imprigionato qui, in qualche modo”
“non sei imprigionato, puoi andartene in qualunque momento … davvero rimpiangi di essere diventato direttore?”
“io .. non lo so, essere direttore è un onore al quale ho ambito sin dal primo momento. E anche se tutti diranno che sto facendo bene il mio lavoro, spesso mi convinco che non sono all’altezza di questo ruolo. Non per competenze, ma per capacità di gestire l’intera faccenda”
Boris mi mette una mano sulla spalla e mi guarda, senza compatirmi ne rimproverarmi. Forse capiva davvero come mi sentivo in quel momento.
“è normale avere dei momenti di crisi, ed è ancora troppo presto per essere un direttore perfetto ed indistruttibile”

Le sue parole mi sollevarono un po’. Boris quando beve non sa quel che dice, ma quando è sobrio sa davvero come far sentire meglio gli altri.

“va bene. Occupiamoci di preparare Komkolzgrad per l’arrivo di questa Romanski, poi torniamo a scavare come se nulla fosse mai successo”
questa Romanski? Non mi sembra andarti molto a genio”
“e chi la conosce?!”
“in realtà nemmeno io la conosco, ma pare che sia molto famosa”
“buon per lei. Ma a me non cambia nulla”

02/07/1969

Oggi ero più nervoso del solito; molto più nervoso. Ero lì, ai piedi della statua ad aspettare l’arrivo del treno su cui viaggiava Helena Romanski. Ero agitato, perché l’impressione che avrebbe avuto della fabbrica una cantante importante ed influente come lei sarebbe potuta essere determinante per la reputazione di Komkolzgrad.

All’inizio non ero affatto entusiasta del suo arrivo, non volevo interrompere i lavori. Ma non avevo scelta.

Vicino a me c’era Boris, ma i rapporti tra di noi erano cambiati molto. In questo poco tempo che avevamo per preparare la fabbrica, abbiamo anche trovato l’occasione per avere una furiosa litigata. Da allora non ci siamo quasi più parlati, e non riuscivamo a fare più di un cenno freddo per salutarci.

Solo che oggi ha tentato un avvicinamento.
“forse dovremmo mettere da parte i nostri problemi, almeno per oggi” mi dice.
Ma io non me la sentivo nemmeno di guardarlo in faccia. In realtà non era per lui, era il nervosismo e l’agitazione che soprattutto oggi mi ha fatto diventare intrattabile.
“perché? Cos’ha oggi di tanto speciale?”
“pensavo che l’arrivo di Helena significasse una pausa da tutto”
Boris non capiva proprio la mia situazione.
“non per me. È tutto sulle mie spalle. L’andamento del concerto, la sicurezza di Helena … se qualcosa andasse male sarò io a pagarne le conseguenze!”

Ma anche dopo questa spiegazione, Boris mi guarda e scuote la testa.
“andrà tutto bene. Hans si è assicurato che non ci sia nulla delle sue invenzione che sia fuori posto”

A quel nome mi sentii un rabbioso fuoco dentro.
“ancora con questo Hans?! Se è tanto bravo, perché non è lui il direttore?”
“ce l’hai ancora per quella storia? Credevo che ormai fosse acqua passata”
“mi ha umiliato di fronte a tutti!”
“ti ha soltanto corretto, ed ha fatto bene”
“beh, visto che il tuo nuovo amico sembra essere diventato l’eroe di Komkolzgrad forse è il caso che sia lui a rispondere di ciò che accadrà oggi”.

E prima che potessi rendermene conto era incominciata un’altra lite, di fronte a tutti i minatori.

“sei soltanto invidioso che lui ne sa più di te di meccanica e che tutti noi lo ammiriamo” poi Boris mi si piazza davanti e mi fissa negli occhi, o meglio, nelle lenti.
“non esisti soltanto tu, lo sai?” mi dice, con tono quasi minaccioso “quindi scendi dal piedistallo e torna ad essere il Serguei di un tempo”
Poi se ne va senza aggiungere altro.

Sono davvero cambiato così tanto? E così in peggio?

Dopo una lunga attesa sentii il treno che stava per arrivare; i minatori si sono vivacizzati di colpo mentre io mi posizionavo nel punto dove le portiere si sarebbero fermate.

Cercai di apparire indifferente, ma ero agitatissimo.
Il treno si fermò con un lungo fischio, che io per il nervosismo quasi nemmeno sentii. Poi le portiere si aprirono. M apprestai a dare la mano ad Helena, per aiutarla a scendere.

Dimenticai i dieci secondi successivi.
Tornai in me soltanto quando la voce di Helena Romanski mi risvegliò.
“va tutto bene?” mi domanda.
“eh? Ah … si. Venga, signora Romanski” lei mi da la mano e io mi sento rabbrividire. È così bella, non avevo mai visto tanta grazia e delicatezza in una sola persona. E se mentre parlava la sua voce era così dolce ed ammaliante, chissà cosa ci avrebbe regalato al concerto.

L’accompagnai fino alla fabbrica, nella stanza che avevamo preparato, senza riuscire a dire nulla. Tutti i minatori venivano a salutarla, e io ero rimasto completamente incantato da lei.
Solo una volta condotta sul palco che avevamo costruito (che, ovviamente, Hans aveva costruito), la demoralizzazione mi spinse a parlare.
“signora Helena, sono mortificato nel farla cantare in un posto così indegno …”
Col senno di poi, avrei preparato con molto più impegno quel palco. In confronto a lei era così squallido.
“va bene così, compagno Borodine” mi mette una rassicurante mano sulla spalla. Non so se fosse un gesto sincero, oppure fosse soltanto scena per il giornalista che a pochi passi dal palco prendeva appunti per il suo prossimo articolo. In ogni caso quella delicata mano mi fece mancare la terra sotto i piedi.

Tremante, mi sono fatto da parte per lasciare che il concerto avesse inizio.
La voce di quella donna era meravigliosa, sembrava che lei non dovesse fare fatica nemmeno per raggiungere le note più ardue e acute.
Senza rendermene conto, mi ritrovo a piangere dalla commozione; non avevo mai sentito nulla di tanto nello in vita mia e fino ad ora non avevo mai creduto possibile che un essere umano potesse essere dotato di una tale bravura.
Mi mancò persino il respiro, travolto da quella stupenda voce. Ed Helena? Lei è di un’eleganza divina, i suoi capelli raccolti non possono essere che di un angelo, così lisci e leggeri. Helena stessa, su quel palco, sembrava fluttuare senza peso, sospinta soltanto dalla musica.

Al termine della canzone provai una fitta allo stomaco, come se insieme alla sua voce si fosse spento anche qualcosa dentro di me.

Meravigliosa, sublime … non esistono parole che possano descriverla.
Le andai incontro mentre scendeva da quel palco che avevamo miseramente improvvisato e mi scoprii quasi incapace di reggermi sulle gambe e così timido nel porgerle la mano. Anche dopo il concerto, Helena non pareva per nulla affaticata, anzi, era ancora più bella.
L’accompagnai fuori e lì ci venne scattata un’altra foto mentre le stringevo un’ultima volta la mano. Dopodiché lei salì sul treno e partì per una nuova meta, probabilmente un’altra fabbrica in cui cantare e deliziare i minatori con la sua impareggiabile voce. Ero quasi geloso nel lasciarla partire; una parte di me l’avrebbe voluta sempre qui.

08/07/1969

Notti, giorni … ho perso il conto di quanto tempo ho passato a ripensare al concerto di Helena Romanski. E non fui l’unico, perché si andò avanti parecchio a riparlarne, in miniera e negli alloggi. Io che sono il direttore non potevo perdermi in chiacchiere, ma mi gustavo silenziosamente tutti i ricordi che i minatori condividevano tra loro. Spesso qualcuno diceva che durante il concerto Helena l’abbia guardato per tutto il tempo; non so se guardasse qualcuno in particolare, ma a me piace pensare che stesse guardando me.
Con Boris le cose si sono relativamente calmate, come se dopo il concerto la voce di Helena ci avesse rivitalizzato e dato un animo più comprensivo e tollerante; anche se con Hans i rapporti non si sono affatto riparati. Tutto sembra andare bene per il semplice motivo che noi due ci limitiamo al silenzio.


Realtà

Lotjuska era allo stesso tempo divertita ed intenerita dall’invaghimento di Serguei per Helena, o meglio, per la sua voce. Dev’essere capitato a tutti di infatuarsi di un personaggio famoso, e leggere quei frivoli ricordi in un diario aveva un effetto emozionante, quasi commovente. Chissà se dopo decenni sarebbe tornato a rileggere quelle righe, e chissà quali sensazioni e quanta nostalgia proverebbe; rivedersi giovane, in forma, energico e desideroso di nuovi successi. Anche ricordare dei problemi che doveva affrontare probabilmente l’avrebbe emozionato, perché erano del tutto normali, è d’obbligo trovarsi davanti a delle sfide, e dopo così tanto tempo, magari sarebbero sembrati così insignificanti e addirittura ridicoli.
Ormai si era affezionata a quell’uomo, del quale iniziava a conoscere il passato e i suoi sentimenti, e finalmente il suo aspetto vecchio e in fin di vita si arricchiva delle sfumature delle sue esperienze. Gli strinse la mano, cosa che aveva fatto più volte durante la lettura, e ogni volta lo conosceva meglio e si sentiva più vicina a lui. Ma allo stesso tempo diventava più doloroso leggere le parole di un giovanotto mentre vicino c’era la stessa persona, ora giunta alla fine della sua vita. Una fine tragica, che Lotjuska non era ancora in grado di spiegarsi.
Stava leggendo i ricordi di una persona che ora non aveva più il tempo di farsene degli altri.

Sfogliando il diario si accorse che era passato molto tempo dal Luglio del 1969. Non mancavano pagine, non era stato cancellato nulla. Cos’era successo in quegli anni?


02/11/1975

Ricomincio a scrivere dopo un lungo periodo di silenzio; temevo di non essere più nemmeno in grado di tenere in mano una penna, figurarsi scrivere una frase sensata. Ma a quanto pare, ci riesco.

Da dove cominciare?

C’è stato un incidente, un anno fa, circa … credo … o forse di più … ah, non riesco nemmeno a ricordarlo. Io ero fuori dall’ufficio, poco distante dalle scale, e lì con me c’era un minatore … uno di quelli nuovi, arrivati il mese prima. Era venuto a parlarmi … di cosa? Non mi ricordo. Doveva essere una cosa importante, perché il minatore era agitato, questo sì che lo ricordo bene. Di sotto c’era Boris, mi aveva appena detto che si sarebbe definitivamente trasferito al cosmodromo, ma credo che questo sia irrilevante, ora. Insomma, stavo parlando con questo minatore quando sentiamo un forte boato provenire da un punto incomprensibile vicino a noi. Mi sono guardato intorno e mi necessitarono pochi istanti per capire la gravità della situazione. Una trave di ferro si era staccata da un gancio e stava precipitando proprio verso di noi. Se fossi rimasto dov’ero, la trave mi avrebbe mancato, anche se di poco, ma avrebbe colpito in pieno il giovane minatore.
Non potevo permetterlo, sono il direttore! Era impensabile restare lì a guardare. Così l’ho afferrato e tirato verso di me, fuori dalla traiettoria della trave, ma lo slancio mi fece perdere l’equilibrio. Feci due passi in avanti, fatali, ed ebbi soltanto il tempo di vedermi quella mostruosa trave metallica venirmi addosso. Venni sbalzato via e volai giù dalle scale. Poi non ricordo più niente. Se fossi rimasto cosciente, anche solo quel poco che bastava per pensare, probabilmente mi sarei accorto che stavo per morire. Ma fortunatamente persi i sensi e non sentii nemmeno dolore, non mi accorsi minimamente dei “tempestivi e disperati soccorsi che mi prestarono” – cito le testuali parole di quando, molto tempo dopo, mi raccontarono l’accaduto - .
Mi risvegliai nel letto del mio alloggio e all’inizio nessuno mi volle dire che ero rimasto privo di sensi, in bilico su quella leggera linea tra la vita e la morte, per oltre un mese. Un vero coma, tanto che nessuno sperava più che mi sarei svegliato.

Una volta sveglio le cose non furono affatto semplici. Ero debole come non lo ero mai stato e per il trauma non riuscii a toccare cibo per quasi due settimane; poi lo sfinimento mi costrinse a mangiare, ma per altri parecchi giorni tutto quello che mandavo giù non ne voleva sapere di restare nello stomaco. Spesso vomitavo sangue, ed ero arrivato al punto di convincermi che quel risveglio fosse soltanto un temporaneo, doloroso ed angosciante stato di veglia che precedeva la morte vera e propria. Tuttavia i miei compagni non mi abbandonarono mai, e persino Boris si prese instancabilmente cura di me, nonostante non fossimo in buoni rapporti.

Mi sento ancora troppo debole, sono costretto a smettere di scrivere, per il momento.
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Re: Fan Fiction Alternativa - COMPLETO

Postby Loty Borodine » Mon 24 Sep 2018 23:54

13/12/1981

Komkolzgrad chiude. Definitivamente. Tre anni fa è toccato al cosmodromo, lasciando Boris senza occupazione eccetto quella di custode, e ora è il mio mondo a finire. Non mi sembra vero. Cosa ne sarà di me? Resterò qui, come Boris, o mi troverò un’altra occupazione? Sono alla soglia dei quarant’anni, dopo l’incidente la mia salute mi ha abbandonato … sento di avere ancora tanto da dare, ma il mio corpo si rifiuta di faticare ancora, con il trauma che ha subito e dal quale non riesce a riprendersi, nemmeno dopo anni di cure e riposo.

Se ne sono andati via tutti, eccetto me e Boris.
Le esperienze che ho vissuto qui … sono tutte destinate ad essere dimenticate?

05/02/1982

Una lettera mi ha informato che io e Boris saremmo rimasti qui, a vegliare su ciò che resta di Komkolzgrad. Quelle parole cercavano di far sembrare questo incarico un onore, “custodire quello che un tempo era un Complesso Industriale di grande successo sarà per voi motivo di grande soddisfazione” diceva la lettera. Aveva ragione. Ci sono stati dei periodi in cui Komkolzgrad non aveva eguali e per tutto il suo tempo ha avuto un successo spesso insperato e sorprendente. Ma davvero ci avrebbe dato soddisfazione restare qui, tra queste reliquie ormai inutili? Non so. E dato che Boris ha deciso di evitarmi del tutto, mi si prospetta una vita noiosa e priva di scopo. Cosa posso fare per impegnare tutto questo tempo?
Non ho alcuna idea, non c’è nulla in questo momento che mi ispiri, e il mio più bel ricordo riguarda il concerto di Helena Romanski … Helena …

18/04/1982

Ma certo! Ecco il motivo per cui devo rimanere qui! Devo far tornare la sublime Helena Romanski qui, a cantare di nuovo! È così evidente, questa fabbrica è stata costruita apposta per lei! Come ho fatto a non accorgermene prima? Devo solo sistemarla, renderla veramente degna della sua presenza e soprattutto della sua voce. Ho già cominciato i preparativi e intanto ho scritto al suo indirizzo, per dirle che presto la sua dimora sarà Komkolzgrad! Chissà come reagirà alla notizia! Sarà emozionata? Vorrà venire qui subito? Lo spero. Ma sono più che sicuro che una volta qui non avrà più dubbi. Resterà qui.

Quando ne parlai con Boris, nella speranza che lui mi aiutasse nei preparativi, lui disse che era una follia e che io avevo completamente perso la testa. All’inizio ci rimasi male, ma lui non può capire.
E ripensandoci, non ho bisogno del suo aiuto, mi posso benissimo arrangiare. Anzi! Solo io sono in grado di trasformare questa vecchia fabbrica, per Helena. Gli altri non si devono intromettere.


Realtà

Questa trasformazione di Serguei fu molto interessante per Lotjuska; lei era più che certa che le sue idee erano in gran parte dovute all’incidente, al trauma che aveva causato in lui, per cui non diede molta importanza a quel primo indizio di ossessione. Ma quanto avrebbe sperato che fosse Serguei a raccontarle di persona queste cose.


23/10/1986

I lavori procedono bene, proprio come avevo previsto. Sono così preso dalla realizzazione dell’organo a canne che non ho proprio trovato occasione di scrivere. Ho ritrovato questo diario in uno scatolone dove avevo buttato tutti i miei libri quel giorno che mi trasferii dal mio alloggio alla fabbrica. Così avrei risparmiato in po’ di tempo che prima perdevo nel viaggi avanti e indietro che dovevo fare ogni giorno.
Continuo a scrivere ad Helena, ma le lettere ritornano sempre indietro, dicendomi che il destinatario non abita più a quell’indirizzo. Ma prima o poi Helena dovrà pur tornare, quella è senz’altro la sua casa! Non può essersi trasferita, non senza che io lo sia venuto a sapere! Ho passato tanto di quel tempo a collezionare tutto ciò che la riguardava. Dischi, articoli di giornale, fotografie … se Helena si fosse veramente trasferita, io lo avrei saputo di certo!

16/07/1995

Come immaginavo, ho rimandato così tante volte la scrittura del mio diario che alla fine sono passati anni. E che anni! La fabbrica ha visto dei progressi enormi, mi sento abbastanza sicuro di dire che presto tutto sarà pronto. Al momento mi sto occupando del pianista automa che accompagnerà fedelmente Helena durante le sue esibizioni qui. È praticamente pronto, peccato che l’automa che ho trovato aveva le mani inutilizzabili, e ancora non mi riesce di costruirne un paio che siano adatte allo scopo.
Non è semplice.
Non è semplice affatto!

Purtroppo il tempo sta passando anche per me. Non vedo più benissimo come una volta, i danni dell’incidente si fanno sentire sulla mia schiena e sto ingrassando. E come se non bastasse, i fumi di questa fabbrica si sono impossessati dei miei polmoni; sono anni che convivo con una tosse persistente, ormai la mia unica compagna.

Mi rendo conto di non aver raggiunto gli scopi che mi ero prefissato da giovane. Non mi sono mai sposato, non ho mai avuto una casa all’infuori di Komkolzgrad ed ho rinunciato del tutto a farmi una vita cosiddetta “normale”. Ma non ho rimpianti.
Il mio solo scopo è quello di riavere qui Helena Romanski, soltanto per me, dopodiché sarò ben lieto di trascorrere la mia vecchiaia accanto a lei, in compagnia della sua bellissima voce.

22/04/2002

Oggi è successa una cosa piuttosto strana. In realtà non avevo intenzione di scrivere, avevo accantonato questo diario con l’idea di non riprenderlo mai più. A che scopo scrivere? Ovvio che nessuno l’avrebbe mai letto, quindi perché perdere tempo in questi scarabocchi? Comunque, quello che sta succedendo mi ha risvegliato una temporanea voglia di scrivere.

Nella tarda mattinata si è fermato qui un treno, cosa veramente bizzarra, dato che l’unica anima viva che passa di qui è un aeroplano che ci fornisce regolarmente di cibo e bevande – Vodka, perlopiù -. Ma un treno?! Erano anni che non ne vedevo uno!

Scende una donna, ma a dire il vero non bado molto a lei, perché dalle telecamere dell’ufficio vedo che va a parlare con un automa, e quello attira tutta la mia attenzione. Le sue mani, oh, le sue mani! Le potevo vedere anche con i miei occhi stanchi e le vecchie telecamere; erano a dir poco meravigliose. Perfette! Dovevano essere mie! Erano l’ultimo pezzo che mi mancava, poi Komkolzgrad sarebbe stata pronta!

Aspettai il momento giusto, quando quella donna si allontanò per curiosare in quegli automi giganti che aveva progettato Hans Vogarlberg ( … non sono del tutto sicuro che si chiami così … il tempo mi ha fatto dimenticare quel personaggio che mi aveva tanto rivaleggiato in bravura). Mi introdussi furtivamente nella cabina dove si trovava l’automa e lì ricorsi a tutte le mie forze per avere la meglio su di lui.

Sono ormai vecchiotto e le mie braccia non hanno più il vigore di un tempo, ma ci riuscii.
Quelle mani erano mie!
Corsi alla fabbrica, ma la donna mi scoprì. La velocità purtroppo era ciò che l’età mi aveva tolto; se avessi avuto vent’anni e venti chili di meno forse sarei potuto rientrare indisturbato, ma nelle mie condizioni – senza contare la mia povera schiena consumata – era inutile sperare di non venir scoperto.

Monto in fretta le mani e mi chiudo nel mio ufficio, sperando che lei non mi raggiungesse.
Ahimè, l’ho sottovalutata e non passò molto tempo prima che me la ritrovassi nell’ufficio dov’ero io.
Questa donna, un avvocato di nome Kate Walker, mi dice di essere qui soltanto di passaggio, e che per potersene andare aveva assolutamente bisogno delle mani dell’automa che l’accompagnava. Mani che ora erano MIE!

Quindi ho fatto un patto: le avrei ridato le mani dopo che lei avrebbe portato qui Helena Romanski.
E lei accetto!
Ha! Se crede davvero che io mi privi di un oggetto così prezioso è soltanto un’illusa. Si sbaglia di grosso!

Ora so che è in viaggio per Aralbad, dove ho scoperto trovarsi Helena. Ecco perché non le arrivò mai nessuna delle mie lettere, altrimenti sarebbe di certo già qui con me.
Ho quindi tutto il tempo per ultimare i dettagli del mio piano.
Ci siamo!
Presto Helena sarà qui, e non se ne andrà mai più!


Realtà

Lotjuska ritornò indietro di una pagina per rileggere la data. Un dettaglio che aveva distrattamente tralasciato ora la coglieva con un dubbio irresistibile. 22/04/2002
… erano poco più di un giorno prima del suo ritrovamento!
Questo significava che nelle poche pagine mancanti molto probabilmente avrebbe trovato la spiegazione del disastro che lo aveva ridotto in quello stato.

Ebbe quasi paura di continuare. Si era resa conto che Serguei era del tutto impazzito in quegli ultimi anni, ma per un inspiegabile motivo provava un affetto immenso per lui.
Pensò di essersi addirittura innamorata di lui, dell’uomo che aveva conosciuto in quelle pagine e che ora giaceva morente di fronte a lei. O perlomeno, se quello non era amore, era uno stretto legame che non era riuscita a provare per nessun altro e a cui non era in grado di dare un nome.

E adesso si ritrovava a dover leggere di quelle poche ore che lo separavano dall’incidente mortale, o quasi. Come ci sarebbe riuscita? Dove avrebbe trovato le forze per scorrere gli occhi su quelle angoscianti righe?

Strinse forte la sua mano, pregando per l’ennesima volta che si risvegliasse, magari proprio in quel momento, per impedirle di continuare a leggere; poi si fece coraggio e riprese il diario. Avrebbe potuto farle male quello che vi avrebbe trovato, ma doveva sapere.


22/04/2002

Non sarebbe questo il momento di scrivere, ma credo che dopo non avrò altre occasioni. Una volta portato a termine il mio piano, avrò ben altre cose da fare.
Fin’ora tutto è andato come previsto!
Helena, la meravigliosa Helena Romanski è qui! Ha cantato, e la sua voce era la stessa di quella prima volta. Ah, che nostalgia. Ho rivissuto gli anni della mia felice gioventù!

E poi, al momento giusto, quando lei intonava le ultime note, BAM! Feci calare di colpo la gabbia su di lei. Ora Helena è mia! MIA! Per sempre!

Quella Walker sta sprecando tutte le sua energie per portarmi via tutto, Helena, le mani … ma non ci riuscirà. Ho pensato ad ogni cosa.



Ha liberato Helena e si è ripresa le mani … ma Helena riuscirà soltanto a raggiungere il treno, di certo non potrà lasciare Komkolzgrad; per quanto riguarda Kate Walker, ho riservato un trattamento speciale per lei, nella miniera.




Incredibile! È riuscita ad uscire! Eppure avevo trasformato quella miniera in una trappola mortale!
Lo ammetto, l’ho sottovalutata, ma non è ancora finita. Le gigantesche statue sono sbarrate, non potrà mai passare.
In questo preciso istante sta frugando nelle scatole della dinamite. Vedo che ha preso una bomba e adesso la sta mettendo …
Ma che … cosa le sta passando per la mente?! La statua gigante! Quella che io stesso avevo segnalato come non sicura … oh no. No!


Realtà

Lotjuska non ebbe bisogno di sapere atro; capì da sola quello che era successo.
Nonostante fosse palese che il responsabile di quella catastrofe era lo stesso Serguei, lei non era assolutamente in grado di incolparlo.
Voleva che si risvegliasse, voleva essere lei a dargli un’altra possibilità, breve o lunga che fosse.
Era convinta che, persino dopo tutto quello che era successo, anche Serguei meritava l’amore di qualcuno. E secondo quanto era scritto nel suo diario, lui non ne aveva ricevuto abbastanza.
Oppure era impazzita anche lei, a forza di leggere i suoi pensieri sempre più deliranti.


Teneva stretto il quaderno tra le mani tremanti, fissando il letto su cui era sdraiato Serguei.
Un’ora fa, ormai anche di più, l’infermiera aveva detto che era “stabile”. Non sapeva se ciò fosse rassicurante o preoccupante.
Stabile voleva dire che le sue condizioni non stavano peggiorando … ma nemmeno migliorando. In altre parole, era ancora fermo su quel sottilissimo filo tra la vita e la morte, come lo era stato quella volta che aveva avuto l’incidente. Ma in questo momento la sua battaglia non era ancora finita, e non aveva idea di quale fosse stato l’epilogo.
Lotjuska sapeva che le probabilità che ce la facesse erano praticamente nulle, eppure si rifiutava di smettere di sperare.

Per l’ennesima volta gli strinse la mano, fredda ed immobile, già priva di vita, chiuse gli occhi ed ascoltò per alcuni secondi il debole suono dell’elettrocardiogramma, sentendosi lievemente rassicurata che quella era la prova che Serguei almeno per il momento era ancora vivo.
“mi senti?” chiese, sentendosi stupida nel domandare una cosa simile.
Impercettibilmente la mano di Serguei si mosse, facendo quasi trasalire Lotjuska; non era certa che si fosse veramente mossa, forse era soltanto uno scherzo della sua mente. Ma le fu sufficiente.
Gli baciò la guancia e posò piangendo la fronte sulla sua.

Fuori nevicava ed era buio.
Era una di quelle serate in cui non si deve pensare di essere soli.




22/04/2002 – ultime righe –
Ho fatto un disastro, lo so. È finita … ma io … avevo solo paura che … ... … io non volevo morire so…………………………………………….. .




FINE
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Re: Fan Fiction Alternativa - COMPLETO

Postby Loty Borodine » Mon 24 Sep 2018 23:58

Commento finale:
Si, lo so, la richiesta era di far morire Serguei, mentre qui la conclusione è un po' ambigua .... diciamo che lasciare un piccolo dubbio mi sembrava più intrigante del dare una conclusione definita (e poi non ce la facevo a far morire Serguei :desperate: )


... ok, io ho finito! :tunz:
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Re: Fan Fiction Alternativa - COMPLETO

Postby Oscar_ModelloXZ2000 » Tue 25 Sep 2018 15:30

Bene.... mi hai fatto sentire un po' in colpa, non so se era nel tuo intento...
Stavolta non ho molto da dire. Mi è piaciuto questo diario, i riferimenti all'Off-topic e come ti sei immaginata il passato di Serguei (interessante anche come hai spiegato l'evasività di Serguei nei confronti di Hans nel gioco). Bel lavoro.
La narrazione a diario potrebbe ritornare anche nella fan fiction ufficiale? Così come altre cose sul passato/famiglia di Serguei?
Aspetto i prossimi lavori!
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Re: Fan Fiction Alternativa - COMPLETO

Postby Loty Borodine » Thu 27 Sep 2018 00:23

In colpa? Perché? :grat: no .. non era nel mio intento ...

Al momento i flashback dell'altra fanfiction (riguardanti Serguei) sono in realtà delle versioni in terza persona del diario, ma ciò non esclude che potrei inserire delle parti in "Narrazione Diario". E potrebbero anche venir fuori altre parti di diario che non ci sono qui (delle "pagine mancanti"), nell'Off-Topic ci sono tanti spunti che potrebbero venir inseriti.
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