Fan Fiction

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Re: Fan Fiction

Postby Loty Borodine » Tue 18 Jun 2019 00:35

Bel capitolo! Molto interessante il risalto dato al panettiere, chissà se anche il vecchietto dirà qualcosa in più.

Avevo in mente di dare più voce a quei personaggi che sono stati un po' lasciati da parte, quindi è molto probabile che il vecchietto avrà un ruolo nei prossimi capitoli ... e chissà
Spoiler:

Forse anche il tizio che pulisce il pavimento fischiettando Ochi Chornie potrebbe avere qualcosa da dire


Ma... il Locandiere e Serguei in questa storia sono imparentati o no?

A dire il vero non ci ho pensato ... :grat: ... forse ... o forse no

Beh, non è detto, un uomo oltre i sessanta-settant'anni potrebbe ancora avere dei figli, anche se avere vissuto anni in una fabbrica altamente inquinata potrebbe averne compromesso la fertilità... ehm... pensaci tu!

Più che altro la difficoltà non è tanto quella ... ehm ... "fisica", ma la questione emotiva: avere dei figli a sessanta-settant'anni e crescerli non è come farlo quando se ne hanno trenta. Però potrebbe essere interessante ... :grat: ... vabbè, non dirò altro :lol:

Per il momento il prossimo capitolo è ancora in fase di lavorazione ma a breve sarà pronto :mrgreen:
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Re: Fan Fiction

Postby Loty Borodine » Mon 15 Jul 2019 02:13

Avevo previsto di postarlo dopo che Oscar fosse ritornato dal suo periodo di pausa dal forum (probabilmente dovuto a causa degli incubi su Serguei che la prolungata attività qui può causare :lol: :lol: ... comunque, Oscar, spero che non sia successo nulla di brutto e che si tratti di una normale pausa).
... dicevo? :grat: ... ah si, avrei dovuto postarlo dopo il tuo ritorno, Oscar, ma non ho resistito e l'ho postato oggi, e consideralo il tuo regalo di bentornato :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:


P.S. prima di questo post ne avevo scritto un altro, quindi scorri la rotellina verso l'alto ... :grat: ... ho detto una banalità, vero?!



CAP.24



Con i balconi della finestra ben chiusi per non far entrare la fredda brezza della mattina, i lontani rumori della vita di Valadilène, la pioggia e i passi, l’atmosfera si era fatta così perfetta che Serguei riuscì a dimenticare in breve tempo le spiacevoli esperienze che li avevano condotti lì. Gli sembrava di essersi riunito alla sua Lotjuska dopo un’eternità; persino le sue mani si scoprivano incredule nel sentire di nuovo i suoi morbidi capelli. Anche dopo aver parlato tutta la notte, aprendosi il cuore a vicenda, la stanchezza non era abbastanza per dormire. Ancora qualche ora per stare stretti l’uno all’altra, e Serguei continuò a baciarla anche quando lei smise di coccolarlo per rannicchiarsi vicino a lui per addormentarsi, e non si fermò finchè non diede più alcun segno di essere ancora sveglia. Era bello. Era tutto troppo bello. Era forse troppo, per essere vero?

“ljubimiy …” ad una qualche ora del pomeriggio Lotjuska aprì gli occhi; ma nessuno gli rispose. Dopo alcuni istanti, a malapena il tempo di svegliarsi, Lotjuska aprì gli occhi. Con lo sguardo perlustrò ogni angolo del letto, ma dove prima aveva la certezza di trovare Serguei ora c’erano soltanto delle coperte sgualcite e un cuscino freddo.
“Serghy?” chiamò a voce più alta “sei in bagno?”
Di nuovo non ci fu alcuna risposta. Allora Lotjuska si alzò in fretta, preoccupata che, per esempio, fosse andato in bagno e avendo un malore avesse perso i sensi; aveva già assistito ad un episodio simile, con suo padre come protagonista.


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Venezia, 16 Febbraio 2015

Quel lunedì sera Lotjuska e sua madre si trovavano nel soggiorno indaffarate nel sistemare gli ultimi scatoloni prima del trasloco, all’improvviso videro comparire dalla porta d’entrata Mauro che corse verso il bagno senza dire nulla.
“che fretta” commentò Nadja, che non aveva ricevuto nessuna risposta quando gli domandò come andavano i lavori nel garage.
“forse ha dimenticato qualcosa ed è salito solo per prenderlo. Lo sai, quando ha un lavoro in corso non si lascia distrarre da nulla”
E tornarono alle loro scatole, piene di libri, vestiti e altri effetti personali. All’inizio sembrava che non sarebbero mai riuscite a trovare posto per tutto senza perdere niente, ma tutte quelle scatole che il supermercato aveva accantonato per buttarle erano tornate molto utili e nessun altro ne avrebbe più avuto bisogno. Finalmente Lotjuska lasciava quell’estenuante lavoro di cassiera e magazziniera, senza orari ne giorni liberi e provava a trovare un nuovo lavoro, possibilmente uno in cui potesse avere almeno il finesettimana a casa e che non venisse aggredita all’uscita.

Erano passati circa dieci minuti, o poco più, e Lotjuska si accorse di non aver visto Mauro uscire.
“mama, per caso hai visto пaпa uscire dal bagno? Sai se è tornato in garage?”
“no, forse ci è andato mentre non eravamo ad inscatolare la roba in cucina”
La giovane si sporse oltre l’uscio della porta del soggiorno, dove poteva vedere se il bagno era occupato o no grazie alla luce che si intravedeva dalla piccola fessura in basso.
“in realtà è ancora in bagno e la porta è aperta … strano”
C’era un forte odore di alcool disinfettante e pensando che avesse bisogno di aiuto nel pulire qualche cosa si approssimò alla stanza.
“пaпa? Serve una mano? Sei già riuscito a cambiare il vetro?”
“no”
A Lotjuska non bastò quella risposta troppo breve ed entrò in bagno. Mauro era seduto sul bordo della vasca da bagno e posati sul lavandino c’erano molte garze, batuffoli di cotone, tutti rossi e bagnati, non c’era bisogno di chiedere che cosa fossero; per terra una bottiglietta di disinfettante.
“пaпa … ma che è successo?!” esclamò mentre correva incontro a suo padre aiutandolo a pulire le ferite sulla mano e sul braccio. Ancora non riusciva a capire se fossero gravi.
“stavo cambiando il vetro e quello si è rotto in mille pezzi”
“come? È caduto?”
“no, no. Era molto sottile, mentre lo tenevo in mano devo averlo piegato un poco e non ha retto”
“accidenti, serve più garza” si voltò a cercarne sul lavandino ma non ce n’erano più di pulite “mama!” disse ad alta voce sperando che la sentisse dall’altra stanza “serve che tiri fuori la garza dalla scatola”
“cosa?” rispose Nadja dal soggiorno.
“la garza!” gridò più forte.
“perché?”
“subito! Poi spiego!”
Nadja arrivò di corsa con la scatola di garze in mano. Non appena vide quella situazione si sbrigò ad aprirla.
“amore, che è successo?!”
“si è rotto il vetro …” un istante dopo crollò privo di sensi, afferrato appena in tempo da Lotjuska prima che cadesse dalla vasca.
“portiamolo in camera”
“amore? Mi senti??” mentre lo sosteneva, Nadja continuava a chiamarlo, sempre più preoccupata.
Lo fecero sdraiare sul letto e si occuparono di sistemare le ferite mentre lui era ancora privo di coscienza. Dopo alcuni minuti riaprì gli occhi.
“… cosa ci faccio qui?”
“sei svenuto” rispose Lotjuska un po’ freddamente, troppo impegnata a fissare una garza pulita sul braccio.
“eri in bagno, stavi dicendo qualcosa sul vetro e poi sei crollato. Adesso come ti senti? Va un po’ meglio?” continuava a chiedere Nadja, preoccupata e premurosa.
“si, ma mi gira un po’ la testa”
“lo credo, hai perso parecchio sangue”
“Loty, credi che sia grave?”
“no. Quando lavoravo in officina ho visto di peggio”
“che fortuna che ti occupavi tu del primo soccorso”
“fortuna … non saprei. Però almeno non sono andata nel panico quando sei svenuto”
“caro, ora mi spieghi cosa è successo nel garage”
Mauro raccontò di nuovo la storia del vetro rotto e di come dei vetri gli erano finiti addosso ferendolo.
“perché sei andato in bagno senza dire nulla? Avevi bisogno di aiuto!”
“non sembravano gravi”
Infatti all’inizio le ferite apparivano soltanto come dei taglietti un po’ lunghi, non profondi come in realtà erano.
“e quando ti sei accorto che era più serio di quel che pensavi? Non hai pensato di chiamarci?”
“me ne sono accorto solo adesso che era serio!”
“beh, ora è tutto a posto” riprese a parlare Lotjuska. "Tu adesso sta qui e riprenditi, ti porto un bicchiere d’acqua”
“e il vetro?”
“più tardi andremo io e mama a ripulire tutto”
“fate attenzione ai vetri rotti … tagliano”
“grazie del consiglio"


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Prima bussò in bagno, chiamandolo di nuovo, e avendo come risposta soltanto il silenzio aprì. La porta non era chiusa a chiave, la luce era spenta e la stanza era palesemente vuota. Quindi Serguei era uscito. Pensò che prima di correre dal locandiere in preda al panico denunciando il suo prezioso “oggetto smarrito”, era il caso di aprire la finestra e dare un’occhiata fuori. L’ampio panorama le permetteva di vedere una buona parte della strada, persino l’interno del terreno che ospitava la fabbrica Voralberg. Proprio la, vicino alla fontana che si ergeva al centro, Serguei se ne stava tranquillamente seduto su una panchina chiacchierando con un ragazzino. Lo stesso che il giorno prima avevano incontrato alla panetteria. Come si chiamava? … Momo!
Lotjuska uscì di corsa, indossando soltanto la vestaglia che l’albergo forniva agli ospiti e raggiunse il suo amato fuggitivo.
“Serguei!”
“hè?” lui subito si guardò intorno, di colpo rapito da quella voce “Lotjuska! Eccoti! Ben svegliata”
“ben svegliata … insomma. Mancava qualcosa al mio risveglio. O meglio, qualcuno”
“scusa, cara. Io … ero sceso per mangiare qualcosa, poi ho incontrato Momo che ha voluto a tutti i costi portarmi a visitare la fabbrica”
Lotjuska si prese qualche secondo per salutare Momo, poi tornò a guardare Serguei.
“potevi tornare in camera ad avvisarmi”
“lo so, ma Momo è stato parecchio insistente. Mi sono detto che per alcuni minuti potevo assentarmi”
Sospirando lei distolse lo sguardo da lui per alcuni attimi, cercando di calmarsi. Il suo cuore batteva a mille.
“ero preoccupata. Prima ho creduto che ti fossi sentito male, poi che ti fossi perso per Valadilène”
Serguei si alzò dalla panchina e le andò incontro abbracciandola con tenerezza.
“scusami. Non accadrà più” se per un istante trovò esagerata la reazione di Lotjuska, ora non la considerava più una preoccupazione inutile. “Erano appena arrivati e lui già spariva, era quello il modo di comportarsi?” pensava ripetutamente mentre cercava un modo per farsi perdonare.
“l’hai visitata, la fabbrica?”
“si, siamo usciti da poco”
“com’è?”
“è bella. Diversa da Komkolzgrad. Ma mi piace”
“in che senso?”
“beh, anche se non so come era messa quando era al massimo dell’operosità, ha l’aspetto molto meno inquinato. Sembra anche più pulita, e spaziosa”
“avresti preferito una Komkolzgrad così?”
“eh … non saprei. Mentre la visitavo non mi dava la stessa sensazione della mia fabbrica. Non mi sentivo a casa. Ma forse è per il lungo tempo che ho trascorso a Komkolzgrad”
“può darsi. Forse tu sei proprio fatto per Komkolzgrad. So che quel posto ti è sempre rimasto nell’anima”
Al ricordo della sua fabbrica distrutta dalle fiamme Serguei si sentì un nodo formarsi nella gola, gli occhi bagnarsi di lacrime che si rifiutavano di scendere per non rovinare il momento. Lotjuska aveva ragione; sarebbero potuti passare decenni, ma Komkolzgrad sarebbe sempre stata una parte fondamentale di lui, e ogni altro luogo, ogni altra fabbrica, non avrebbe potuto compensare il vuoto che quella casa aveva lasciato. Guardò Lotjuska, l’unica ormai capace di farlo sentire a proprio agio in qualunque dimora si fossero trovati. Temette che, col passare del tempo, nemmeno lei sarebbe stata abbastanza per dimenticare il luogo dove tutta la sua vita si svolse.

“credi che sia ancora in tempo per dargli un’occhiata?” propose Lotjuska guardando prima Serguei, poi Momo. Il ragazzino sembrò felice di accompagnarli di nuovo nel suo personale tour dell’immensa dimora Voralberg. Era pronto a mostrare ancora una volta la fabbrica in tutte le sue peculiarità, i suoi straordinari automi e come funzionavano; poi sarebbe stato il turno della villa, che al momento non apparteneva a nessuno ma lui era libero di entrare e uscire a suo piacimento, dato che era un caro amico di Anna Voralberg, l’ultima della famiglia che purtroppo era venuta a mancare non molto tempo prima.
“se non è un problema andare in giro con la vestaglia dell’albergo” commentò Serguei.
“per te non lo è stato”
“non avevo scelta, i miei vestiti sono ancora fradici”
“ieri ho comprato qualcosa per tutti e due su internet, fra un paio di giorni arriveranno”
“continui a parlare di internet … prima o poi dovrai spiegarmi che roba è”

Serguei rivide la fabbrica come se fosse la prima volta, nonostante l’avesse appena visitata. E no, non era perché alla sua età cominciava ad avere problemi di memoria; solo, ora la vedeva in maniera diversa, perché Lotjuska continuava ad indicare angoli che prima lui aveva ignorato e fare domande su cosa serviva un certo macchinario, che cosa si faceva in quella stanza, cosa servivano quei tubi …
“probabilmente ti sto chiedendo delle banalità” ammise Lotjuska ridendo.
“mi piace avere qualcuno a cui spiegare e insegnare il mestiere”
In realtà Lotjuska conosceva già la maggior parte delle risposte alle sue domande, anche lei aveva lavorato in fabbrica e quei macchinari le erano familiari. Ma era più bello far finta di non saperne nulla e lasciare che Serguei si godesse il suo momento. E poi una fabbrica, da un punto di vista esperto come il suo, poteva assumere un aspetto del tutto nuovo. Non era semplicemente rispondere a delle domande, ma era ricordare esperienze di vita ogni volta che lo sguardo si posava su qualcosa, anche la più insignificante, come un truciolo di metallo caduto a terra, una manopola girata o il semplice rumore ripetitivo delle macchine in funzione. Serguei aveva già vissuto tutto quello, per molti anni, e quei suoni, quegli odori e quelle sensazioni erano stati la sua casa per quasi tutta la sua vita. E Lotjuska pareva così entusiasta di ascoltarlo; che fosse davvero un’ignorante in materia, oppure che fingesse, a Serguei piaceva il suo modo di apparire interessata e sorpresa da tutto ciò che le raccontava.

Momo lì portò anche nell’ufficio dove Anna Voralberg aveva trascorso i suoi ultimi giorni di vita. Con una genuina nostalgia, Momo raccontò di Hans, degli automi e di quanto sentiva la mancanza di Anna. L’ufficio era ancora in buone condizioni, con alcuni documenti sparsi sulla scrivania. Sembrava che Anna non fosse affatto morta, ma piuttosto che si fosse assentata per un’oretta e che fra breve sarebbe tornata al lavoro. Purtroppo non era così e anche se Momo sembrava non capirlo, in realtà sapeva che la fabbrica non sarebbe stata più quella di un tempo.
“anche il tuo ufficio era così?” domandò Lotjuska stringendo la mano di Serguei tra le sue.
In risposta lui rise.
“nemmeno lontanamente. Il mio ufficio sembrava un parte della fabbrica, non una stanza separata”
“e …? Avresti preferito questo?”
“forse. Questo è più grande, più accogliente … ma ho paura che mi avrebbe montato la testa. Quando la tua fabbrica è strettamente relazionata con una miniera non fa bene essere troppo ambiziosi. Per il mio ruolo è stato meglio così”
Lotjuska gli diede un colpetto con l’anca.
“non mentire. Vedo come lo stai guardando”
“no, con la maschera non lo vedi”
Lei gli si piazzò davanti, le mani appoggiate sulle spalle e un sorriso che fece arrendere Serguei.
“e va bene. Avrei voluto un ufficio così. Ma non voglio lamentarmi. È andata bene così”
“ora andiamo a vedere la casa di Anna!” esclamò Momo tirando Serguei per un braccio.

In certi momenti, quando non era occupato nel descrivere ogni parte della villa, Momo sembrava avere occhi soltanto per Serguei. Lo osservava, il suo aspetto, il suo modo di irrigidirsi quando si parlava di Hans e il suo tono di voce, a volte tranquillo, altre volte più imbarazzato o nostalgico. Ogni volta che si parlava di Hans diventava teso e Momo lo guardava, cercando di capirne il perché. Anche Lotjuska aveva notato degli insoliti cambiamenti, ma già sapeva cosa provava ogni volta che sentiva quel nome.
Uscirono dalla villa e visitarono la stazione; vuota, perché l’unico treno era già partito da un po’. Momo raccontò la storia di quel treno, il suo scopo, la sua destinazione e come funzionava. Lentamente Serguei riconobbe in tutti quei dettagli lo stesso treno che si era fermato a Komkolzgrad. Il meccanismo a molla, il macchinista automa e oltre alla locomotiva un unico vagone che poteva ospitare un solo passeggero, la fantastica Syberia che doveva raggiungere; non aveva più dubbi che quel treno e il treno che aveva tentato di imprigionare nel suo complesso industriale erano in realtà lo stesso treno.

“Loty …” la chiamò in disparte, appoggiandosi con la schiena contro la parete della biglietteria e allontanandosi da Momo e da quel tizio che da quando erano arrivati non aveva fatto altro che pulire incessantemente il pavimento.
“…” lei si limitò a guardarlo, in attesa che continuasse.
“il treno di cui parla Momo, quello che stava qui, è lo stesso treno che io ho barricato a Komkolzgrad, poco prima che crollasse”
“ne sei sicuro?”
“fin da subito ho avuto dei dubbi, dato che Hans è nato qui e quando era venuta a Komkolzgrad, Kate Walker me ne aveva parlato. Ma ora ne ho la certezza”
“e come la stai prendendo?”
“beh … non lo so … è strano. Adesso potrebbe essere la mia occasione per far saltare questa fabbrica. E saremmo pari”
“Serghy!” Lotjuska gli diede un colpo di rimprovero sulla spalla “scherzi, vero? Cosa c’entra quella fabbrica? Quello che è successo a Komkolzgrad non riguarda Hans”
“no?”
“no … insomma … forse un po’. Ma che utilità può avere vendicarsi adesso?”
Serguei appoggiò la fronte alla sua, lasciandosi sorreggere da lei per alcuni momenti, cercando di lasciar perdere ogni risentimento o rancore. Sarebbe stato impossibile ignorare del tutto quello che era successo, la sua rivalità con Hans e l’epilogo della sua fabbrica, ma forse Lotjuska avrebbe potuto distrarlo abbastanza da fargli dimenticare tutto.


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Komkolzgrad, 11 Marzo 1962

Era domenica. Pioveva a dirotto a Komkolzgrad e la miniera si stava allagando; il lato positivo era che non c’erano minatori che rischiavano incidenti in mezzo a tutto quel fango che si stava formando nelle gallerie, il lato negativo era che, non essendoci minatori, non c’era nessuno che poteva evitare che la situazione degenerasse. L’unico che si era arrischiato di uscire nel tentativo di fare qualcosa fu Serguei; nemmeno lui sapeva cosa lo spingesse ad avere così tanta dedizione per quella miniera, ma qualcosa non gli permetteva di restarsene chiuso nel suo alloggio mentre il suo luogo di lavoro veniva distrutto da fiumi di terra fradicia e detriti di vario genere. Hans, che alloggiava in un edificio poco più avanti lo vide correre verso il complesso e decise di seguirlo; anche nel suo caso quella forza che lo spinse ad uscire era del tutto ignota. Raggiunse la miniera poco dopo di Serguei e lo scoprì nel disperato intento di portare in salvo un generatore distrattamente lasciato in un angolo a prendere tutta l’acqua. Probabilmente era già inutilizzabile, a meno che non si riuscisse a ripulire dal fango ogni componente e che l’acqua non l’avesse irrimediabilmente rovinato, ma Serguei non voleva arrendersi. Sapeva quanto erano preziosi quei generatori e non l’avrebbe abbandonato al suo destino senza almeno provarci. Istintivamente Hans andò in suo aiuto e insieme riuscirono velocemente a sollevarlo e portarlo nell’ascensore che li avrebbe portati all’interno della fabbrica.
“ora non c’è pericolo che si bagni ancora” Hans era di poche parole, appariva strano, forse un po’ ritardato, ma conosceva perfettamente tutti quegli apparecchi meccanici e se si era dato così tanto da fare per quel generatore doveva aver visto che era ancora salvabile.
“non c’è un modo per raggiungere il fondo della terza galleria?” domandò Serguei agitandosi.
“perché?”
“devo recuperare una cosa … forse non è ancora stata allagata”
Hans scosse la testa perplesso.
“forse no. Ma sarà difficile arrivare”
“ma … magari scavando … prendiamo le vanghe!”
“…”
“Hans, per favore. È una cosa importante!”
Come colto da un’improvvisa idea, gli fece cenno di seguirlo nel suo personale angolo di lavoro.
“Hans, e adesso che cosa ti è venuto in mente?” Serguei sbuffò e alzò gli occhi al cielo. Di quel passo non sarebbe andato da nessuna parte. In quella specie di laboratorio meccanico Hans prese una delle sue insolite chiavi e si avviò verso la miniera, seguito da Serguei. Non passarono per l’entrata principale, ma per un passaggio secondario di solito usato come uscita d’emergenza o come scorciatoia.
Entrarono in uno stanzino, Serguei non ci era mai entrato e ne restò subito affascinato. Gli unici mobili erano una scrivania al centro e degli armadi appoggiati alla parete di sinistra; il resto della stanza era pieno di aggeggi meccanici più o meno incompleti.
“dunque è qui che costruisci i tuoi automi?!” anche se Serguei non si poteva esattamente definire un appassionato di meccanica, quella stanza lo impressionò davvero. Nel frattempo Hans aveva iniziato ad armeggiare con qualcosa coperto da un enorme telo. Qualunque cosa fosse, doveva essere davvero grande e complesso, forse un veicolo.
“che hai lì sotto?”
“una cosa per te”
Poco dopo Hans tirò via il telo, rivelando un mezzo davvero particolare. Una talpa meccanica, perfetta per una miniera sia per le funzioni che per l’aspetto. I fanali erano gli occhi e appena sopra un vetro permetteva al guidatore di vedere dove andava, ma in realtà la vista era superflua perché il lungo musetto terminava con un sensore che avrebbe facilmente individuato degli ostacoli bloccando immediatamente il movimento. Ai lati c’erano quattro zampe dotate di imponenti artigli perfetti per scavare velocemente e proseguire di molti metri in poco tempo. Le ruote erano ben protette, il più lontano possibile dalla terra che le zampe meccaniche avrebbero spostato e che poteva infilarsi tra gli ingranaggi.
“è … è meravigliosa!” per un attimo Serguei aveva dimenticato la fretta che aveva, completamente rapito dalla complessità e l’originalità di quel veicolo. Non avrebbe saputo immaginare nulla di appropriato.
“ma come funziona?”
“vieni”
Entrarono nell’abitacolo e Hans inserì la chiave nell’apposita fessura, dopodiché lasciò che fosse Serguei da solo a prendere confidenza con le leve e con i pulsanti. Anche se aveva parecchie funzioni, molte delle quali erano relative al movimento delle zampe e la sensibilità del “muso”, il loro utilizzo era semplice ed intuitivo; in poco tempo Serguei era già riuscito a condurre la talpa meccanica fuori dalla stanza passando per un portone sempre aperto che conduceva direttamente alle gallerie principali.
“questo veicolo è straordinario! Come mai lo tiri fuori soltanto adesso?”
“non era finito. Mancano dei componenti”
“componenti?” all’improvviso Serguei si irrigidì “che tipo di componenti?”
“qualcosa per coprire i fili scoperti sotto il pannello di controllo”
Serguei tirò un sospiro di sollievo, non c’era nulla di cui preoccuparsi.
“temevo non avessi messo i freni”
Raggiunsero in fretta la terza galleria e scavarono tra il fango finchè il sensore non si attivò, allarmato da una parete di rocce.
“siamo arrivati” annunciò Hans, soddisfatto dell’ottimo funzionamento del suo ultimo progetto.
“non sembra in cattivo stato” speranzoso Serguei balzò fuori dalla talpa e si mise a frugare tra le casse “ieri devo averlo dimenticato qui, da qualche parte … eccolo!!”
Sventolò in aria vittoriosamente un piccolo libretto.
“il diario che mi ha regalato mio padre prima che venissi a Komkolzgrad! Ho temuto fino ad adesso che il fango l’avesse rovinato. Possiamo tornare indietro”

Ritornati agli alloggi Serguei propose ad Hans di fermarsi a bere qualcosa nel piccolo angolo di rinfresco che c’era al piano terra del suo edificio.
“è il minimo che posso fare per ringraziarti. Cosa vuoi?” stava già per prendere la bottiglia di Vodka dallo scaffale quando Hans lo fermò.
“non mi piace la Vodka”
“ah …” per Serguei questa fu proprio nuova. Certo, la Vodka ha un sapore che più piacere oppure no, ma non aveva mai visto nessuno rifiutarla, piuttosto ne mitigava il forte effetto alcolico che dava in gola con qualcos’altro.
“allora cosa ti posso offrire?”
“tè?”
Serguei si risollevò di nuovo. Se c’era una cosa che gli riusciva bene era il tè fatto nella maniera tradizionale. A casa lo bevevano quasi tutti i giorni.
“un momento che preparo il samovar”

Alla fine entrambi bevvero un buon te, festeggiando senza nulla di alcolico e Serguei si scoprì ugualmente soddisfatto accontentandosi anche di quella semplice tazza fumante e dei biscotti al limone.
“davvero, quella talpa meccanica è geniale”
“adesso è tua” rispose Hans, senza mostrare alcun segno di riflessione o esitazione. Era come se fin dall’inizio l’avesse progettata per lui.
“scherzi?!”
“oggi l’hai guidata troppo bene. Come si dice … siete fatti l’uno per l’altra”
“una macchina così dovrebbe essere a disposizione di tutti”
“ne farò delle altre. Magari un po’ più piccole. E tu insegnerai ai minatori ad usarle”
“sembra una buona idea. Il direttore ne è al corrente?”
“me lo ha chiesto lui. Voleva un mezzo che scavasse dove era troppo pericoloso, e io ho costruito quella. E ho deciso di regalarla a te, che sei stato il primo a guidarla”
Serguei si sentì commosso.
“è uno dei regali più … eh … grandi, che ho mai ricevuto. Mi piace molto. Spasiba, Hans”


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Venne presto l’ora di cena e Serguei pensò di invitare Momo a cenare con loro. Anche se Lotjuska avrebbe preferito una cenetta da sola con il suo Serghy, dovette ammettere che piuttosto di lasciarlo da solo, quella era una buona idea. Ma Serguei non lo faceva soltanto per gentilezza. Aveva una cosa da chiedergli e durante la visita alla fabbrica Voralberg non ne aveva avuto occasione, Momo era troppo entusiasta di mostrarne tutti gli aspetti per ascoltare le sue domande. Si ritrovarono in un grazioso locale tipico, poco oltre il parco, dove non trovarono la classica cucina francese che si aspettavano, bensì dei piatti di casa, semplici ma che avrebbero fatto il loro figurone paragonandoli a ristoranti di alta cucina.
“non è male …” commentò Serguei dopo il primo cucchiaio di zuppa “è completamente diverso dai gusti a cui sono abituato, ma mi piace”
“di sicuro ha più sapore della roba fatta al microonde”
“o della roba cotta su una sbarra di metallo rovente della fabbrica”
“cosa?!”
“ti racconterò”
Parlarono di poco altro fino all’arrivo del secondo, un piatto a base di pesce per Serguei e delle verdure alla griglia per Lotjuska. Mentre per Momo arrivò una bistecca enorme.
“beato lui che può mangiare così senza prendere nemmeno un chilo o ritrovarsi bloccato a letto con l’indigestione” commentò Serguei con invidia. Poi cambiò discorso; quello fu il momento ideale per parlare con Momo.
“volevo chiederti una cosa, Momo”
Il ragazzino rimase in silenzio a guardarlo, in attesa della domanda.
“perché hai insistito tanto per mostrarmi la fabbrica, per parlarmi di Valadilène, di Hans e degli automi …?”
Quella domanda lasciò perplessa Lotjuska. Le sembrava più che ovvio che Momo volesse far sapere tutto di quel paesetto ai nuovi arrivati. Era normale.
Momo non rispose, aspettò che Serguei fosse ancora più preciso.
“intendo dire … non è stato come un classico giro turistico. Sembravi sempre sul punto di dirmi qualche cosa, che poi però non dicevi mai. C’è qualcosa che dovrei sapere?”
“Serguei, sei sicuro?” domandò Lotjuska cercando di ragionare “forse è solo un’impres….”
“si, Loty, sono sicuro”
“è vero” rispose finalmente Momo “cercavo di dirti che tu mi ricordi una persona”
“chi?”
Momo ci pensò un attimo prima di rispondere. Sapeva che Serguei avrebbe potuto non prenderlo come il migliore dei complimenti.
“ … tu mi ricordi Hans”
Dopo quella scoperta a Serguei andò il boccone di traverso. Anche Lotjuska non se l’aspettava.
“cosa?!”


P.s.: ho scritto il flashback che riguarda Serguei apposta per mettere in discussione il rapporto che c'era tra lui e Hans. Ho pensato che sarebbe stato interessante inserire un periodo in cui tra loro ci potesse essere una sorta di amicizia, prima che Serguei diventasse direttore. La talpa meccanica non l'ho mai vista nel gioco, non so se mi è sfuggita o non c'è, ma cercando disegni di Syberia, soprattutto schizzi, ne ho trovato uno con dei "minatori automi" sicuramente di Komkolzgrad (che se non sbaglio si intravedono durante il concerto di Helena) e nella stessa pagina una specie di veicolo a forma di talpa. Non so da dove sia stata presa quell'immagine, comunque lo stile è proprio quello di Syberia e ci sono delle scritte in francese quindi penso che potrebbe far parte di una specie di book di schizzi ... magari l'hai già vista anche tu .. oppure no, ma la posterò soltanto dopo che sarai tornato :lol:
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